CivaCalendar: una settimana appassionante

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Domani alla Camera per il conflitto d'interessi (discussione generale) e, a seguire, al Nazareno, la direzione nazionale del Pd.

Giovedì sera e venerdì mattina, rispettivamente a Tempio Pausania e ad Alghero (Ss), in Sardegna per sostenere la campagna delle primarie di Thomas Castangia (intanto godetevi la sua bellissima campagna su Facebook e sul suo sito web).

Venerdì sera a Monza, al Binario 7, alle ore 21, con Lucrezia Ricchiuti.

Sabato alla manifestazione nazionale dei sindacati a Roma, alla mattina, e nel pomeriggio, alle ore 18, alla Camera dei deputati, presentazione del libro di Alessandro Rimassa, È facile cambiare l'Italia (se sai come farlo), Hoepli (qui il sito).

Una senatrice espulsa?

Il Pd rischia di occuparsi soprattutto di espulsioni. Dal livello nazionale a quello locale. E sempre all’indirizzo dei senatori (che però poi magari servono a salvare il governo, come abbiamo visto pochi giorni fa). Dopo avere parlato di quelle dei senatori più ligi al mandato assunto con gli elettori che alle indicazioni – peraltro un po’ confuse e contraddittorie – dei dirigenti, in relazione alla riforma del lavoro (e dell’articolo 18), ora una senatrice è minacciata di espulsione dal livello locale, per la vicenda relativa alla crisi di un’amministrazione comunale.

Non intendiamo, naturalmente, entrare nella vicenda che non conosciamo e si dipana nell’ambito dell’autonomia locale, ma notiamo come se venisse dato seguito a tutte le espulsioni minacciate e richieste, il governo avrebbe sempre più bisogno di aiuto da destra. E temiamo che lo troverebbe. Come è già accaduto per la riforma costituzionale. Sempre a proposito di rispetto del mandato elettorale.

Il problema in fondo rimane quello del pluralismo delle idee che un grande partito dovrebbe rispettare. Anche per rispetto, appunto, di un’impostazione liberale dello stare insieme, che si oppone al centralismo democratico.

Come avviene, del resto, nelle grandi democrazie bipartitiche.

La bella e tardiva e incompleta scoperta della questione del rientro dei capitali

Leggo in prima pagina su Repubblica che il rientro dei capitali porterebbe alle casse dello Stato 6,5 miliardi.

A parte che la cifra mi sembra sinceramente eccessiva, faccio notare che la legge è stata approvata – dopo 10 mesi di dibattito! – alla Camera. E che al Senato non è detto che tutto fili liscissimo.

La domanda però è un’altra ancora: se arrivano tutti questi soldi, con la volontari combinata con l’autoriciclaggio, perché non l’abbiamo fatto subito, come prima cosa, senza perdere tempo (e denaro) prezioso? Perché una cosa così (se fossero vere le proporzioni presentate oggi dal Mef) ci consentirebbe di evitare i tagli dolorosi alla spesa pubblica che invece sono stati (puntualmente) previsti ovvero di investire in cose molto utili, che invece nella legge di stabilità si fatica a trovare.

Perché, mi domando?

Luisella e il rogo

Ringrazio Luisella Costamagna per il bell’articolo che mi dedica sul Fatto.

C’è solo una cosa che non mi appartiene ed è il risentimento personale collegato alla rottamazione che avrei subito: mi dispiace, ma io me ne sono semplicemente andato, dal giro dell’attuale premier, molto presto, quasi subito, e per ragioni che ora si ritrovano nel patto del Nazareno e nel rapporto privilegiato con i poteri forti, a cominciare da Marchionne. Era il 2010 e le cose non sono poi cambiate molto. Anzi.

Poi mi sono candidato alle primarie e per me è stata l’esperienza più bella e, nonostante lo scarsissimo spazio dedicatomi (anche dal giornale per la quale scrive), è stato per me (anzi, per noi, perché eravamo un collettivo, che siamo ancora), motivo di successo e di maturazione politica.

