«Il Partito della Nazione non esiste nei sistemi democratici»

Così Romano Prodi (Missione incompiuta. Intervista su politica e democrazia, a cura di Marco Damilano, Laterza, Roma-Bari 2015, p. 169).

Nelle democrazie mature non vi può essere un Partito della Nazione. Non lo era nemmeno la Dc quando, soprattutto in conseguenza della Guerra Fredda, poteva cavarsela da sola. La Dc di De Gasperi rimase strettamente alleata ai partiti laici nonostante, nei confronti di questi, vi fossero sostanziali elementi di dissenso. […] Anche se non era possibile un’alternanza di governo, vi era un’aperta e riconosciuta dialettica politica. Ripeto: il Partito della Nazione non esiste nei sistemi democratici.

Prodi collega la fine del bipolarismo alle larghe intese. Quando Damilano gli chiede: «I governi di larghe intese di questi anni di intervallo hanno messo in crisi il bipolarismo?», Prodi risponde:

Per definizione nell’intervallo non c’è più la lezione. Il bipolarismo non c’è più.

Scambio, quale scambio?

Il premier nell'ultima puntata di House of 3 cards ha dichiarato di voler cambiare la riforma del Senato il venerdì su Repubblica e l’ha smentita il sabato al Corriere.

Aspettiamo l'edizione di domani della Stampa per capire se ci sono ulteriori cambiamenti: magari dichiara che si vota a ottobre. Chissà.

Oggi, dopo aver dichiarato di voler promuovere uno «scambio» a Claudio Tito, il capo della politica del giornale diretto da Ezio Mauro, dichiara al giornale milanese: «nessuno scambio». Ci mancherebbe!

Nel frattempo, tutti i quotidiani se la prendono con la 'minoranza' del Pd. Ormai è uno sport nazionale, anche perché il concetto è sempre più vago e a tratti inquietante: praticamente tutti gli esponenti della 'minoranza' fanno capire che la riforma – proprio quella che non avrebbero mai votato – alla fine la voteranno.

Fortunatamente, ieri avevo riepilogato la mia personalissima posizione: (1) certo che il Senato può essere elettivo, è stato Renzi a non volerlo. Volendo si potrebbe farlo così davvero. (2) Non cambia la mia posizione sull'Italicum, in ogni caso: ogni volta altri votano a favore, nella speranza (minuscolo) di veder migliorare il successivo provvedimento. E ogni volta, puntualmente, il premier incassa e va avanti come se niente fosse. Per me se una legge è pessima, non la si vota. Non si tratta di questione di corrente, si tratta di questione di democrazia. (3) Se si continua così, diventa difficile anche soltanto discutere. Spero che a casa, davanti ai teleschermi, se ne rendano conto.

#legalizzazione (povero Civati)

legalizzazione

Quelli di Libero sono ottimisti. Personalmente, molto meno. Come sappiamo, il presidente del Consiglio è contrario alla legalizzazione. Speriamo che, come spesso gli capita, cambi idea.

Se pensate che sia un tema minore, vi sbagliate: la legalizzazione della cannabis avrebbe conseguenze notevoli sotto il profilo del contrasto alla criminalità organizzata, delle politiche carcerarie, delle risorse della giustizia, degli aspetti sanitari. Ed è 'operazione' che vale miliardi e miliardi di euro.

Un'unica precisazione: anche se sono favorevole alla legalizzazione, non fumo spinelli.

Ci vediamo a Milano lunedì: per tutto questo e altro ancora.

Se la sinistra e la politica vogliono ripensarsi, la questione centrale è la scuola

La cosiddetta «buona scuola» che abbiamo visto finora è in realtà piccola, in alcuni passaggi molto cattiva, in generale meno pubblica e più diseguale, grazie all'ormai tradizionale travisamento della parola «merito».

Prevede la stessa verticalizzazione e la stessa riduzione della rappresentanza e della collegialità delle altre 'riforme' di questa strana stagione.

