L’appello che dobbiamo rivolgere a noi stessi

Appena rientrato nell’ormai tradizionale albergo di Bogliasco, dopo la bella piazza piena di persone di Lavagna con Giulio e Luca, ripenso al fatto che nei prossimi mesi l’appello non lo dobbiamo rivolgere ad altri o aspettarcelo da chissà chi: dobbiamo rivolgerlo a noi stessi.

In un momento così, in cui la disillusione e la rassegnazione hanno superato di gran lunga la soglia di preoccupazione, dobbiamo provarci noi per primi: ciascuno di noi, in una personale interpretazione del tour ricostituente.

Per trasformare la campagna referendaria in una occasione politica seria, di letture e di approfondimento, di mobilitazione e di partecipazione.

Si può fare in molti modi: dalla rete (www.iovoto.no) alle strade, passando per l’attività dei comitati di Possibile, che danno il meglio di sé quando c’è da entrare in contatto con le persone.

Tocca a ciascuno di noi, ma non “così, per dire”. Proprio a ciascuno di noi, secondo le possibilità di ciascuno. Per rendere umana (e possibile) la politica di questo tempo devastato e vile.

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L’accoglienza: da che parte stare?

In questi giorni in cui è difficile trovare punti fermi, tra tentativi di colpi di stato alle porte dell’Europa e attentati sul territorio europeo (e non solo, anzi), il rischio più grande è che ci vadano di mezzo i diritti e la libertà di ciascuno di noi, a partire dai più deboli, che troppo spesso sono indicati come portatori di tutti i mali.

È significativo, in questo senso, che gli specialisti della rabbia xenofoba non abbiano nulla da dire rispetto a quanto fatto emergere dalle inchieste giornalistiche: 1.400 società anonime che letteralmente depredano le risorse naturali di 44 dei 54 stati africani, trasferendo dove è fiscalmente più vantaggioso i relativi profitti. Oltre il danno, la beffa. E la beffa della beffa, che si realizza quando le persone scappano da quei paesi alla ricerca di una vita decente.

Per il momento – ma come è sempre stato nella storia dell’umanità, d’altra parte – funziona così: le persone scappano. Non è un trasloco, è una fuga. Dalla fame, dalla guerra, da condizioni ambientali e climatiche avverse. Si mettono nelle mani di trafficanti, che li guidano nel tragitto, e che nel tragitto picchiano, stuprano, rinchiudono. E infine arrivano ai confini dell’Unione europea, che sono i confini della Grecia e dell’Italia, soprattutto: terre di passaggio per chi arriva da un Sud molto più povero di noi e si dirige verso un Nord più ricco di noi.

Fermarli è impossibile, perché la loro determinazione non conosce confini. Fare in modo che non siano costretti a scappare (si parla, infatti, di "migrazioni forzate") è possibile, invece, agendo sulle cause prime, e in questo senso provvedimenti come il “migration compact” si rivelano del tutto inadeguati.

Continueranno ad arrivare. Possiamo investire sulla paura, o possiamo investire sull’umanità e sulle esperienze che già esistono nel sistema di accoglienza italiano, ma che coprono un ruolo ancora marginale, e di cui nessuno parla, perché con la gestione in emergenza, gli scandali, il malaffare, i «migranti più redditizi della droga» è molto più semplice acchiappare voti e click. Più in profondità si nascondono i casi virtuosi, che spesso rientrano nella rete Sprar (Sistema protezione richiedenti asilo e rifugiati), e che sono stati capaci non solo di costruire convivenza e percorsi di inclusione (sociale, scolastica, lavorativa), ma anche di combattere lo spopolamento di zone marginali, di trattenervi i giovani, di mettere in moto piccole economie locali grazie ai 35 euro, che non finiscono nelle tasche dei migranti, ma che finanziano (rendicontando al centesimo) strutture e servizi necessari all’accoglienza: l’affito di appartamenti vuoti, operatori dell’accoglienza, mediatori culturali, psicologi, assistenti sociali, figure amministrative e tecniche: un vero e proprio capitale umano che resta sul territorio che ha cresciuto quelle figure.

