L’innovazione possibile: culturale, sociale, politica

Ho spesso invitato tutti coloro che sono alle prese con costituenti di sinistra, federazioni e nuovi rassemblement (di cose che peraltro ci sono già e non sempre hanno funzionato), costituenti spesso molto teoriche, a dare l’avvio a un processo Possibile, fondato su uno schema preciso (di ordine repubblicano, laico e progressista) ma su una formula aperta, basata sulla partecipazione delle persone, a titolo individuale e collettivo.

Non solo teorizzare, quindi, ma praticare qualcosa di nuovo, nell’organizzazione, negli obiettivi, nelle formule, appunto, e anche nelle parole (su cui c’è da sempre troppa leggerezza, in questo Paese). Non qualcosa di già visto e di restaurato, ma qualcosa di innovativo in senso stretto, a partire dagli strumenti, dalle modalità organizzative e dalla partecipazione delle persone (e non dei ceti politici).

Ho parlato di possibilità, che non è tanto un banale (e provincialissimo) richiamo a Podemos o a Obama, ma è l’idea che nella vita (e quindi nella politica, che dovremmo vivere in modo diverso, appunto) ci sia sempre un’altra possibilità, un’alternativa, uno schema che non si è provato.

Questo è il senso di Possibile.

Questa mattina ho chiesto alle persone invitate a partecipare al nostro comitato scientifico di lavorare sul tema dell’innovazione. Non quella solo a parole dei tweet e delle battute veloci degli slogan, ma la costruzione di qualcosa di diverso. Un’innovazione nel modello di sviluppo, nelle politiche industriali, nelle scelte di fondo, nelle ragioni stesse del vivere democratico.

Al Politicamp di Firenze dal 17 al 19 soprattutto di questo parleremo, muovendo dal lavoro già in campo su numerose «campagne», dalle parole di Alexander Langer (in modo storico e politico, non semplicemente commemorativo), dall’ascolto di persone che l’innovazione la praticano, in senso stretto e pieno.

E l’innovazione entra nelle politiche per la casa, nella gestione dell’immigrazione e dei campi rom (altro che ruspa), nel far rivivere la democrazia, nel dare sostegno a chi non ha reddito, di offrire ai cittadini una maggiore progressività fiscale (in linea con la Costituzione, altro che flat tax), nel togliere le trivelle per metterci l’efficienza energetica, nel restituire la voce (nel senso di vox e di voice, insieme) al popolo, nel dare prospettive a chi fa impresa e diritti a chi lavora (non toglierli, come capita sempre più spesso), nel dare parità nella differenza di genere, nel superare le ipocrisie e dare matrimoni eguali per tutti, nel ricostruire una forza che abbia una ‘scala’ europea, nel dare voce a soluzioni e ricette che non siano le stesse degli ultimi trent’anni, perché non hanno funzionato, né dentro né fuori dall’Italia.

Per noi così è Possibile. Tutto il resto ci pare la riedizione di cose già viste, già sentite e in molti casi già perse nella memoria.

L’uomo che dice no (e che però dicendo così dice un sì di altro tipo)

Citazione perfetta di Christian Raimo.

Che cos’è un uomo in rivolta? È innanzitutto un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia: è anche un uomo che dice sì. Osserviamo nel dettaglio il movimento di rivolta. Un funzionario che ha ricevuto ordini per tutta la vita giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando. Insorge e dice no. Che cosa significa questo no?
Significa, per esempio: «Le cose hanno durato abbastanza», «esistono limiti che non possono essere superati», «fin qui, sì, al di là, no», o ancora: «andate troppo in là». Insomma, questo no afferma l’esistenza di una frontiera. Sotto un’altra forma ancora la stessa idea si ritrova nella sensazione dell’uomo in rivolta che l’altro ‘esageri’, «che non ci siano ragioni per», alla fine «ch’egli oltrepassi il suo diritto», fondando, per concludere, la frontiera il diritto. Non esiste rivolta senza la sensazione di avere in se stessi in qualche modo e da qualche parte ragione. È per questo che il funzionario in rivolta dice ad un tempo sì e no. Perché afferma, assieme alla frontiera, tutto ciò che custodisce e preserva al di qua della frontiera. Afferma che in lui c’è qualcosa di cui vale la pena prendersi cura.

