Un’offerta politica alternativa del tutto nuova e migliore

Antonio Polito oggi sul Corriere centra il problema: per aprire una nuova stagione bisogna provare soluzioni inedite.

È sbagliato proseguire nelle ricette degli ultimi governi, che non hanno portato alcuna vera ‘rottura’ con ciò che c’era prima, com’è sbagliato riproporre edizioni precedenti, di ceto politico, senza la capacità di aprirsi davvero al nuovo mondo, in continua trasformazione.

I punti richiamati da Polito – che vi prego di ritagliare e conservare – sono quelli da cui muoviamo anche noi e che ispireranno i lavori della Costituente delle idee (Roma, 24-26 febbraio): per dimostrare che non è tanto un progetto che parla alla sinistra, all’insegna di un visto politicismo, ma un progetto attraverso il quale la sinistra parla alla società.

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La scissione dalla realtà

Ciò che colpisce è che chi si oppone alla scissione, ne stia operando una più grave e non da oggi: la scissione dalla realtà.

C’è chi parla di un programma da scrivere, dimenticando che la maggioranza del partito della nazione (non ne parlano più, ma solo perché la nazione non si è dichiarata molto convinta) un programma negli ultimi quattro anni non l’ha mai scritto, ma l’ha praticato, cristallizzandolo in alcune riforme che l’attuale esecutivo, guidato dal mite Gentiloni (che si distingue giusto per la mitezza), dice di voler portare avanti, proseguendo nel percorso di riforme avviato dal governo precedente, che è rimasto per nove decimi identico.

C’è chi dice che bisogna ricostruire il centrosinistra, ma il centrosinistra è saltato per le stesse ragioni sopra richiamate e per una gestione del potere aggressiva verso tutte le forme di dissenso, anche le più ragionevoli, tra asfaltature e gettoni nell’iPhone.

C’è chi finge di non avere votato il 4 dicembre, che non ci sia proprio stato il voto e che il voto di ciascuno fosse indifferente, così come il voto con fiducia sulla legge elettorale incostituzionale (e non per via del referendum, incostituzionale di per sé), così come i voucher che si sono moltiplicati senza alcuna responsabilità di nessuno, così come tutto il resto del bel programma visto in questi anni su quasi tutto.

Con la rimozione non si va molto lontano. Non è dicendo che il ciclo renziano finisce che l’ex-premier scompare, non è accompagnandolo che si rovescia un quadro compromesso. Provare un Nazareno a sinistra con chi l’ha fatto a destra, per capirci, non risolve le contraddizioni: le aggrava. E mistifica ciò che è successo, difettando di credibilità e di maturità del giudizio.

E non è nemmeno con il ritorno a ciò che c’era prima che si fa un passo avanti. Ci vuole qualcosa di nuovo, una sorpresa e un progetto di governo coraggioso, libero, che prescinda dalle riforme che non lo erano degli ultimi anni per provare a fare qualcosa di molto diverso.

Con una dose minima di ceto politico, con la rappresentanza da offrire alla società, proprio a partire dalle questioni più scottanti che riguardano la vita dei cittadini, non l’acquario dei politici.

Avete presente quando in Fahrenheit 451 adottano i libri? Ecco ci vuole una lista di persone così: che rappresentino questioni, battaglie, impegni, diritti, opportunità. In se stessi. Cento leader, non uno solo. Uno spirito costituente che sbaragli le correnti. Un lavoro culturale, che anteponga le cose alle tattiche. Non il testosterone delle risse, ma il tratto femminile della costruzione paziente, riflessiva e però nitida: il nodo e non il chiodo, come direbbe Adriano Sofri.

Questa è la mia personalissima proposta. Se faremo così, cambieremo un pezzo di sinistra e soprattutto apriremo finestre su una politica radicalmente diversa. E scusate se è poco.

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Dimmi con chi vai

Mentre tutti intorno a noi si scindono, oppure no, o forse quasi, mi chiedono in continuazione: con chi vai?

Rispondo con serenità: vado con «Nessun Paese è un’isola», il lavoro corale avviato da Stefano Catone sull’accoglienza, accompagnato da una proposta legislativa sull’immigrazione, orchestrata da Andrea Maestri. Niente Alfano e niente Minniti, che piace tanto ai leghisti.