La scelta della politica è questa. Noi sappiamo da che parte stare. Ci vediamo mercoledì 27 luglio, a partire dalle 19, in piazza dell’Immacolata a Roma (San Lorenzo).

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La cannabis e il ben altro

A proposito della discussione di ieri circa la legalizzazione della cannabis, molti si chiedono se, con quello che succede nel mondo, non sia il caso di occuparsi di altro, anzi di «ben altro».

Una premessa: il testo è stato presentato un anno fa da 221 deputati (e da 73 senatori). Al di là dei toni giovanardeschi dei ministri della destra al governo (collocati in ministeri chiave, com'è noto), non abbiamo fatto alcuna forzatura, né chiesto di discutere questo invece di qualcos'altro, ma soltanto di affrontare un argomento a cui da tempo il Parlamento dovrebbe porre mano, dal momento che l'ultimo intervento in questa direzione è venuto dalla Corte costituzionale che ha bocciato in larga parte l'iniziativa proibizionistica dei primi anni Duemila (i bocciati sono gli stessi che oggi ribadiscono l'impostazione conservatrice). Per evitare di dedicare troppo tempo a questo argomento (e non a ben altro) hanno presentato emendamenti a grappolo, quasi tutti di carattere ostruzionistico per bloccare (dai banchi della maggioranza!) la discussione della legge. Se è di ben altro che volete occuparvi, trovate i voti per bocciarla e piantiamola (in tutti i sensi, verrebbe da dire).

Quanto al merito e tornando quindi a valutazioni più serie, ricordo con preoccupazione che discutere di legalizzazione e di cannabis significa discutere proprio di quell’altro e di quel ben altro di cui si vorrebbe che parlassimo: delle droghe e delle armi ad esse collegate che sono trafficate, nelle zone più delicate e esplosive dell’area mediterranea, come ha recentemente affermato Franco Roberti (che ha parlato esplicitamente del coinvolgimento dell'Isis) e come scriveva ieri Roberto Saviano (citando un luogo chiamato Lazarat, oggetto di una imponente operazione di polizia due anni or sono, che non sembra però aver affatto risolto il problema).

Di quella zona oscura che alimenta il terrorismo e gli affari che le reti terroristiche continuano a fare con la criminalità di ogni paese, proprio grazie al traffico di droga, diffondendosi in Europa grazie anche a una massiccia importazioni.

Di risorse di polizia sprecate per piccoli sequestri di cannabis che potrebbero essere utilizzate con più intelligenza e, se vogliamo, più intelligence. Di valori economici miliardari e di questioni sociali e sanitarie che riguardano milioni di cittadini. Del valore della legalità e della sua cultura che non si può certo contabilizzare. E che nel Paese della mafia, del sommerso, del nero, dell'illegalità non hanno prezzo.

Ben altro, insomma.

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Prendere posizione (non posizionamento)

Introdurre ora una discussione sulla riforma della legge elettorale, senza esplicitare una posizione chiara nei confronti del referendum costituzionale (per sua natura più importante e precedente a qualsiasi discussione sul sistema elettorale, come la stessa Costituzione invita a pensare), significa fare un favore al premier e al suo entourage.

Colpisce che non se ne rendano conto Bersani e i suoi, o forse se ne rendono conto benissimo e, dovendo coprire un certo imbarazzo sulla qualità delle 'riforme' da loro votate, preferiscono dialettizzare e aprire il dibattito su un'altra questione, certamente collegata al referendum, ma che consente loro una certa qual deviazione dalla domanda: sì o no?

Lo ha spiegato ieri con durezza D'Alema, sempre più isolato nel Pd nonostante il recente ritorno di visibilità: se si vuole cambiare la legge elettorale, prima (in tutti i sensi) bisogna votare no al referendum costituzionale. Altri giri di parole, proposte e riproposte che non hanno avuto alcun ascolto finora, né sono state oggetto di vera battaglia politica, non servono a nulla. Anzi, sono letteralmente controproducenti.