Un Oxi per l’Europa (del resto, si pronuncia come il medicinale)

Lo avevo detto e scritto giorni fa.

Tutti sorpresi perché in Grecia votano (fa strano, soprattutto agli italiani), tutti sorpresi perché i greci si sono permessi di andare contro corrente, rispetto non solo ai memorandum, ma agli ultimi trent’anni di pensiero unico.

Un Oxi (che si pronuncia come quel medicinale) che può cambiare prospettiva all’Europa.

Può farlo, spinto dai giovani greci (che si sono espressi per il No a larghissima maggioranza): un dato che testimonia come il voto sia un voto di speranza e non di banale negazione, come è stato ripetuto troppo spesso in Europa in queste ore da una classe dirigente arrogante e presuntuosa.

Nessun particolare festeggiamento, nessuna tifoseria, perché al popolo greco dovrà rispondere l’Europa, dovranno entrare in campo forze di progresso che se ne sono state alla finestra, si dovranno trovare soluzioni più ambiziose e credibili e sostenibili per consentire alla Grecia di uscire dai guai e -nello stesso tempo – per rilanciare il progetto europeo.

Peggio ha fatto chi, come il premier, ha ridotto tutto a un derby tra euro e dracma (cit.), accreditando la tesi dei conservatori europei e di chi, d’altra parte, vuole abbandonare la moneta unica.

Varoufakis ha preferito (con classe e dignità istituzionale) non commentare la posizione del governo italiano, che invece ha commentato fino a ieri pesantemente sulle questioni greche, senza alcun rispetto né per il governo né per il popolo ellenico.

Agli uscisti dall’Euro, d’altra parte ha già risposto Tsipras. Con molta chiarezza. Se altrettanta chiarezza ci sarà da oggi in poi rispetto alle scelte europee sarà una buona nuova (e nuova perché nuova davvero) per tutti.

Ancora (e ancora) sul Senato

Eugenio Scalfari torna oggi (e non è la prima volta) sulla riforma costituzionale, riprendendo la posizione che da tempo condivido: quella preoccupata per un Senato così debole e pasticciato, nella composizione e nelle competenze.

Si tratta di un Senato che pesa numericamente un sesto della Camera (creando problemi al funzionamento, ad esempio, del Parlamento in seduta comune al quale rimangono assegnate), ma che pesa ancora meno quanto alle funzioni, pur conservandone di importantissime (come la stessa riforma della Costituzione).

In particolare Scalfari – come noi – è preoccupato della sconclusionatezza delle funzioni e dell’assenza di un ruolo di garanzia rispetto ad alcuni diritti fondamentali, ad esempio. Mentre è convinto – e anche su questo siamo consonanti – che si possa avere un Senato elettivo che – prevedendolo la Costituzione – possa non dare la fiducia (essendo, viceversa escluso il contrario: cioè che un Senato non eletto possa dare la fiducia).

Le posizioni che condividiamo con Scalfari non mi sono limitato ad affermarle, ne ho fatto precise proposte in Parlamento. Alla Camera avevo presentato una proposta nel marzo 2014 e su questa base era stata presentata una proposta in larga parte analoga anche da alcuni senatori.

Va detto che – in totale isolamento – nella discussione alla Camera sono stato coerente con la mia proposta nella presentazione degli emendamenti così come nel voto. E adesso sostengo i senatori che faranno lo stesso.

P.S.: chi vi dice che la riforma costituzionale non è un tema poi così importante, è un pericoloso analfabeta politico.

Il ritorno del Senato

Andrea Pertici parla del ritorno del Senato, ovvero della riforma che lo riguarda:

C’è attesa per la ripartenza della riforma costituzionale, fissata per martedì 7 luglio in Commissione affari costituzionali del Senato.

Si tratta della seconda volta in cui la “Camera alta” deve affrontare l’esame del testo. La Camera ha modificato lo scorso inverno (nottetempo) ciò che il Senato aveva deliberato la scorsa estate. Adesso non si sa se ci saranno ulteriori cambiamenti.