Vado con «Prima del diluvio», un pacchetto fatto di mobilitazione e proposte precise sulla questione (rimossa) dei cambiamenti climatici, coordinato da Annalisa Corrado. Niente Sblocca Italia.

Vado con Davide Serafin (che se fosse pronunciato alla francese sarebbe già un leader) per la progressività, per la redistribuzione, per la giustizia sociale. Niente bonus lotteria.

Vado con la laicità di chi pensa che sia il momento di affrontare chiaramente la questione dell’8 per mille (da definire e da rendicontare), la legalizzazione della cannabis, il matrimonio egualitario, il fine-vita. Niente inerzia e rinvii.

Vado con Elly Schlein e chi si batte in tutta Europa per superare i paradisi (anche quelli interni) e per fare in modo che le multinazionali elusive paghino le tasse, necessarie per il nostro welfare (vedi alla voce: la ricchezza nascosta delle nazioni, in libreria). Niente paura.

Vado (seguendo, con rispetto) con chi mi sta promuovendo la mobilitazione di Nonunadimeno, per affrontare la maledetta «questione maschile» e dare parità nella differenza, a cominciare dai tempi e dai modi di lavoro e di cura. Niente discriminazione (perché di questo si tratta).

Vado con il referendum sui voucher, che qualcuno si augura di scansare (come già per le trivelle), perché credo sia un’occasione fondamentale per parlare di lavoro, di diritti, di garanzie, di giusta retribuzione. Tutte cose essenzialmente costituzionali. Niente JobsAct.

Vado con chi pensa che si debba affrontare la questione dei «vitalizi» e degli stipendi dei parlamentari, come da nostra proposta non-demagogica. Niente privilegi.

Vado con chi pensa che si debba fare chiarezza sulle armi e rispettare le leggi e la Costituzione italiana. Niente pinottismi.

Vado con chi pensa che l’investimento più importante, di lungo periodo, è quello su scuola e ricerca, in un’ottica di collaborazione e non di imposizione con chi ci lavora. Perché sia un sistema efficiente e rispettoso, degli studenti e degli insegnanti. Niente buona (?) scuola.

Se volete farlo anche voi, con Possibile facciamo così. E pensiamo che nostro compito sia quello di far emergere, sulla base di queste linee di fondo e di sostanza, l’Italia più libera, più competente, più rappresentativa. Preoccupandoci poco del ceto politico e molto dei ceti che rischiano, perché sono più deboli o perché sono più esposti nel fare impresa, nel creare lavoro, nel provare modelli inediti e innovativi. In campo economico e sociale, perché dovremmo tornare a pensare insieme alle due cose.

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La proprietà transitiva e quello che manca (un progetto)

Mentre prosegue il nostro lavoro per la Costituente delle idee (qui le ultime ‘istruzioni’), leggo un sacco di cose che non possono non destare interesse.

Sinistra italiana non risolve le proprie contraddizioni se non forse scindendosi, con sindrome ‘radicale’ (perché nel frattempo anche i radicali sono attraversati da sfratti e divisioni devastanti).

Pisapia rilancia se stesso, dopo avere rinunciato a proseguire nel proprio mandato di sindaco, come punto di riferimento di un’area a sinistra che però dialoga con il Pd, qualsiasi Pd, anche quello di Renzi.

La minoranza del Pd minaccia non una, ma due o tre scissioni, augurandosi forse che la scissione alla fine la faccia proprio Renzi. Nel caso, gli esponenti non renziani andrebbero con Pisapia, che poi vuole allearsi con il Pd, qualsiasi Pd, anche quello di Renzi. Quindi uscirebbero per rientrare, che non mi pare – se posso – proprio un’idea geniale. A meno che il congresso del Pd non cancelli la proprietà transitiva, sostituendola con i tradizionali ghirigori per cui ci si allea con chi si ritiene lontanissimi. L’importante è allearsi, poi si vedrà.

Tutti dicono di essere convinti di arrivare al 40%, ammesso e non concesso che la legge elettorale rimanga più o meno quella che è, che in queste condizioni pare una fata morgana, utile soltanto per ‘chiudere’ il dibattito, non certo per aprirlo.