Dimostra lo stesso pressapochismo e la stessa miopia, concentrata com'è sull'effetto presente e poco sulle conseguenze e le opportunità del futuro.

Se qualcuno vuole dire qualcosa di diverso, lo faccia proprio a partire dalla scuola, che solo una pessima politica ha relegato, nell'immaginario, a tema minore, tecnico, quasi sindacale, di cui i presunti leader politici non si occupano, perché hanno di meglio (e di peggio) da fare.

Premessa fondamentale, alla maniera dell'occupatio di cui si serviva Agostino: non c'è una critica di corrente, in quello che troverete qui sotto, non c'è alcun tentativo di frenare la corsa micidiale del premier, c'è una critica di senso, perché – come già per le riforme, con il fossile Sblocca Italia e la tonitruante campagna per la liberalizzazione dei licenziamenti del Jobs Act – semplicemente non mi sento rappresentato da quanto il governo sta facendo.

E vorrei che per una volta si leggesse in questi termini quello che scrivo. Avete vinto voi, che assomigliate molto a quelli che vincevano prima, lasciateci almeno la possibilità di pensare a qualcosa di diverso.

Che cosa ci sia di buono, dicevamo, nella scuola proposta dal ministro Giannini (del Pd) si fa fatica a capirlo. Le ambizioni culturali si limitano a una riorganizzazione aziendalistica, che non è proprio una clamorosa novità, dopo anni di berlusconismo.

Sulla meritocrazia, viene in mente Michael Young e un libro che tutti dovrebbero leggere, perché forse non sanno che chi l'ha inventato usava il termine con ironia e una fortissima carica paradossale, segnalando che alla fine la meritocrazia si autodistrugge, essendo spesso circolare.

Se è vero che il merito e il talento sono un valore relazionale, che si riceve e che cresce non solo per ragioni interne, che deve consentire che il merito si eserciti appunto da parte di tutti i meritevoli, non quelli che lo sono per ragioni ereditarie, di censo, o per nascita, come ci ha ricordato più volte Walter Tocci, forse proprio su questo dovremmo puntare, se pensiamo di formare cittadini e non solo concorrenti, già classificati in chi vince e chi perde fin dall'asilo.

La verità è che si dovrebbe puntare a un ritorno – riveduto e corretto, ma non per questo ridimensionato – alla stagione della collegialità (e della rete) solo modo per realizzare l'autonomia (parola bellissima e nonostante l'etimologia lontanissima dall'aggettivo autoritario): nel mondo della cooperazione (non quella di Mafia Capitale, per intenderci, ma del coworking e dell'intelligenza collettiva), sorprende che l'innovazione non passi mai per questo tema, di cui l'Italia è stata antesignana e protagonista.

C'è poi la consueta ritirata dello Stato che chi è lombardo conosce benissimo, dal diritto allo studio, dall'offerta universale, dalla valorizzazione degli insegnanti, a cui si dovrebbe dare altro stipendio, non – tipo – il bonus per andare al cinema. Una ritirata tipica della cultura politica di quel paradigma che dovremmo superare (si veda a questo proposito Tomaso Montanari, Privati di patrimonio, Einaudi 2015).

Una «guerra tra poveri» a cui bisogna sostituire o forse aggiungere la parola «precari», che deve portare a riformulare il testo, con la pesante modifica dell'articolo 12, per evitare che i 36 mesi per molti diventino una condanna, per fare in modo che la transizione richieda forse più tempo del previsto (per il governo una cosa inimmaginabile, perché bisogna fare tutto e subito, anche se poi non è vero) e chiuda la stagione della frammentazione e della confusione.

Perché il complesso della 'riforma' (virgolette d'obbligo) non va bene, soprattutto nel travisamento del tema dell'autonomia scolastica, lo spiega bene Andrea Ranieri.

