Chi è il sovrano e dove si trova?

Consiglio la lettura del libro di Barbara Spinelli, La sovranità assente, uscito in queste ore (Einaudi).

Spinelli, citando il futuro «irrevocabile come il passato» di un racconto di Borges (Il giardino dei sentieri che si biforcano), parla di «assassinio del possibile», che è possibile contrastare solo ricorrendo all’«uomo delle possibilità» di Musil:

È questo che rende così insopportabile il mantra che sentiamo ripetere: «Non c’è alternativa». È una locuzione adeguata agli eventi solo quando sono trascorsi, e scritti in un certo modo. Quando si condensano in una narrazione teleologica, finalistica, e tutti i «se» vengono scartati come futili o idealisti. È una delle operazioni mentali più fraudolente che si possano immaginare, quest’oggi sequestrato e traslocato nel mondo di ieri. Nulla si può cambiare, neanche lontanamente sono ipotizzabili biforcazioni.

Ulrich, l’Uomo senza Qualità, definisce se stesso come Möglichkeitsmensch, un uomo delle possibilità – un possibilitario – che non smette d’innervosirsi davanti al cosiddetto senso della realtà, delle «cose come sono». […] Sempre tenendo in mente che i se sono importanti, che i sentieri che possiamo imboccare sono innumerevoli – non uno soltanto – e si biforcano costantemente come nel racconto di Borges.

Canone inverso

Vincenzo Vita oggi sul Manifesto a proposito di Rai, canone in bolletta (che non lo sarà) e progetti di riforma che a volte ritornano:

Senza scomodare l’Eterno ritorno di Nietzsche, certo la vicenda della Rai assomiglia ad un ritornello senza fine: annunci, voci, anticipazioni, convegni. Ma nessun progetto definito presentato dal governo, che pure aveva promesso di recidere i rapporti tra l’azienda e i partiti, di anticipare a quest’anno il rinnovo della concessione dello Stato, di rimodellare la governance, di mettere mano al canone di abbonamento.

Quest’ultimo argomento sembrava l’unico davvero attuale. E la Rai ha già acquistato la carta per i bollettini, visto che la riscossione avviene a gennaio. Lo scorso 28 ottobre scrivemmo che la storia del canone ha un non so che di misterioso. Ora, qualche tassello del mosaico sembra illuminarsi: il pagamento avverrà con la bolletta elettrica, l’ammontare sarà diversificato, ma – ecco l’ovvia e prevedibile notizia delle ultime ore – non dal prossimo anno. Tanto rumore per nulla? Si lavori almeno per semplificare il meccanismo, introducendo l’ammontare nella dichiarazione dei redditi: si paghi a seconda di quanto si ha. Che senso ha che un pensionato al minimo o un precario o un esodato sia classificato alla stregua di un ricco finanziere? Ecco, si faccia qualcosa di sinistra, per una volta. Ma ancor meno senso ha il febbrile dibattito attorno alla vecchia tassa, senza l’ancoraggio di una visione di sistema. E già, perché il servizio pubblico nella società della rete e dei metadati è tutt’altro.

È (potrebbe diventare) il laboratorio del senso comune dell’età digitale. Il luogo di socializzazione delle culture, di traduzione nella fruizione di massa delle logiche separate degli algoritmi del capitale cognitivo. E di ricostruzione dell’informazione territoriale in una chiave non localistica. Per questo, non solo e non tanto per rincorrere lo spirito del tempo, è essenziale svincolare la Rai dalla politica: da questa politica. Anche su tale questione il governo lascia intendere che c’è un lavoro in corso. Bene, aspettando Godot-Renzi.

Tra l’altro, i prolegomeni di una buona riforma si rintracciano in numerosi testi rimasti colpevolmente incompiuti in questi anni. A cominciare dal progetto del centrosinistra n. 1138, che immaginava un consiglio di amministrazione di nomina assai più articolata di quanto brutalmente sancì la legge Gasparri del 2004, dove si ripristinò la lottizzazione secca, già superata dalla legge n. 206 del 1993 che aveva attribuito il compito della scelta degli amministratori ai presidenti della Camera e del Senato.