Quasi nessuno dice che cosa vorrebbe fare. Parlo di impegni programmatici, di progetto, di questioni politiche. Se ci si allea con il Pd che intende «proseguire le riforme di Renzi» (mantra che tutti ripetono, soprattutto i dirigenti del Pd, i ministri, gli opinion leader che le hanno condivise, che rimangono tutti saldamente al loro posto), non si capisce come si potrebbe fare diversamente da quello che abbiamo visto in questi anni. E ciò vale soprattutto se Renzi rimane alla guida del Pd e delle coalizione di forze che al Pd guarderebbero.

Ciò che manca è esattamente ciò che consentirebbe una scelta più seria, approfondita, strategica: un progetto di governo, scritto (perché della tradizione orale, a chiacchiere, non se ne può più), condiviso da persone credibili, che vogliono governare il Paese sulla base di impegni chiari, di una linea politica nitida, di parole semplici e forti.

Si riparta da lì: e così si costruisca qualcosa. Tutto il resto è destinato a avvitarsi e a far vincere il progetto di governo degli altri. Sempre che ne abbiano uno, pure loro.

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Tra lo Ngorongoro e il Serengeti, il maestoso spettacolo della discesa dal carro del vincitore

Mentre si vota a giugno, ma anche a settembre, forse a ottobre, più probabilmente a febbraio, con una legge elettorale che è un doppio Italicum dimezzato oppure un Consultellum rivisitato ovvero ancora Mattarellum verdinizzato, tra lo Ngorongoro e il Serengeti si assiste al maestoso spettacolo della discesa dal carro del vincitore (che ha perso), di cui avete una straordinaria testimonianza in questo pezzo di De Angelis.

Dalle magliette sulle quali campeggiava il mitico «Keep calm and rottama» è stato tolto «rottama». L’importante è mantenere la calma. «Don’t panic».

Per evitare di farsi del male, è meglio non precipitarsi, non accalcarsi, scendere con ordine, in fila indiana, seguendo le istruzioni delle hostess e degli steward che vi accompagnano verso l’uscita, ricordandovi di ripetere alcune formule rituali: su tutte una dura critica al «decisionismo declamatorio», con aggiunta di «personalizzazione». Un ramoscello d’Ulivo per rivolgersi a sinistra e un appello al fronte dei responsabili a destra, per evitare che vincano gli altri e le loro politiche, anche se non è ben chiaro chi siano gli altri e le loro politiche.

Giunti sulla soglia, per alcuni la parola d’ordine per aprire le porte della nuova stagione politica è «Alfano», nel senso che basta togliere Alfano per rifare il centrosinistra. Per altri la parola d’ordine è «Alfano», nel senso che basta aggiungere Alfano per fermare i populisti.

I cerchi magici diventano concentrici eppure centrifughi e la centrifuga è anche la sensazione psicologica che si prova, dopo avere apprezzato la calca del carro quando era strapieno, tra solitudini e spaesamenti.

Chi ha votato sì minimizza e auspica una riconciliazione con chi ha votato no. Chi ha votato no apprezza chi ha votato sì, soprattutto perché ha perso.

Nel frattempo, tutti scappano da se stessi, inseguiti dai ministri che sono gli stessi di prima o inseguendoli come se fossero prede, con aggiunta di Minniti che a sua volta all’Interno sta rifondando il centrodestra di ispirazione maronita

Tutti ripetono che si devono portare a termine le riforme del governo precedente, però non ne sono più tanto convinti, se è vero che cercano ogni volta che possono di far sparire le prove, di costruirsi alibi, di occultare le situazioni più imbarazzanti.

In lontananza gli elettori reclamano una qualche attenzione, ma il frastuono della discesa impedisce di udirne i richiami.

La sera scende con il suo mantello e non si è votato nemmeno oggi. Forse domani? Chissà.

 

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Insistere in ciò che riteniamo giusto e rigoroso

Andrea Pertici, leggendo le motivazioni della sentenza della Corte costituzionale, spiega perché l’Italicum, cover del Porcellum, è stato dichiarato incostituzionale rispetto ai punti essenziali della legge: potremmo dire al suo stesso impianto.