Il punto è che lei mi richiama al «coraggio», canzonandomi e citando uno dei miei autori preferiti, Giordano Bruno, e il mitico rogo. Dice che non rischio granché. Meno male, perché di questi tempi non si sa mai.

Dice che dovrei lasciare il Pd, perché così si è succubi, nonostante prove di lealtà verso gli elettori, che ti fanno diventare, al contempo, odioso a tutti i colleghi: non votare Napolitano, non votare il governo Letta, accettare – proprio per non lasciare il Pd, come ho spiegato tipo un milione di volte – di votare una fiducia a un governo che non mi piace, distinguendosi sulle questioni costituzionali ed elettorali, assumendo posizioni critiche e documentate nelle sedi del partito a cui sono stato eletto.

Ora, capisco l’argomento: uscire, mollare tutto, andare nel gruppo misto a titolo personale, costruire la lista Tsivati.

Sa quanti me lo chiedono: che cavolo ci fai nel Pd? Vieni via? Facciamo una cosa nuova.

Solo che la mia posizione politica è un po’ più politica (appunto) della sua: la mia idea, rispetto alla quale nonostante le sue ironie sono fedelissimo, è di ricostruire il centrosinistra. Di farlo nel Pd, con Sel e con tutti quelli che vogliono cambiare, costruendo una proposta che riesca ad andare al governo (come sa il M5s ha rifiutato questo schema nella primavera del 2013, dopo le elezioni, in modo simmetrico al resto del Pd, e non pare intenzionato a cambiare strategia). Lo avevo chiamato, per parodiare l’Ncd, nuovo centro sinistra. L’idea di staccarmi per fare da solo, per me, sa di personalismo e di velleità. E non credo darebbe alcun frutto.

Certo, lo so bene: potrei esservi costretto e costretto a tradire il mio convincimento: gli ultimi colpi, sul lavoro e sullo sviluppo (e anche sulla legge di stabilità, nonostante molti ne stiano parlando a vanvera), non aiutano. E dimostrano che il Pd sta imboccando definitivamente, con il contributo di Renzi e però anche di molti altri (quasi tutti, anche i suoi storici avversari), una strada diversa. Come può pensare che non me ne sia reso conto?

E, una domanda gliela faccio anche io, che cosa ci guadagnerei a stare in un partito a cui sto sul ‘rogo’ a un sacco di gente e in cui non ho alcun incarico di governo, per mia scelta, oltretutto, oltre che per scelta di qualcun altro che ha in mente un progetto politico molto diverso dal mio?

Le ripeto, quindi, a costo di sembrarle uno sfigato che non si decide (come pensano anche molti dei miei commentatori), che la sua idea non è la mia opzione. E penso sia più «coraggioso» esporsi al dileggio e alla provocazione ormai quotidiana per affermare un’idea in cui si crede, piuttosto che lasciarsi andare ad atti emotivi e non sufficientemente meditati. E non sto parlando per me, ma per il progetto politico che le ho descritto, che vorrei coinvolgesse altre persone. Per governare il Paese in modo diverso, con una sinistra repubblicana, laica, rigorosa, trasparente e coerente.

Lunedì il conflitto d’interessi (davvero)

Arriva in aula lunedì la proposta di legge sul conflitto d’interessi, su iniziativa e richiesta delle opposizioni (M5s e Sel).

La commissione, attraverso il relatore Sisto di Forza Italia (presidente della commissione Affari costituzionali della Camera è di Forza Italia, sì, non è un lapsus, ma una scelta politica di inizio legislatura), ha presentato un testo che tiene solo molto parzialmente conto delle proposte di legge presentate (dal vostro affezionatissimo e da Bressa per il Pd, dal M5s e da Sc) e che andrà profondamente emendato se si vuole che la legge sia efficace e rigorosa.

C’è qualcuno che già dice che il testo tornerà in commissione, per via della naturale ritrosia del centrodestra (nuovo e vecchio) verso l’argomento, ma sono convinto che la maggioranza, a cominciare dal gruppo Pd, si renda conto di non poter traccheggiare ancora e voglia sostenere questa discussione perché si arrivi presto a una sua approvazione, sia alla Camera, sia al Senato.