E poi, la proposta di legge di iniziativa popolare promossa da Tana de Zulueta, i testi a firma Gentiloni, Zaccaria, Giulietti per Articolo 21, Veltroni, Bersani (con numerosi altri) e recentemente l’articolato assai evoluto coordinato dal MoveOn: con il coinvolgimento nella governance degli utenti. Che non sono ormai un mero pubblico passivo, quanto piuttosto “prosumer” – produttori e consumatori, nell’era dei social network e dell’interattività. Si tratta, così, di discutere di strategie e di visioni, non di ritocchi brevi e transeunti.

L’idea dell’eterno ritorno è misteriosa, ci ricorda Kundera e ancora una volta il mistero è la parola chiave. Si apra una discussione pubblica e programmata.

P.S. A proposito di indipendenza della Rai dai partiti, come mai la commissione parlamentare di vigilanza ha voluto ascoltare il consiglio dell’azienda dopo il voto sul ricorso contro il taglio dell’esecutivo dei 150 milioni del canone? L’autonomia vale solo nei giorni di festa, per riprendere una felice espressione di Pietro Ingrao?

Mattina e pomeriggio

Mattina:

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Pomeriggio:

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In profondo dissenso

Alla fine (dello Statuto) ho votato contro

Con me Luca Pastorino. Paolo Gandolfi e Beppe Guerini astenuti. Trenta parlamentari con Stefano Fassina e Gianni Cuperlo sono usciti dall’aula.

Avevo detto che avevamo un problema. Ecco che il problema si è manifestato. Prima nel Pd ero praticamente solo, oggi non è andata così. E non sto parlando solo dei parlamentari, ma anche degli elettori.

A fare le cose della destra, capita che qualcuno a sinistra non capisca, diciamo.

Poi dicono che l’alternanza di genere con le preferenze non serve

Guardate qui: non saranno troppe le donne (una sola) elette in Calabria?

In coerenza con il mandato elettorale ricevuto

Ho votato a favore del mantenimento dell’articolo 18 (emendamento 5s) e per introdurne le tutele nel contratto a tutele crescenti (emendamento Sel), per il superamento del decreto Poletti (emendamento Sel) e per contrastare il demansionamento, mentre mi sono astenuto sugli ammortizzatori sociali (che per ora non ci sono o non sono sufficienti, ma ce lo dirà la legge di stabilità: non a caso molti di noi avevamo chiesto di votarla prima del Jobs Act, ma non c’è stato verso).

Tanto vi dovevo. Come sapete, preferisco lo sappiate. Domani il voto finale.

Secondo me secondario non lo è affatto

Il premier dice che l’astensionismo è secondario. Secondo me non lo è affatto e chi rappresenta le istituzioni dovrebbe avere cura di chi non vota forse anche di più di chi va a votare, per le ragioni che cercavo di illustrare ieri: perché è spaesato, perché non si fida, perché ha paura, perché pensa forse che la politica non lo riguardi.

E ciò al di là del fatto che in Emilia il Pd avrebbe perso 4000 voti al giorno dalle Europee ad oggi. Sinceramente per me è primario comprendere che cosa sta succedendo nel nostro Paese e, insieme, tutti quanti, cercare di porvi rimedio.

In ogni caso, qualcuno con il (e al) 60% di chi non ha votato dovrebbe parlare. Anche solo per capire perché.

Lo spaesamento

Simona Guerra commenta il voto di ieri:

Nel dicembre 2013 Demos ha pubblicato un rapporto sull’atteggiamento degli italiani e le istituzioni e la politica, che sottolineava la bassa fiducia nei partiti politici, ultimi con un misero 5.1% fra le istituzioni elencate, mentre la fiducia nei confronti delle istituzioni politiche mostrava un crollo inesorabile e regolare a partire dal 2005.