Le migliori prove di sé l'autonomia scolastica l'ha data quando tutte le componenti della scuola hanno cooperato per raggiungere gli obiettivi del Piano dell'offerta formativa. Quando il piano è stato costruito in maniera democratica e condivisa. Quando ha trovato Comuni che hanno sostenuto l'autonomia mettendola in rete con le opportunità formative presenti nel territorio. Quando si sono costruite reti di scuole permettere in comune esperienze e professionalità. Cercando di resistere, con l'intelligenza e la passione di tanti docenti, alla drastica riduzione di risorse messa in atto dai governi di centro destra.

Ma il decisionismo semplifica. Il dirigente scolastico deciderà il piano dell'offerta formativa e chiamerà i docenti che ritiene più adatti al progetto da lui stesso redatto. Ne risponderà al Ministero. In mezzo niente. Comuni e regioni non sono neanche, a questo riguardo, nominati. Gli organi collegiali dell'autonomia saranno disciplinati con un decreto delegato entro 18 mesi. Per far cosa non si sa, visto che nel frattempo la legge ha consegnato tutto il potere ai dirigenti. Che tra l'altro i più bravi di loro nemmeno lo vogliono questo potere, perché sanno che l'autorevolezza si conquista sul campo, condividendo responsabilità, oneri e onori.

Christian Raimo è preoccupato, come me, per le parole che significano il loro contrario (si dice plastismo, in questi casi: è il trasformismo delle parole).

In questo mondo orwelliano, in cui le parole significano il loro opposto, la distorsione dell’idea di autonomia scolastica in una specie di franchising è veramente un triste paradosso.

E poi c'è il cinque per mille che, come hanno osservato tutti quanti, non può andare alla singola scuola, ma alla Scuola nel suo complesso, se davvero vogliamo fare in modo che i bambini e i ragazzi che studiano in periferia possano ridurre la loro disuguaglianza (quella più dolorosa) con le scuole del centro. Altrimenti, i genitori benestanti daranno risorse alle scuole benestanti, i genitori meno abbienti daranno ai loro figli scuole meno abbienti. Non si capisce perché il cinque per mille non lo faccia direttamente lo Stato, aumentando direttamente le risorse della Scuola. O forse lo si capisce: si salvi chi può, gli altri si arrangeranno.

Da ultimo, un'annotazione personale: negli incontri pubblici su questo tema, mi sono reso conto sempre di più di quale sia la frattura della sinistra con se stessa.

La famosa scissione c'è stata già. Certo, non riguarda il ceto politico, riguarda le persone, soprattutto quelle che, con più ragioni, si definiscono di sinistra. Ma tutto questo non sembra importare ai politici. Soprattutto a quelli che dicono di occupare i seggi della sinistra.

La Costituzione non è merce di scambio. Se il premier sconfessa la riforma, facciamola bene (finalmente)

Abbiamo scoperto che il Senato non elettivo era solo una fissazione di Vasco Errani.

A me sembrava che fosse una fissazione del segretario (prima ancora di diventare premier): a gennaio del 2013, glielo proposi in direzione, e mi fu risposto già allora che il Senato non può essere elettivo, altrimenti i senatori poi vogliono dare la fiducia.

Un argomento che non aveva senso, che il governo, il ministro, i colleghi di maggioranza e anche quelli di minoranza hanno ripetuto per mesi. Solo quel pirla di Civati (con una manciata di autorevoli senatori, «attaccati alla poltrona», così erano definiti, che furono sostituiti in Commissione perché lo sostenevano) proponeva il Senato elettivo. Poveretti.

Parliamo di questa questione da sempre: il Senato eletto dai cittadini a suffragio universale diretto (verificare, ad esempio, qui), perché la nostra priorità è sempre quella di garantire un potere più orizzontale, nel quale i cittadini possono pesare davvero, come le nostre proposte hanno sempre mirato a fare (e come abbiamo scritto, con Andrea Pertici, in Appartiene al popolo, Melampo 2014).