Lunedì ne discuteremo, in Parlamento. E vi farò sapere, come sempre.

P.S.: se volete una rassegna delle puntate precedenti, cliccate qui.

Come sarebbe lo Sblocca Italia se lo avessimo fatto noi

Per esempio, Marco Boschini. Oppure se si seguisse – alla lettera – la lettera di alcuni scienziati che si sono appellati al governo. La riprendo per intero, poi i lettori potranno valutare se si tratta di proposte più o meno innovative del decreto in discussione alla Camera dei deputati:

Caro Presidente,

siamo un gruppo di docenti e ricercatori dell’Università e dei Centri di ricerca di Bologna. In virtù della conoscenza acquisita con i nostri studi e la quotidiana consultazione della letteratura scientifica internazionale, sentiamo il dovere di esprimere la nostra opinione sulla crisi energetica e sul modo di uscirne.
Definire le linee di indirizzo per una valida Strategia Energetica Nazionale è un problema complesso, che deve essere affrontato congiuntamente da almeno cinque prospettive diverse: scientifica, economica, sociale, ambientale e culturale. I punti fondamentali dai quali non si può prescindere sono i seguenti:

1) È necessario ridurre il consumo di energia, obiettivo che deve essere perseguito mediante un aumento dell’efficienza energetica e, ancor più, con la creazione di una cultura della parsimonia, principio di fondamentale importanza per vivere in un mondo che ha risorse limitate.

2) La fine dell’era dei combustibili fossili è inevitabile e ridurne l’uso è urgente per limitare l’inquinamento dell’ambiente e per contenere gli impatti dei cambiamenti climatici. Ridurre il consumo dei combustibili fossili, che importiamo per il 90%, significa anche ridurre la dipendenza energetica del nostro Paese da altre nazioni.

3) È necessario promuovere, mediante scelte politiche appropriate, l’uso di fonti energetiche alternative che siano, per quanto possibile, abbondanti, inesauribili, distribuite su tutto il pianeta, non pericolose per l’uomo e per l’ambiente, capaci di colmare le disuguaglianze e di favorire la pace.

4) Le energie rinnovabili non sono più una fonte marginale di energia, come molti vorrebbero far credere: oggi producono il 22% dell’energia elettrica su scala mondiale e il 40% in Italia, dove il fotovoltaico da solo genera energia pari a quella prodotta da due centrali nucleari.

5) La transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili sta già avvenendo in tutti i Paesi del mondo. In particolare, l’Unione Europea ha messo in atto una strategia basata sui punti sopra elencati (il Pacchetto Clima Energia 20 20 20, l’Energy Roadmap 2050).

L’Italia non ha carbone, ha pochissimo petrolio e gas, non ha uranio, ma ha tanto sole e le tecnologie solari altro non sono che industria manifatturiera, un settore dove il nostro Paese è sempre stato all’avanguardia. Sviluppando le energie rinnovabili e le tecnologie ad esse collegate il nostro Paese ha un’occasione straordinaria per trarre vantaggi in termini economici (sviluppo occupazionale) e ambientali dalla transizione energetica in atto.

Purtroppo la Strategia Energetica Nazionale, che l’attuale governo ha ereditato da quelli precedenti e che apparentemente ha assunto, non sembra seguire questa strada. In particolare, il recente decreto Sblocca Italia agli articoli 36-38 facilita e addirittura incoraggia le attività di estrazione delle residue, marginali riserve di petrolio e gas in aree densamente popolate come l’Emilia-Romagna, in zone dove sono presenti città di inestimabile importanza storica, culturale ed artistica come Venezia e Ravenna, lungo tutta la costa del mare Adriatico dal Veneto al Gargano, le regioni del centro-sud e gran parte della Sicilia.

Il decreto attribuisce un carattere strategico alle concessioni di ricerca e sfruttamento di idrocarburi, semplifica gli iter autorizzativi, toglie potere alle regioni e prolunga i tempi delle concessioni con proroghe che potrebbero arrivare fino a 50 anni. Tutto ciò in contrasto con le affermazioni di voler ridurre le emissioni di gas serra e, cosa ancor più grave, senza considerare che le attività di trivellazione ed estrazione ostacolano e, in caso di incidenti, potrebbero addirittura compromettere un’enorme fonte di ricchezza certa per l’economia nazionale: il turismo. D’altra parte il decreto non prende in considerazione la necessità di creare una cultura del risparmio energetico e più in generale della sostenibilità ecologica e non semplifica le procedure che ostacolano lo sviluppo delle energie rinnovabili.

