Ieri sera, a Pescara, in occasione del Fla, il festival della letteratura diretto da Luca Sofri, ho ascoltato Walter Veltroni presentare il suo nuovo libro.

Oltre alla descrizione del romanzo, Veltroni si è concesso un appello tanto insistito quanto astratto all’unità della sinistra, con una totale rimozione di ciò che è accaduto, senza spiegare come, né perché si possa rimettere insieme quella sinistra che ha abbandonato se stessa. Senza individuare le responsabilità, senza indicare le scelte da rivedere, senza illustrare un percorso per il futuro.

Un appassionato elogio del pluralismo che in questi anni è stato negato, cancellato, devastato dalla retorica del capo, della vittoria (una vittoria che non lo era), del si fa così o niente, degli aut aut, degli ultimatum, fino al voto sulla Costituzione trasformato in uno spareggio.

Nel libro di Veltroni, in una sorta di riproposizione della mossa narrativa di Goodbye Lenin, il protagonista si risveglia dopo molti anni di coma e trova un mondo trasformato, da scoprire nuovamente.

Senza voler fare facili parallelismi, svegliarsi ora dopo cinque anni di larghe intese (e i precedenti, anche), dopo che si è stravolto un programma, un profilo, una cultura politica, praticamente tutto quanto, sperando che sia sufficiente un appello all’unità che rimetta a posto le cose, come se nulla fosse accaduto, non ha alcun senso. Non è credibile, non è nemmeno serio.

Soprattutto per chi ha sostenuto ciò che è stato fatto in questi anni – politiche e pratiche divisive – e che però ora, curiosamente, finge di non ricordarlo.

Dopo il referendum del 4 dicembre, non c’è stato alcun ripensamento.

Il governo è stato confermato nella sua quasi totalità e la sua linea confermata e rilanciata. Sul lavoro – facendo saltare il referendum sui voucher -, sulle regole democratiche – con il pessimo Rosatellum -, con la riproposizione dei bonus e in più con la linea Minniti, per liquidare il problema dei profughi, come spiega Bonino oggi su Repubblica. Gentiloni e Minniti, gli esponenti più veltroniani del governo Renzi, ora protagonisti assoluti delle scelte politiche che dividono a sinistra.

Si è perso un pezzo, poi un altro, fino all’uscita dalla maggioranza di tutto lo spicchio della sinistra parlamentare in occasione della fiducia sul Rosatellum, sistema elettorale pensato in chiave maggioritaria da una forza ormai minoritaria sprovvista di coalizione. Un sistema concepito per il «voto utile» (che però, guarda un po’, va ad altri) per sbaragliare le forze a sinistra, con il quale ora si richiamano alla responsabilità proprio quelli che sono stati messi ai margini da queste scelte.

Non è mai stato convocato un tavolo, una sede, un convegno di confronto, un «momento» di discussione franca e serrata con chi aveva espresso cautele e preoccupazioni e manifestato dissenso verso scelte che non univano il Pd alla sinistra, lo univano alla destra, facendo coincidere le misure adottate con le promesse elettorali, degli altri.

Veltroni ha ragione: è un vero peccato che la sinistra si sia divisa, ben più marcatamente che nel 2008, quando Veltroni ne prese un pezzo, alleandosi con Di Pietro, lasciandone perdere un altro, dopo aver chiuso con Prodi, anche in ragione di divisioni che si erano prodotte in una coalizione molto larga e variegata, concepita all’insegna dell’unità solo due anni prima.

È un vero dramma che la cosiddetta sinistra, per via di politiche di destra, si sia divisa da se stessa.

Capirne le ragioni, indagare le responsabilità, chiarire i punti sui quali si è consumata quella rottura, fare un qualche riferimento alla realtà sociale ed economica del paese, al rapporto di fiducia dei cittadini verso le istituzioni, darebbe forse qualche spiegazione in più a chi propone una riflessione molto, troppo tardiva e molto, troppo leggera per dare risposte a chi le cerca.

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