Archivio annuale: 2007

Prodi pride

Dopo averlo visito in un’incredibile tuta da sci con tanto di caschetto, mi sono definitivamente convinto: è il momento di lanciare il Prodi pride. E’ il momento di prendere le sue difese e di tributargli un piccolo encomio, un augurio di buon lavoro, uno stimolo ad andare avanti. Perché se lo merita e come dice l’unico Mastella citabile della stagione, sarebbe «una follia mandare a casa Prodi, sarebbe come licenziare Marchionne dopo il risanamento della Fiat». Caro Romano, siamo con te, per affrontare, innanzitutto, la questione dei salari e per regalare agli italiani un 2008 migliore di quanto non siano stati gli anni precedenti. E’ il Prodi Pride: l’orgoglio di Prodi. E anche il nostro. Tuta da sci e caschetto nonostante.

Aviaria

Formigoni, colpito da una curiosa forma di influenza ‘aviaria’, aderisce alla proposta della Lega: manifestazione in difesa di Malpensa. Una volta governava, ora manifesta. Cose che capitano, in una Regione in cui il buon senso si è imbarcato tempo fa con un biglietto di sola andata. Mentre tutti strepitano, colgo l’occasione per darvi alcuni dati di quello che è successo negli aeroporti del Nord dal 2000 a questa parte, mentre Formigoni, e Galan, e Ghigo governavano per conto della destra le regioni del Nord, appunto, e Berlusconi governava il Paese. Sono dati che desumo da Repubblica e che spiegano tutto quello che c’è da spiegare sulla vicenda Alitalia, Malpensa, ecc.

Malpensa (l’hub-tra-virgolette): da 20.716.000 a 22.080.000 passeggeri;
Linate (l’aeroporto che andava chiuso): da 6.026.000 a 9.209.000 passeggeri;
Orio al Serio (minuscolo nel 2000): da 1.237.000 a 5.285.000 passeggeri;
Verona (che fa il paio con Montichiari): da 2.289.000 a 3.320.000 passeggeri.

Lo stesso vale per Torino, che cresce del 50%, Parma che raddoppia, Treviso che diventa sei volte più frequentato, Trieste che cresce del 20%. Ecco gli scali padani, cresciuti mentre governavano gli attuali strateghi dei cieli: come si fa ad avere un hub, se crescono almeno 5 aeroporti nelle immediate vicinanze, lo sa solo il cielo. Più che Air Padania è Air Fritta, come sempre.

Lasciar perdere (e aerostatizzare)

Inutile girarci intorno. Se il 2006 era stato l’anno della rincorsa, il 2007 è stato l’anno delle sconfitte, per me, più cocenti e ravvicinate della mia breve storia personale e politica. Ho perso, personalmente e insieme ad altri, tutto quello che c’era da perdere. Elezioni, speranze, progetti, la mia fiducia nei confronti di molte persone con cui lavoravo da tempo (in alcuni casi, certo, anche la loro), affetti e forse anche un amore (impossibile). Anche una tessera del bancomat, tanto per dire. E’ successo tutto in fretta, e non sono più riuscito a riprendermi. Se c’era una cosa da sbagliare, la sbagliavo, cercando di recuperare il più in fretta possibile… troppo in fretta, come se il tempo si fosse messo a correre e io, affannato, ad inseguirlo. La mente corre alla prima sconfitta della mia vita. Non avevo nemmeno otto anni, e la Juventus più bella della mia infanzia si giocava la finale della Coppa dei Campioni ad Atene contro l’Amburgo. Dovevamo vincere, dopo una serie strepitosa di partite coraggiose e perfette, e invece prendemmo un gol inaspettato nei primissimi minuti di gioco. E per tutta la partita non ci fu verso e i minuti volavano e nessuno, nemmeno quello splendido calciatore che rispondeva al nome di Michel Platini (che ha contribuito come pochi altri alla mia formazione) riuscì a cambiare il corso delle cose. Perdemmo e non sembrava giusto a nessuno. Perché non è che avessimo meritato di perdere per una sassata da fuori area: non è da questi episodi che si giudica una squadra e una stagione. Ma perdemmo. Quest’anno è andata in modo del tutto simile. Ne sono uscito certamente ridimensionato, da questa annata che faticherò a dimenticare. Ma, vi dirò, non tutto il male viene per nuocere. Perdere non fa bene a nessuno, ma è un’esperienza forse salvifica per chi, come me, ha sempre avuto “troppo da perdere”, appunto. E l’espressione che mi viene, in chiusura d’anno, è che per la prima volta ho imparato a “lasciar perdere”, il modo migliore per elaborare e forse anche per correggere il senso delle sconfitte e, appunto, delle perdite. E mi sono ritrovato con un piccolo bagaglio di cose che nessuno mi potrà togliere mai, che non sono “a perdere”, per rimanere in tema, e che mi accompagneranno nel 2008. Rimane inteso che un anno così è meglio che finisca presto. E nell’ardente rogo della noche vieja avrò molto da bruciare, in una accurata e definitiva conflagrazione. Nella speranza che nel 2008 si apra un nuovo ciclo, non per quelle promesse da ultimo dell’anno (dimagrire, andare in palestra, trovare più tempo per se stessi et similia), ma, se mi è consentito il riferimento aulico, alla maniera degli stoici. E per dirla tutta, viene da aerostatizzare, come fa Socrate nella perfida parodia di Aristofane delle Nuvole. Aerobatein: andare per aria e, perché no, prendere il volo. Quello che auguro di cuore a tutti voi. Buon anno.