Il mancato apporto, quantitativamente marginale, delle nostre riserve di combustibili fossili potrebbe essere facilmente compensato riducendo i consumi. Ad esempio, mediante una più diffusa riqualificazione energetica degli edifici, la riduzione del limite di velocità sulle autostrade, incoraggiando i cittadini ad acquistare auto che consumino e inquinino meno, incentivando l’uso delle biciclette e dei mezzi pubblici, trasferendo gradualmente parte del trasporto merci dalla strada alla rotaia o a collegamenti marittimi e, soprattutto, mettendo in atto una campagna di informazione e formazione culturale, a partire dalle scuole, per mettere in luce i vantaggi della riduzione dei consumi individuali e collettivi e dello sviluppo delle fonti rinnovabili rispetto al consumo di combustibili fossili e ad una estesa trivellazione del territorio.

L’unica via percorribile per stimolare una reale innovazione nelle aziende, sostenere l’economia e l’occupazione, diminuire l’inquinamento, evitare futuri aumenti del costo dell’energia, ridurre la dipendenza energetica dell’Italia da altri Paesi, ottemperare alle direttive europee concernenti la produzione di gas serra e custodire l’incalcolabile valore paesaggistico delle nostre terre e dei nostri mari consiste nella rinuncia definitiva ad estrarre le nostre esigue riserve di combustibili fossili e in un intenso impegno verso efficienza, risparmio energetico, sviluppo delle energie rinnovabili e della green economy.

Nella speranza che si possa aprire un costruttivo dibattito sui problemi riportati in questo appello, con uno spirito di leale e piena collaborazione auguriamo a Lei e al Suo Governo un proficuo lavoro per il bene della Nazione.

Chissà niente

E la mia paura, da allora, era che mi succedesse una cosa che diceva sempre Paride, che uno si aspettava chissà che cosa, invece succedeva chissà niente.

Paolo Nori, Siamo buoni se siamo buoni, Marcos y Marcos.

Al bar dello sport

Sta andando molto forte la ripresa quotidiana di luoghi comuni e di frasi ad effetto. Del resto, abbiamo passato un anno a dire che avremmo eliminato i politici dalle province (poi li abbiamo lasciati, anche ad eleggersi tra loro, così come faranno per il Senato se mai passerà la riforma), che gli insegnanti possono (o devono) lavorare di più, che i magistrati sono sempre in ferie (ed è per quello che la giustizia non funziona) e via così, di slancio.

Ora tocca alle Regioni, il bersaglio più facile. Soprattutto se si pensa ai consiglieri regionali: molti dei quali sono alleati e al governo, peraltro, ma nessuno pare essersene accorto. E diventeranno senatori (insieme a qualche sindaco), quei pessimi consiglieri regionali su cui è tanto facile ironizzare, scegliendosi appunto tra loro. Ma che cosa volete che sia: le contraddizioni più sono clamorose più si fa finta di non vederle.

Il motto è: «Sono 20 anni che sacrifici li fanno i cittadini, ora è tempo che li facciano altri, tra cui i ministeri e le regioni». Tutto bellissimo, solo che se tagli per miliardi i trasferimenti alle Regioni (cancellando contemporaneamente tasse regionali), non è che ci smenano i consiglieri regionali che hanno più di una cosa «da farsi perdonare». Ci smena la sanità, il trasporto pubblico (su cui dovremmo invece investire), il diritto allo studio e tante altre cose con cui le famiglie hanno a che fare.