Il punto centrale è sempre lo stesso: la composizione del Senato. Per un motivo molto semplice: la riforma – sin dal suo annuncio (ben precedente, come sempre, alla scrittura) – è stata basata su quello. Un Senato di non eletti non pagati. Cosa questo Senato dovesse fare e come – di conseguenza (vorrebbe la logica) – dovesse essere composto è sempre stato considerato un problema secondario, tanto che sono state cambiate almeno tre versioni e ne continuano a circolare a bizzeffe. Anche delle più fantasiose, come spiega anche stamani Marco Travaglio.

L’”ultima mediazione” – sembra – sarebbe quella di pescare i senatori ancora tra i consiglieri regionali, ma facendoli scegliere direttamente ai cittadini con un voto a parte. Tutto è nebuloso e apre una molteplicità di scenari tutti poco rassicuranti, senza considerare che – se non si intende eliminarli – in Senato, secondo l’attuale testo, dovrebbero sedere anche ventuno sindaci, che è ancora più difficile comprendere come verrebbero individuati.

Ma soprattutto non si capisce – ancora una volta (ed è una cosa alla quale non riusciamo ad abituarci) – quale sarebbe l’obiettivo della riforma. Perché se questa è la riduzione dei costi della politica, il semplice taglio di un quarto di deputati e senatori e di un terzo delle loro indennità dimezzerebbe il costo degli eletti, mantenendo il sistema più equilibrato e i cittadini liberi di scegliere i propri rappresentanti (magari in base a un’adeguata legge elettorale). E questa sarebbe stata una riforma molto semplice e di buon senso, oltre che – stando alle dichiarazioni di tutti dalla campagna elettorale in poi – approvabile in quattro e quattr’otto.

Se poi, ci fosse stata l’esigenza di rappresentare anche gli enti territoriali – o meglio le Regioni (uniche con competenze legislative) – premesso che l’Italia non è uno Stato federale e che quindi non convincono i richiami al Bundesrat (che comunque rappresenta una soluzione razionale, nel contesto di quella forma di Stato, a differenza di quella adottata dalla riforma in discussione), una soluzione poteva essere ripresa dalla Costituente, dove la Commissione dei settantacinque aveva proposto un Senato misto, come – nella logica di una mediazione (ma sensata) – avevamo fatto anche noi, con una proposta di revisione costituzionale, che trovate qui.

Il problema è che, senza avere chiaro uno scopo, le riforme sono state scritte male e ogni successivo tentativo di correzione rischia di venire altrettanto male.

Solo il coraggio di cambiare completamente impostazione, pensando non a svilire sempre più il ruolo dei cittadini, ma a valorizzarlo, riducendo la distanza da un ceto politico sempre più autoreferenziale, consentirebbe una riforma seria e forse davvero utile. Ma da questo sembra che siamo ancora veramente molto lontani.

Il tedesco del Sud

Come dice oggi Piketty su Repubblica, se fossi greco, domenica, voterei no (l’ho dichiarato qualche giorno fa). E ribadirei quello che dice lo stesso Tsipras (che forse è il miglior interprete di Tsipras, che ne dite?): il no non è contro l’adesione della Grecia alla Ue o a favore dell’uscita dall’euro.

Chi domenica va ad Atene per sostenere l’uscita dall’euro, forse dovrebbe cambiare destinazione, per capirci.

Penso d’altra parte che se vincessero i no sarebbe un modo per ribadire la necessità improrogabile di nuove ricette per la Grecia e per tutti quanti. E non credo che la Ue potrebbe permettersi di espellere proprio nessuno.

Nel frattempo Monica Frassoni (Verdi) se la prende con il premier e ha molte ragioni per farlo.

L’Italia è passata in pochi mesi dall’espressione di una solidarietà generica alla Grecia a un atteggiamento attendista e sottotraccia per poi approdare a una presa di posizione filo Merkel (nemmeno il premier fosse un tedesco del Sud, diciamo ), con annesse battutine sulla Grecia tipiche (appunto) delle occasioni in cui decide di prendere posizione (sbagliata).

Peccato che Italia (e Francia, anche) non abbiano guidato il Pse su posizioni diverse. Ma chi pensa che non abbiano potuto sbaglia. Non hanno voluto. Che è peggio.