pippo

Yo sé leer. L’ultima lettura

L’ultimo libro del 2007, un anno di letture straordinarie, non poteva che essere L’ultimo lettore di Ricardo Piglia, Feltrinelli. Per chi ama leggere e soprattutto per chi è appassionato di romanzi e di racconti, il libro di Piglia è una lettura imprescindibile. Dalla lanterna di Anna Karenina, che l’accompagna nella lettura e nel momento della sua tragica fine, alla metempsicosi dell’Ulisse di Joyce, da cui muove il suo monumentale intreccio; dalla seduzione della lettura nelle lettere di Kafka a Felice, al Che, scrittore mancato, instancabile redattore di diari e lettore nella guerriglia: il saggio di Piglia è un percorso che affascina e che arricchisce. Il libro si conclude con una folgorante citazione: «Nella gara della filosofia vince chi sa correre più piano. O chi arriva ultimo alla meta», E’ di Ludwig Wittgenstein. E ci permette di tornare all’ultima frase letta da Ernesto Guevara, in una piccola scuola boliviana a La Higuera, dove sulla lavagna, poco prima di morire, lesse, correggendo la maestrina che si era dimenticata l’accento: «Yo sé leer. Io so leggere». Un’epigrafe perfetta per la vita del più nobile degli avventurieri, che non si separò mai dalla sua sacca dei libri e dai suoi taccuini. L’ultimo lettore ha anche il merito di riportarci alle letture di quest’anno, che brevemente riassumo in un flusso di coscienza alla Molly Bloom: ci sono il destino di ciascuno, il silenzio delle Sirene, l’antro delle Ninfe e la loro follia. E, ancora, il ‘divino’ amore, il duende, un segreto inconfessabile, un dolore utilissimo, una strada post-atomica, un presidente al tramonto.

Così funziona, d’altra parte, la democrazia

Fine anno, tempo di bilanci. Ho già avuto modo di dire e di scrivere che per me il 2007 è stato l’anno del blog. Mi dicono: esagerato. Rispondo: sì, però. Perché il blog è uno strumento fenomenale, per quanto mi riguarda, per puntare a quella “politica 2.0″ alla quale stiamo cercando di approdare dopo un lungo navigare. Il blog funziona come grande ordinatore, grazie anche alla funzione terapeutica della scrittura, per me personalmente decisiva; come diario, per rimanere in costante rapporto con gli e-lettori; come archivio, per verificare costantemente le “puntate precedenti”; come piccolo spazio di controinformazione, in un sistema bloccato come quello italiano (e lombardo in particolare); come occasione di esposizione al pubblico ludibrio, al commento e al giudizio di tutti, anche di chi è meno benevolo; come catalizzatore di idee e di proposte, da riempire giorno dopo giorno, per dare un senso ai mesi, agli anni e ove possibile all’intera legislatura; come finestra sul lavoro, spesso oscuro, dell’esponente politico, in un’istituzione non ‘immediata’ come è la Regione e in una temperie in cui predomina l’anti-politica quando non un vero e proprio disprezzo per chi fa politica “come professione” (Weber non abita più qui…); come crocevia di suggestioni e di idee, grazie anche allo scambio costante con altri blog e con altri mondi, di questo universo che si squaderna ogni mattina dai nostri pc; come palestra quotidiana, per ‘controllare’ il senso delle proprie iniziative, alla luce dell’”effetto che fanno” e delle conseguenze che provocano nel dibattito politico e in quella porzione di opinione pubblica che ci riguarda; come modo per raccontarsi, alla ricerca di nuove soglie di comprensione di se stessi attraverso la realtà con cui interagiamo. Al Gore parla di internet come di una straordinaria piattaforma della razionalità e della democrazia: sono in larga misura d’accordo. E credo che uno dei motivi fondamentali dell’arretratezza del nostro sistema politico sia proprio quello di non avere compreso le enormi potenzialità di un mezzo che è anche immediatamente metodo e (perciò) contenuto. Uno spazio (ma anche un tempo, potremmo dire) che ci parla dello stile e del profilo di chi eleggiamo e che ci consente di condividere con i nostri rappresentanti un rapporto che non credo possa essere banalizzato, tanto è performante e mai univoco. Mi aspetto però, come sempre, un vostro parere e un vostro consiglio, meglio se critico e se pungente, à la Yellow, per intenderci. Così funziona, d’altra parte, la democrazia.