Per tutte queste ragioni, lo scorso anno, avevamo proposto, con i senatori Walter Tocci e Vannino Chiti, un superamento del bicameralismo perfetto che mantenesse però un Senato eletto dai cittadini. Lo stesso avevo fatto poi personalmente alla Camera dei deputati, con mie proposte ed emendamenti.

Gli emendamenti all'articolo 2, alla Camera, nel Pd, non li ha votati nessuno: solo il vostro affezionatissimo e Luca Pastorino, e una volta Rosy Bindi. Gli altri mi guardavano come si guarda un marziano.

Perché? Perché il segretario Renzi (già quando premier era ancora Enrico Letta) sosteneva che il Senato non elettivo era irrinunciabile. E per gli altri, non era poi un problema così grande, se è vero che la riforma alla fine l'hanno votata quasi tutti (non partecipammo in quattro, trattati come dissidenti, solo perché eravamo in sintonia con le profonde convinzioni del premier purtroppo inespresse: ancora Pastorino, Boccia e Fassina).

Pur di arrivare a questo, vale la pena di ricordarlo, sono state stravolte regole parlamentari e elementari norme di convivenza politica.

La riforma costituzionale è andata avanti per strappi e l’articolo sul Senato non elettivo è passato grazie a una frotta di deputati in missione con soli 270 voti a favore.

Oggi tutto questo viene superato come se nulla fosse, scaricando tutta la drammatizzazione di questi mesi su Errani (che non sapevamo avere una così forte leadership nel partito). A che scopo? Il solito: uno scambio.

Votatemi una legge elettorale su cui avete molti dubbi e avrete il Senato elettivo.

Al di là delle gravi perplessità che suscita qualunque scambio di questo tipo, tantopiù in materia istituzionale, la proposta è interessante per un aspetto: si può ridiscutere la riforma costituzionale. Anzi, si può ridiscutere tutto quanto. Come avevamo chiesto con il “lodo Pertici” anche rispetto a chi sosteneva che tutto ormai era blindato, che si dovesse fare così perché non c'era più tempo, perché tutto era già stato deciso, e tutto era perfetto così com'era.

Se c’è disponibilità a ridiscutere – finalmente! – sulle riforme costituzionali non sarebbe coerente farlo anche per migliorare la legge elettorale che comunque andrebbe ritoccata perché – nel testo attuale – non si applica al Senato che invece (pare) potrà essere eletto?

Non vorremmo scoprire tra qualche mese che un altro bersaniano, tipo Errani, si era purtroppo fissato sul premio di maggioranza sempre e comunque mentre il premier era sempre stato per il Mattarellum. Come noi….

Se si può cambiare tutto, e se finora abbiamo scherzato, si faccia il Senato elettivo e si torni al Mattarellum, con il doppio turno di collegio.

L'ho spiegato qui.

La nostra proposta che non è mai cambiata. Si può fare in pochi mesi.

Una riforma migliore e più condivisa, rispetto a una brutta e votata da una maggioranza risicatissima.

Dal #cambiaverso (#checambiaversochecambiaverso) che peggiora le cose, al #cambiatutto che le mette a posto.

Del resto, il premier è sempre stato d'accordo, no?

P.S.: il mio voto sulla riforma elettorale non cambia. Non la voterò. Poi quando ci sarà da cambiare il Senato, se mai succederà, sosterrò la riforma della riforma. In politica si fa così. Se niente importa a nessuno, a me – personalmente – sì che importa. Perché noi non siamo i protagonisti di House of (three) cards, rappresentiamo i cittadini.

Peccato che non sia vero niente

Questo è il tempo di decidere: è da 20 anni che si rinvia, che non si fa.

Capita di leggere status su Facebook così, da parte di colleghi parlamentari.

Posizioni legittime, si intende, esattamente come le mie.