A conferma di tutto ciò, quando il livello scende al bar dello sport, si risponde con la viva voce di Franco Fiorito, il quale, oltre a accusare il premier di avere speso più di lui (e il livello scende ancora di più, con tanto di citazione di un bicchiere di vino da 8 euro al giorno), fa notare che molti «senatori su cui si regge» la maggioranza sono stati suoi «colleghi del consiglio regionale» (a pagina 2 del Fatto di oggi: un’intervista in cui Fiorito spiega come e qualmente anche Pericle, forse, si approfittava più di lui dei soldi dei propri concittadini).

Dopo il bar, c’è la cena, metafora a cui si è ricorso in queste ore per dire che la cena si offre, sì, ma con i soldi degli altri.

E allora, per uscire da questo rincorrersi di dichiarazioni che hanno poco riferimento con la realtà, vale la pena di leggere le parole del capogruppo del Pd in Regione Lombardia, che non è certo un dissidente (come si può evincere dal fatto che è capogruppo, tra l’altro). Enrico Brambilla scrive così:

Stabilità 1: chi paga il conto?

A cena in compagnia c’è spesso quello che più di altri tiene la serata con racconti, battute, iniezioni di buonumore. Che fa il brillante per far colpo sul gruppo e non lesina nell’ordinare champagne per tutti. Poi, al momento del conto, punta il dito verso chi deve pagare la festa, facendolo sentire un povero tirchio egoista in caso di resistenza. Al banchetto della Legge di stabilità era scontato che il convitato destinato a pagare gli sgravi concessi con generosità (soprattutto alle imprese) fosse la finanza locale. Non è una novità: anche i pur ottimi 80 euro in busta paga li hanno in gran parte pagati i comuni coi tagli loro imposti, salvo poi rivalersi sui cittadini aumentando la Tasi. Gestita cosí è una gran partita di giro (per usare termini edulcorati). Il conto è giusto che lo si paghi tutti, meglio se in proporzione a quanto ognuno ha in tasca. Quelle dei comuni sono vuote, da lì non si può prendere proprio più nulla.

Stabilità 2: non scherziamo sulla sanità

La reazione di Maroni ai nuovi tagli per le Regioni è sbagliata. Minacciare la chiusura di dieci ospedali sembra più una ritorsione che una effettiva valutazione dei potenziali effetti della manovra. È comunque inaccettabile il tono di sfida del Presidente del Consiglio. Prendersela con le Regioni, dopo Fiorito, è facile e crea consenso. Noi stessi abbiamo più volte denunciato come anche nelle pieghe della sanità lombarda vi siano inefficienze e sprechi. Il punto è che i risparmi che si devono ottenere vanno reinvestiti per coprire i nuovi bisogni e per far scendere i ticket troppo costosi. Si impongano pure tagli, purché ne beneficino direttamente i cittadini lombardi che pagano più di altri: quel che non va bene è che i frutti invece siano a favore della spesa centrale.

Stabilità 3: povera Irap

La cancellazione dell’Irap sul costo del lavoro a tempo indeterminato ha raccolto consensi pressoché unanimi. L’Irap è l’imposta più odiata. Si dice perché iniqua. La vera ragione è che si tratta dell’imposta più difficile da evadere. Basata su tre fattori: profitti, lavoro, interessi. Va inoltre ricordato che al momento della sua istituzione assorbì sei precedenti imposte, tra cui la famigerata tassa sulla salute. Tanto che, nell’impianto federalista, era destinata a sostenere i costi della sanità ed essere quindi regionalizzata. I vari interventi successivi ne hanno ormai stravolto la natura: tanto vale abolirla del tutto. Rimane però poi il tema di come finanziare il federalismo, ammesso che ci si creda ancora.

No, tranquilli, non ci crede più nessuno al federalismo. Nemmeno chi a me rimproverava di esserlo troppo poco, in questi anni. Tutti centralisti (al punto da portare i consiglieri regionali al Senato di Roma). Evviva.

Perché non introdurre subito, nella legge di stabilità, il reddito minimo garantito?

Gli 80 euro confermati per il 2015 costano allo Stato mancati introiti per quasi 12 miliardi di euro.