La bassa affluenza alle elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria viene analizzata come inattesa, ma di certo una affluenza così bassa (37,7%) in Emilia Romagna, la regione roccaforte del PD, dovrebbe portare ad una riflessione più ampia rispetto all’analisi dei risultati elettorali.

Nel 2014 lo scenario politico è certamente cambiato, e come recentemente commentato da Marco Revelli, con un cambiamento della politica, sia in sostanza sia a livello simbolico, con un populismo inedito, che prende i colori del suo ambiente – di governo e non di opposizione, come nel caso del M5s – e con ‘virulenza ed energia’, nelle parole di Revelli. C’è la velocità delle proposte, come sottolineato anche più volte da Ilvo Diamanti.

Revelli ne sottolinea la velocità e la virulenza, che arrivano anche nel commento a queste elezioni all’una di notte, ‘Male affluenza, bene risultati: 2-0 netto. 4 regioni su 4 strappate alla dx in 9 mesi. Lega asfalta forza Italia e Grillo. Pd sopra il 40%.’ La Lega ‘asfalta’ Forza Italia e Grillo.

Ma in Emilia Romagna il 61% non ha votato. Più del 50% non ha votato in Calabria. Le analisi sottolineano il voto di opinione non mobilizzato, l’assenza di elezioni in altre regioni o a livello nazionale, o locale. In particolare, è interessante guardare alla politica proposta e alle realtà regionali. Se nelle regionali in Emilia Romagna le recenti vicende possono aver segnato la bassa affluenza, è importante guardare alla fluidità del ‘mercato elettorale’, come sottolineato da Diamanti in un contributo di qualche anno fa, guardando alla ‘sordità delle oligarchie’.

Sordità che pare ripetersi nel sottolineare un successo che si fatica a cogliere. Il rinnovamento ha preso la forma di un governo dove destra e sinistra governano insieme, dove il M5s ha dimostrato di saper contestare, ma essere meno capace nelle proposte e nel saper costruire alleanze, e la Lega guadagna con un codice linguistico già usato oltralpe.

Ne pare ancora una volte uscire un Paese sospeso e spaesato in attesa di una proposta alternativa e credibile, sia per governare sia per rappresentare.

Non serve ribadire il successo, e non sembra giovare la contapposizione all’altro, l’asserzione del proprio pensiero senza interagire se non in una contrapposizione avversa.

Quando poi la contrapposizione avviene, questa svilisce l’avversario o lo si attacca. Si evita il dialogo. Si parla di futuro e si rottama il passato. Si parla di democrazia 2.0, ma non si fanno proposte e non si cercano alleanze.

E la politica manca ancora di dialogo e le proposte perdono il presente, e gli elettori.

Supermaggioritario di qua, superproporzionale di là

Così oggi Michele Ainis sul Corriere, a proposito del rompicapo perfetto che disorienta i cittadini, come recita il titolo dell’articolo.

Segnalando che anche qualora si estendesse l’Italicum al Senato, si rischierebbe il pasticcio di “andare al ballottaggio con due coppie di ballerine differenti”.

E pensare che Ainis è stato a lungo favorevole al “combinato disposto” riforme costituzionali-riforma elettorale. Ora, come molti altri, registra incongruenze e contraddizioni d’ogni sorta: anche quella che vorrebbe approvata la legge elettorale solo dopo la riforma del Senato. Che sarebbe logico, ma dove è finita l’urgenza di vedere approvata la legge elettorale come assoluta priorità?

Il problema sta nel manicum, ovvero nella scelta dell’Italicum: un sistema a doppio turno nazionale (e non di collegio, che sarebbe tra l’altro molto migliore) che male si adatta a un sistema bicamerale. Che infatti deve essere superato necessariamente per far funzionare l’Italicum. Il più classico degli hysteron proteron e un impegno discutibile sotto il profilo costituzionale: la Costituzione va modificata in base (o, meglio, in previsione) di una legge elettorale e non viceversa, come invece dovrebbe essere.

Da qui i mille problemi di una legge talmente urgente che rischia il rinvio.