Aprire una finestra di discussione sulla legge elettorale, ammorbidire il dibattito perché non sia un giudizio universale (dopo avere impostato tutto come un plebiscito, un armageddon, una resa dei conti, un «o con me o contro di me») è proprio interesse di chi difende l'attuale schema politico, come dimostrano le recenti prese di posizione di Napolitano e di Violante, autore di una buona parte dell'attuale schema di riforme.

Trasformare il dibattito costituzionale che è stato il governo a voler impostare così – con un unico quesito che dipende da una legge grande e grossa, quando si poteva lavorare su una serie di leggi separate e più precise (Letta e Franceschini, per dire, nella fase precedente, lo avevano fatto – vuol dire riportare al dibattito interno tra correnti e correntine una questione che riguarda le istituzioni e la Repubblica. Significa – se mi è consentito il gioco di parole – prendere posizionamento e non posizione, per l'ennesima volta.

Vi sono ragioni costituzionali, ma anche ragioni banalmente politiche: perché se poi il premier dovesse vincere il referendum che ha voluto autobiografico, chissà cosa potrebbe fare un'esigua minoranza del suo partito per cambiare lo schema di gioco. Praticamente nulla. Come sempre, come è puntualmente accaduto in questi tre anni e passa di legislatura, basta saperlo. E, sapendolo, agire di conseguenza.

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Tripolarismo: un fulmine a ciel (stai) sereno

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È imbarazzante leggere interviste così dopo due anni e mezzo di arroganza pseudo-riformatrice.

Il tripolarismo c'era già quando tutta questa storia è iniziata. Il M5s aveva preso gli stessi voti del Pd e il Pdl aveva una coalizione che perse le elezioni, contro quella di centrosinistra, per pochissime migliaia di suffragi. C'era più tripolarismo allora di oggi, per intenderci.

Era tale il tripolarismo che il ballottaggio, per così dire, dovettero farlo in Parlamento, con il voto segreto del Presidente della Repubblica.

Lo si scopre ora, come se fosse un colpo di fulmine a ciel (stai) sereno.

Non bastasse questo ci dicono addirittura che il ballottaggio – vero cuore dell'Italicum e elemento centrale della retorica della certezza del risultato, a prescindere da tutto ma proprio tutto il resto – è addirittura dannoso. E sapete perché? Perché chi arriva terzo è il vero vincitore, ci dicono ora. E ci dicono pure, testuale: Se ho il 25 per cento dei voti e ottengo il 55 per cento dei seggi, non sono legittimato, perché ho una rappresentanza nel Paese troppo bassa.

Nel corso di queste interviste che smentiscono tutto quanto affermato in questi anni, si dice che dovrebbe essere lo stesso premier a prendere l'iniziativa.

L'Italicum è entrato in vigore da venti (20) giorni. È stato il punto di attacco per liquidare Letta e per reggere una legislatura dalla partenza incerta e dagli esiti ancora più opachi. Ora sembra che sia precipitato sulla terra da un'astronave aliena. Imposto da chissà quale illogica prepotenza esterna.

Per anni abbiamo parlato – isolati dalla retorica governativa – di un sistema più rispettoso della rappresentanza, di un rapporto con gli elettori più trasparente, di collegi piccoli con primarie per legge, di un Mattarella rivisitato, di uno schema che non è mai stato utilitaristico nella prospettiva che seguivamo, noi e il nostro stormo di gufi.

Ora sembra di avere sognato. Che tutti abbiano scherzato. Così la minoranza dem può votare sì, un sì tattico in molti dei casi. Così Napolitano può rilanciare altre larghe intese, come se non bastasse già quello che abbiamo visto in questi anni. Così il governo può ammorbidire la sfida referendaria, che ha compromesso da solo, con argomenti insensati e un atteggiamento molto poco rispettoso della Costituzione e dei cittadini.