Il giornale che vorremmo

Antonio Cornacchia (che è persona buona e giusta) propone una discussione di sicuro interesse sui destini dell’informazione a Monza e in Brianza. Il giornale che vorrei è uno spazio web consigliato a tutti quelli che hanno qualcosa da dire, ma che soprattutto vorrebbero avere qualcosa da leggere.

Almanacco 2008

Su Affaritaliani l’almanacco della politica milanese del 2008. Imperdibile.

Nota bene

Oggi Massimo Giannini su Repubblica dice, meglio di quanto possa fare personalmente, quello che penso da tempo, rispetto a Prodi – di cui sono rimasto tra i pochi sostenitori, nonostante tutto – e alla situazione del Sistema Paese. Leggete l’articolo, è molto importante, accidenti, per capire come vanno le cose. Qui di seguito, il ‘sugo’, che consiglio di spedire via email ad amici e conoscenti, copiare e incollare sul proprio blog, stampare e diffondere nelle piazze e nelle strade:

«Quello che oggi conta, al di là della debolezza permanente del messaggio mediatico, è la forza sorprendente del risultato aritmetico. Nel 2007 il deficit pubblico scende sotto al 2% del Pil, contro una stima iniziale del 2,8%: partiva dal 3,3%, ereditato dal governo Berlusconi. Il debito pubblico cala al 104,6% dal 106,8% della precedente legislatura, quando aveva raggiunto quota 1.575 miliardi, quasi 27 mila euro per ogni cittadino. L’avanzo primario cresce al 3%, contro lo 0 degli ultimi lasciti tremontiani. La spesa pubblica scende al 49,2%, e quella primaria cala addirittura al 44,4%. Persino la pressione fiscale si riduce dal 43,1 al 42,9%. E poco, ma è meglio di niente. In meno di due anni, il governo è riuscito a correggere i conti dello Stato di 1,3 punti percentuali di Pil, più di 20 miliardi di euro».

I conti tornano, dunque. Speriamo che in Italia torni anche il buon senso.

Lo zen e l’arte della manutenzione del Partito democratico

Annuncio la nascita di una nuova area spirituale all’interno del Pd. E’ la sua corrente zen. Quella che prende le distanze dalle burocrazie e dalle discussioni per luminari del Cencelli a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane, che si allontana dalle polemiche sull’intervento dello Spirito Santo nell’iter di una legge, che sostiene non esserci prove dell’esistenza di Dini, che non intende confrontarsi con il vuoto della chiacchiera quotidiana, che percepisce un risentimento crescente nella popolazione nei confronti della politica e si dice disposta serenamente a prenderlo in considerazione. Un’area culturale che prende contatto con la realtà più in profondità di quanto non si sia fatto finora, perché intende parlare solo di contenuti, di formazione, di elaborazione, di cose da fare, e non di chi le deve fare, in virtù di chissà quale incarico. L’area zen è un’area immediatamente aperta a tutti: è sufficiente aderirvi ciascuno per conto proprio, senza tessere, né correnti. Solo di qualità vogliamo nutrirci, puntando alla riscoperta del compito originario con cui il Pd è nato: rendere migliore la politica e, di conseguenza, ove possibile, anche la nostra vita. Chi è interessato, è pregato di rileggere queste righe ogni tanto, valutando se sta dedicando più tempo alle nomine e ai maledettissimi posizionamenti o alle cose qui tratteggiate. Nel secondo caso, il satori è più vicino.

Il trauma e la sua trama

L’ultimo libro di Patrick McGrath si intitola Trauma, lo pubblica Bompiani e non lascia certo indifferente il lettore. Confesso la mia ignoranza – sono l’unico in giro a non aver letto Follia – e devo dire che il mio impatto con McGrath non è stato dei più felici, ma ne vale comunque la pena. Il libro coinvolge soprattutto in ragione di una scrittura sapiente e di un gioco psicologico che, senza essere niente di trascendentale, colpisce nel segno. La forza del libro sta tutta nella trattazione e nello sviluppo di una trama che muove dal concetto che ne costituisce titolo e Leitmotiv: il trauma, la sua ripetizione e la sua complessa e controversa elaborazione che sono alla base del lavoro del protagonista e dell’esperienza esistenziale di ogni essere umano. Una provata capacità narrativa consente a McGrath di ricondurre ad un unico trauma anche le manifestazioni dei diversi traumi che si incontrano nel corso del libro e che riguardano tutti i personaggi principali, all’apparenza legati da fili non sempre così robusti. Eppure, alla fine, si scopre che… dovete leggere il libro per saperlo. Sapendo, ovviamente, che è traumatico, appunto, e che rischia di risvegliare anche i traumi vostri – piccoli o grandi che siano – perché – purtroppo o per fortuna – la letteratura, quando è ‘buona’, ha una relazione con la vita di ciascuno di noi che non è proprio il caso di sottovalutare.