Che il referendum di dicembre non c’entra: perché è incostituzionale il ballottaggio con premio e non regge neppure l’analogia tra l’elezione del Parlamento e l’elezione dei sindaci. Equazione, quest’ultima, popolarissima negli anni del consenso in cui ogni dissenso era derubricato con fastidio. Perché era ritenuto furbo, allora, introdurre l’elezione diretta del premier in un sistema parlamentare, senza nemmeno ‘dirlo’. Furbissimo.

E come in occasione il referendum costituzionale, scopriamo che le principali obiezioni (questo è ciò che dicemmo nel gennaio del 2014) che facemmo al sistema elettorale che tutto il mondo ci avrebbe invidiato e che tutti erano sul punto di copiarci erano corrette e precise.

In questa occasione, vorrei ringraziare Andrea Pertici e le persone che insieme abbiamo coinvolto, a cominciare da Gianfranco Pasquino e Maurizio Viroli, per averci accompagnato in questi anni difficili di riforme incostituzionali e sbagliate o tutte e due le cose insieme.

Le posizioni rigorose, soprattutto se non ‘gridate’ e ‘sparate’ a mille all’ora, sono sempre quelle giuste. E noi insisteremo in ciò che riteniamo giusto e rigoroso.

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Tutto molto interessante: il congresso del latte versato

Sergio Chiamparino demolisce oggi sul Corriere i tre anni del governo Renzi. Senza appello.

Resta da capire perché tutte queste cose durissime nessuno o quasi le abbia dette ‘prima’ e ‘durante’, mentre chi le denunciava era preso quotidianamente a pallonate.

Peraltro, oggi tutti parlano di «decisionismo declamatorio» (espressione omerica che ricorre in ogni intervista degli esponenti del partito del governo divenuti critici tutto d’un colpo), ma quando si decise di togliere l’Imu ai benestanti, di introdurre bonus a raffica, di alzare la soglia del contante ecc., nessuno fiatò.

Quanta flessibilità sprecata. Quanti soldi buttati. Quante scelte che hanno aumentato le disuguaglianze, promettendo di fare il contrario. Quante «fiammate» che si sono «bruciate» subito. Già.

E quanti errori, quante violenze allo stile e al contenuto della Costituzione. E quanta opacità. Già.

Quanto latte versato, in questo congresso, che non è nemmeno iniziato ed è già Bla Bla Land.

Peraltro, le stesse ‘conquiste’ citate da Chiamparino e da altri, come la politica di accoglienza per affrontare le migrazioni (gestita da Alfano e non proprio in modo impeccabile), sono messe in discussione dal nuovo corso minnitiano, che sta offrendo tutt’altra lettura del fenomeno. In un governo praticamente identico al precedente, salvo per lo scambio al ministero in questione e pochissimo altro.

Tardivi rispetto al risultato del 4 dicembre, ingenerosi verso il leader assoluto che hanno sempre sostenuto mortificando i «dissidenti», poco credibili verso il passato (Renzi non ha certo votato tutto questo campionario di cose sbagliate da solo) e poco verso il futuro, che faticano a descrivere: perché ovviamente oggi assicurano che ciò che è accaduto non deve ripetersi mai più. Ma siamo certi che alla prossima occasione ci diranno: è così, non ci sono alternative, va tutto bene. Di più.

Alla fine il segretario può rimanere, perché ha comunque l’«energia» per continuare.

L’energia.

Auguri.

 

tuttomoltointeressante

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Chi l’avrebbe mai detto?

“Uno sproporzionato sacrificio dei principi costituzionali di rappresentatività e di uguaglianza del voto, [che trasforma] artificialmente una lista che vanta un consenso limitato, ed in ipotesi anche esiguo, in maggioranza assoluta”‎.

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Lessico familiare (segue)

Scissione elettorale. Nel 2013 milioni di elettori di centrosinistra non votarono il centrosinistra. Nessuno si è chiesto perché ciò sia successo. Anzi, si usciva dalle larghe intese con cui si era conclusa la legislatura precedente e si è inteso proseguire per due anni, poi addirittura per cinque.

Scissione programmatica. Il programma del 2013 diceva alcune cose che sono state ribaltate. Ed era un programma che il centrosinistra aveva fatto sottoscrivere agli elettori, in occasione delle primarie, con una buona dose di sadismo. La «scissione» si è vista sul lavoro, sulla scuola, sulle politiche ambientali, sulle tasse sulla casa, sul contante, ecc. Per comporre la «scissione» qualcuno ha pensato al ponte sullo Stretto, simbolo delle politiche della destra. Ecco.