Una classe dirigente che celebrava l'Italicum come la madre di tutte le battaglie, per la stabilità e la credibilità dell'Italia, tanto che erano tutti pronti a copiarcelo (chissà chi, peraltro). La stessa classe dirigente che dice che non è vero niente, che è un sistema elettorale pericoloso. Soprattutto perché può dare stabilità ad altri. Perché l'unica stabilità che piace è – ovviamente – la propria. Ma questo lo avevamo capito già.

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Come prevedibile

Inizia così il post di un senatore democratico molto autorevole come Luigi Manconi, che sostiene le larghe intese e il governo attualmente in carica (ribadendo questo sostegno in una recente pubblicazione autobiografica).

Uno j'accuse definitivo circa l'orientamento politico e culturale della maggioranza di cui fa parte, che non esita a definire inqualificabile e infingarda (perché si riferisce genericamente al Senato, ma sappiamo che è sulla maggioranza al Senato che si regge tutta l'impalcatura dello schema politico attuale).

Un post amaro e verissimo, tanto quanto è contraddittorio e politicamente illogico.

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Sì o no all’establishment e al potere

Curiosamente il fronte del sì, che era partito dal cambiamento, si ritrova interpretato da tutti coloro che vi vengono in mente quando si parla di conservazione di sé stessi e dell'establishment.

Le previsioni assurde e penose di Confindustria. L'eterno argomento che ha del metafisico del «ce lo chiede l'Europa». Coldiretti che – dicono i giornali – raccoglie le firme necessarie a raggiungere il quorum. Cisl schierata, Cgil in imbarazzo (condanna il contenuto ma non si schiera per il No). Liste a livello locale che radunano tutti i 'potenti'. La maggioranza centrista che regge il Paese e la stessa minoranza del Pd che alla fine voterà tutta quanta Sì (salvo rarissime eccezioni), comprese le correnti in teoria più radicali.

Praticamente tutti quelli che comandano e hanno sempre comandato. Tutti quelli che dovevano essere rottamati (e con tutta evidenza non lo sono stati) sono per il sì. Ci si chiede come possano essere indietro, secondo i sondaggi.

Non è – si badi – una nostra interpretazione: è il taglio della campagna che stanno offrendo gli stessi promotori delle 'riforme', che contano ovviamente sul sostegno dei giornali. Noi abbiamo provato, con grandi difficoltà testimoniate giorno dopo giorno in questi due anni e mezzo – a parlare di soluzioni più condivise, meno imposte, più larghe (aggettivo delle intese che poi quando c'è da decidere si restringono e si chiudono a riccio), tecnicamente più razionali, politicamente più aperte e convincenti.

Com'è noto è successo esattamente il contrario: si è tagliato il Parlamento in due e oggi si taglia in due il Paese.

Ci si chiede come mai tutti quelli che sono già al potere siano così compiaciuti di se stessi e di questa proposta. Alcuni indizi li abbiamo già: la bandiera della stabilità per cui questa riforma è stata pensata, insieme alla legge elettorale (che ora si vuole cambiare proprio perché potrebbe portare a esiti instabili) è un messaggio di conservazione. Così come lo è quello della governabilità senza rappresentanza, che chiude il sistema politico, affidando a pochi le decisioni che i molti non conoscono e semplicemente subiscono. Da ultimo, a stabilità e governabilità non può mancare il sostegno del concetto di emergenza, con le metafore dell'ultima spiaggia e dopo di me il diluvio. Come se non piovesse già a dirotto, come se non l'avessimo già sentita per Monti e Letta, come se non fosse argomento di per sé circolare: siamo noi che comandiamo e non può che essere così. L'alternativa è semplicemente impensabile.

