Si avvicina il 25 aprile e mi rendo conto che sono talmente antifascista che non ho neanche un balcone. Sono repubblicano ‘dentro’. Molto ‘dentro’.

Il Corriere della Sera pubblica una locandina con foto del Duce e uno slogan di sicura presa: «Il Ventennio che ha cambiato l’Italia». Una collana, dice, per «capire» il fascismo. C’è da capirli: andò tutto bene.

Nel frattempo prosegue la quarantena, che ormai è diventata cinquantena e passa.

Dice che Ronaldo vive a pochi chilometri da un focolaio, a Madeira. «Tampone d’oro!», scherza un mio amico non proprio filo-juventino.

Andremo a prenderli al mercato nero, i tamponi – letteralmente – d’oro. Dal pusher. O li sostituiremo con un’immaginetta di Sant’Antonio da Padova, come propone Stefano Artusi, come supremo DPI (che starebbe per «dispositivi di protezione individuale» se solo ce ne fossero).

A vedere certi amministratori della cosa pubblica viene voglia di allungare la quarantena e non uscire più di casa. Con i sacchi di sabbia alle finestre.

«Eravamo già abbastanza incattiviti, come usciremo da due mesi di cattività?» , mi scrive Rocco Olita, facendo riferimento alla notizia del runner pestato a sangue a Padova, a proposito.

Intanto esce l’appello di 100.000 medici che chiedono tutela – tutela che ancora non hanno ed è uno scandalo totale. Risuonano le parole di Crisanti che insiste sull’intervento precoce e il sistematico censimento dei contagi. A oggi impossibile.

Scrivono, i medici: «i pazienti vanno trattati il più presto possibile sul territorio, prima che si instauri la malattia vera e propria». Il trattamento precoce è l’unico modo di sconfiggere l’epidemia. Crisanti chiede tamponi a tappeto.

Il territorio, insomma, è protagonista. Lo è da tempo: quello leghista delle radici, a destra, e il grido «ripartiamo dal territorio!» che si ode dall’altra parte, dopo ogni sconfitta. Ecco, ora avete un’occasione straordinaria per dare senso a questa parola e alla retorica che la accompagna. La medicina di territorio, ad esempio. Proprio quei medici di base che non servivano più, secondo qualcuno. E le tamponarie e le postazioni mobili e i controlli prima che sia troppo tardi. E la selezione geografica – perché il paese è molto diverso, da territorio a territorio, rispetto al virus – e le indicazioni sulle categorie più a rischio.

Altri Paesi si stanno attrezzando perché la brutta notizia è che il virus può mutare. E se non “muta” anche il sistema per contrastarlo, saremo fottuti alla prossima occasione. Molto presto.

Ecco quello che chiediamo e ci meritiamo. Con informazioni precise, di dettaglio, geografico, anagrafico. Spiegazioni, non dati grezzi, non dichiarazioni.

E non solo sulla vita delle aziende, ma anche su quella delle persone, di cui si parla molto meno. Perché se riapriamo, non vorremmo ammalarci, vorremmo capire come organizzare la nostra vita con i nostri piccoli, nelle nostre famiglie: fino a dove possiamo spingerci e come ci possiamo comportare.

Tutte cose che è il caso di venire a sapere ora, prima di ritrovarci fuori dalla porta senza sapere bene che fare. Come quaranta giorni fa. Allora era sorprendente, ora è soltanto vergognoso.

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