Scissione mancata. Quella della legge di riforma costituzionale, che sarebbe stato più corretto e costituzionale, appunto, dividere in più leggi di riforma, approvando soltanto quelle intorno alle quali si poteva riunire una maggioranza parlamentare significativa. In compenso, se è mancata la «scissione» delle leggi di riforma, è stata approvata con fiducia la «scissione» delle leggi elettorali. E la «scissione» da ciò che è costituzionale è stata recentemente ribadita dalla Consulta.

Scissione politica. Il centro e la sinistra sono stati separati dalla svolta a destra, nei toni, nei contenuti, nelle scelte, nelle parole, nelle persone individuate come interlocutori. La sinistra è stata vissuta con fastidio, come un impiccio, alle prese con il gettone da inserire nell’iPhone.

Scissione dalla realtà. La vicenda Mps e il ritardo con cui la si è affrontata dimostrano che per astratte ragioni politiche, rovesciate peraltro nel voto del 4 dicembre, si è preferito prendere nettamente distanza dalla realtà. La stessa faraonica retorica della ripresa è sembrata «scissa» dalle reali condizioni del paese. Avere preferito mosse elettorali a politiche sistematiche di riduzione delle disuguaglianze e di investimento strategico ha fatto il resto.

Scissione in casa. Michele Emiliano prosegue nella sua durissima campagna contro il Pd di Renzi e porta con sé una domanda: ma se il Pd è il partito delle banche e dei petrolieri e dell’establishment, come lo ha definito più volte, si può cambiarlo o si fa prima a abbandonarlo? Perché ammesso e non concesso di vincere il congresso e ammesso e non concesso che il congresso si celebri, chi dice così poi si troverà ad avere a che fare con le stesse persone così duramente rappresentate: come farà a convivere con chi lavora per le banche e i petrolieri? E viceversa?

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Pensavo fosse una scissione, invece era un gazebo

Come volevasi dimostrare, dopo anni di tensioni inenarrabili, scontri tra culture politiche irriducibili, il voto contrario alla riforma costituzionale, non era una scissione vera e propria, era un gazebo.

Perché l’ex-premier è pronto a concedere i gazebo per scegliere il nuovo leader, assecondando quindi l’ultimo penultimatum delle minoranze. E tutto torna magicamente all’interno del partito che fu democratico, con formule improbabili, come quella dell’Ulivo 4.0, che non si capisce bene nemmeno che cosa voglia dire, soprattutto se sostenuta da un partito che ha distrutto il centrosinistra, che ha adottato politiche che l’Ulivo ha sempre avversato, che ha promosso parole, toni e contenuti lontani mille miglia dallo spirito del 1996.

Siccome a ogni stormir di fronda ci viene chiesto: sì ma voi con chi andate, se esce questo, se torna quell’altro, ribadiamo un concetto: ci vuole un progetto di governo grande come il ca che ce ne frega di tutti questi ghirigori.

Non siamo mai stati a disposizione di un capo, né di quello di ieri, né di quello dell’altro ieri. Non crediamo alle conversioni damascate, né ai cambiaverso. Vogliamo coerenza e cerchiamo di praticarla. Siamo alla ricerca di soluzioni, non di accrocchi.

Per noi è ora di lasciare uno spazio bianco, come in quel bel libro di Valeria Parrella, e scrivere una storia nuova, che tenga conto che il mondo è cambiato, che le persone stanno peggio e che la sinistra non c’è stata, e se c’era dormiva.

Ci vuole un’alleanza con le persone, non tra politici. Ci vuole un riferimento alla realtà, non l’ennesima metafora calcistica o botanica o tutte e due le cose insieme.

L’Ulivo non è l’arbre magique con cui ogni volta si cerca di dare un profumo di centrosinistra a un veicolo che ha svoltato a destra, anni fa, perdendosi nell’indistinto del pensiero unico.

Ciò che c’è da salvare di quella tradizione è esattamente l’idea di presentarsi autonomamente dagli equilibri e dagli equilibrismi politici, con un testo che sia anche un patto con le persone a cui ci si rivolge.

Tutto il resto è un rumore lontano. E, quello sì, parecchio sinistro.

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