La triste verità è che questa riforma riduce la sovranità (soprattutto quella decisionale) dei cittadini, mortificando la rappresentanza. Si affida alla semplificazione per banalizzare la complessità, ottenendo un risultato opposto: semplificato ma non per questo semplice. Chiede rivoluzioni in un disegno reazionario, in cui la volontà di trasformazione si risolve nel proprio contrario.

Del resto, quando il sistema non si piega, non si riforma (per davvero), non trova parole critiche ma solo slogan arroganti tanto quanto sono difensivi e si chiude su se stesso alla fine il risultato è che rischia di spezzarsi. Si doveva essere pluralisti prima, intervenire con misura e condivisione, chiedere cambiamenti precisi e non un armageddon, iniziato fin dalle prime mosse di una legislatura che aveva già parecchi problemi di credibilità e di costituzionalità. Ci sarebbe voluta l'umiltà, non l'arroganza. Avremmo auspicato un percorso meno aggressivo e più riflessivo. Proprio perché i cittadini si sentono già abbondantemente esclusi, abbastanza dimenticati, sicuramente mal rappresentati, da tutti quanti, nessuno escluso.

Si è preso un risultato elettorale, quello del 2013, e lo si è rovesciato. Si sono scelti argomenti tipici del populismo tanto quanto quelli che si intendevano, a parole, superare. Si è scelto un tono trionfale mentre si attraversavano le macerie. Si è cercato di risolvere tutto con la dialettica nuovo e vecchio, quando sono sempre i vecchi a dettare il nuovo. Si è pensato che fosse sufficiente la comunicazione, in termini prima quantitativi che qualitativi, per risolvere un gigantesco problema politico. Si è associato il progetto politico al percorso delle riforme, con non poche contraddizioni e la sensazione, sempre più diffusa, che in causa fosse solo il potere e chi lo rappresenta.

Si è spiegato che si vogliono ridurre i politici (che di per sé è già un messaggio equivoco e demagogico e populistico quant'altri mai) e in realtà si riduce la politica e la fiducia che dovrebbe sempre ispirare il rapporto – anzi, la relazione – tra elettori ed eletti. Si è formato un unico grande centro, dimentico di destra e sinistra ma che ovviamente preferisce la prima, pensando che con un unico centro di gravità tutti ne sarebbero stati attratti.

Ed eccoci qui, a leggere editoriali di banchieri poco informati, di industriali che quantificano il valore delle riforme senza alcun fondamento scientifico, a politici che confondono argomenti che non c'entrano proprio nulla, a dirigenti sindacali che ci si chiede se abbiano mai parlato con quelli che dovrebbero rappresentare, per nascondere l'irragionevolezza dei contenuti che hanno prodotto e dei metodi che hanno seguito, illustrandoci una 'riforma' fatta per il Paese che il Paese divide almeno a metà, se non di più.

Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Una bella morale, non c'è che dire.

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Quando il trasformismo si incarta (e si incasina)

Zanetti, viceministro, voleva portare Scelta Civica – chissà che ne pensa Monti – a creare un gruppo con Verdini, facendolo entrare così nella maggioranza di governo, a cui Verdini non appartiene ufficialmente.

Solo che i parlamentari di Scelta Civica non sono d’accordo e rimangono nel gruppo di Scelta Civica mentre Zanetti che è leader di Scelta Civica raggiunge il gruppo misto, con altri tre colleghi di Scelta Civica, abbandonati dalla maggioranza dei parlamentari di Scelta Civica.

L’obiettivo dei quattro è comunque quello della joint venture con Verdini.

A questo punto di Scelte Civiche ce ne sono due (sarà per via del nome), mentre molti parlamentari la loro Scelta l’avevano già fatta, quasi sempre per andare nel gruppo di maggioranza relativa.

A volte il trasformismo non compie le trasformazioni. E proprio mentre stai cambiando d’abito si accende la luce. Di colpo. E anche se stai al governo finisci al  misto. Alleato di una forza che sta all’opposizione.

Poi ci si chiede perché i cittadini non ci capiscono più niente.

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