Il reddito minimo garantito, per cui si ‘garantirebbero’ 400 euro al mese a tutti gli italiani, costerebbe meno di 8 miliardi di euro, secondo una stima credibile. E renderebbe universale un sussidio particolarmente urgente in un Paese in cui la povertà scoppia (ma la politica non ne parla: difficile mettere la povertà sulle slide), renderebbe liberi molti giovani (non) lavoratori e dignitosa la vita di molte famiglie in difficoltà.

Cerchiamo di capirci: fare debito per dare 80 euro in più a chi lavora è una bella cosa (chi lo potrebbe negare?) ma ha un costo molto alto e non cambia certo il sistema.

Fare debito per l’RMG, invece, sì. E per quanto riguarda le tasse, sarebbe ora di ristrutturare in senso progressivo le aliquote, con uno sguardo più sistematico, appunto, sul sistema contributivo italiano.

Se dobbiamo riflettere sui destini della nostra economia, si impongono scelte rivoluzionarie, non accomodamenti alla situazione in cui viviamo. E questa deve essere la critica vera alle riforme (che non lo sono, non lo erano, non lo sono mai state).

P.S.: il bonus Irpef ha lasciato irrisolte molte questioni: dall’incapienza dei lavoratori dipendenti a più basso reddito alla disparità rispetto alle altre categorie di percettori a parità di reddito, fino alle distorsioni nella curva delle aliquote effettive per gli stessi percettori: quelle marginali arrivano a sfiorare il 100%, nella fascia 24-26.000 €, producendo un disincentivo all’incremento di produttività e di reddito: in quella coorte (che è molto numerosa, centrale nell’insieme del lavoro dipendente), per ogni 100 euro di reddito in più ne restano in tasca una quindicina. La soluzione consiste in una vera riforma caratterizzata dalla semplificazione e dalla trasparenza: separare l’Irpef dalle misure di sostegno ai nuclei familiari, da sostituire con un nuovo assegno, decrescente al crescere del reddito familiare (equivalente) e ridisegnare le aliquote in modo trasparente, con aliquote effettive progressive, non decrescenti. Impegnando su una manovra con queste caratteristiche le risorse oggi destinate al bonus si potrebbero sostenere davvero i redditi più bassi e, utilizzando anche quelle derivanti dalla riconversione della spesa per ammortizzatori sociali integrate dal miliardo e mezzo, garantire un reddito minimo garantito, come assegno di 400-500 euro, per tutti i cittadini maggiorenni che siano alla ricerca di un lavoro.

P.S./2: anche sull’Irap si dovrebbe scegliere una strada meno indiscriminata, che finisce con il premiare i grandi e non i piccoli e di non selezionare come si dovrebbe (all’insegna della logica della Sabatini, di cui abbiamo già parlato) chi investe e sceglie l’innovazione. Dovremmo fare come in Trentino, come ripeto da tempo, dove entrambe le cose qui citate – reddito minimo e Irap ridotta per chi fa bene – ci sono già.

Un’antica legalizzazione

Leggendo Quitaly di Quit the doner (se non lo avete ancora fatto, fatelo, datemi retta: lo pubblica Indiana), ho scoperto questa storia, che secondo me potrebbe essere ripresa, nel 2014, perché le ragioni per intervenire sono in tutto simili (anche se non si tratta di grappa, per capirci). Sì, lo so, questa maggioranza non lo farà mai, ma noi insistiamo lo stesso.

Ci fa assaggiare le grappe e ci racconta la storia dei Brennerträger, i distillatori ambulanti che 3 secoli fa se ne andavano in giro per le montagne con un carretto con tutto il necessario per distillare grappa di contrabbando. Vagare per i paesi con decine di litri di grappa è però il genere di attività che comporta un elevato rischio professionale di ubriacarsi, così i distillatori divennero noti per il baccano che facevano e per la disinvoltura di cui facevano sfoggio con le locali fanciulle, guadagnandosi così il nome di «Sturmbrenner» che si potrebbe molto liberalmente tradurre come «portatori di tempesta».

Fu l’imperatrice Maria Teresa D’Austria a risolvere l’increscioso dualismo fra la necessità di approvvigionarsi di grappa e quella di mantenere le proprie figlie illibate, concedendo ad ogni maso di produrre fino a 300 litri di spirito per uso personale.