Però, posso dirlo: non è vero niente. L’ho già detto, ma davvero non se ne può più.

Non è vero che sono vent’anni che si deve fare la riforma elettorale (e anche quella costituzionale). Di riforme elettorali ne sono state, eccome, si è passati – giusto negli ultimi trent’anni – al Mattarellum, poi al Porcellum, poi si sono riformate in modo orrendo le leggi elettorali regionali. Poi ci sono state (o tentate) più volte consultazioni referendarie in proposito. Riforme in molti casi fatte male, a botte di maggioranza, così come le riforme costituzionali: su tutte, quella del titolo V, votata anche da colleghi che ora strepitano per cambiarla, e quella della cosiddetta devolution. E non si tratta degli ultimi venti anni, ma degli ultimi quindici.

L’unica differenza è che nessuno ha mai pensato di fare una forzatura nel bel mezzo di una campagna elettorale, minacciando la fiducia. Quello sì non lo si vede da vent’anni. Anzi, da più di sessanta. C’era De Gasperi, per dire. Che per altro spiegava che quella non era una legge truffa perché premiava chi aveva già ottenuto il 50% + 1 dei voti. Cosa che l’Italicum non fa, premiando con la maggioranza una minoranza. In quello, se proprio proprio, benché ‘corretto’ con l’eventuale secondo turno, è più simile alla legge Acerbo, che è del 1923. Erano vent’anni anche allora. Un ventennio, per la precisione. Novantadue anni fa.

Peraltro, da penultimo, segnalo che la riforma elettorale prevede che essa entri in vigore nel luglio del 2016, una previsione che la Camera, secondo il governo, non potrà modificare. Quindi, che fretta c’è? Scriviamo cose che non rispetteremo? Oppure fingiamo che non ci sia quella data?

Infine, certo che c’è bisogno di una legge elettorale e certo che bisogna farlo da due anni. Su questo, come sapete, non solo sono d’accordo: avrei fatto solo quello e sarei tornato a votare, appunto. Anche perché questa riforma che non si fa da vent’anni la sta approvando, con una maggioranza risicatissima, un Parlamento eletto con il Porcellum e un partito che gode del premio di maggioranza solo perché Sel era nostra alleata, altrimenti non avrebbe tutti quei parlamentari per approvarla. Premio prima e premio dopo. Bello.

Succede a Genova, 14 anni dopo

Lucrezia Ricchiuti interviene sul caso Zaccardi chiedendo un intervento del Ministero della Salute.

RICCHIUTI – Al Ministro della salute, per sapere

premesso che:

Marilena Zaccardi era il medico del carcere di Marassi, definita la “seviziatrice di Bolzaneto” condannata dalla Corte d’appello di Genova perché dal 20 al 22 luglio 2001 “ha consentito o effettuato controlli di triage e di visita sottoponendo le persone a trattamento inumano e in violazione della dignità”, “costringendo persone di sesso femminile a stazionare nude in presenza di uomini oltre il tempo necessario e quindi sottoponendole a umiliazione fisica e morale”. “Per aver ingiuriato le persone visitate con espressioni di disprezzo e di scherno”. “Per aver omesso o consentito l’omissione circa la visita di primo ingresso sull’individuazione di lesioni presenti sulle persone”. “Per aver omesso o consentito l’omissione di intervento sulle condizioni di sofferenza delle persone ristrette in condizioni di minorata difesa”;.

La dott.ssa Zaccardi è stata condannata in sede civile perché in sede penale è intervenuta la prescrizione (già la prescrizione);

prima e dopo la recente condanna della Corte Europea dei diritti dell’uomo nel caso Cestaro contro Italia, la Asl 3 di Genova non solo ha mantenuto al suo posto la Zaccardi ma ha pensato di darle anche visibilità e le ha affidato la curatela scientifica, insieme ad altri quattro colleghi, di un convegno dedicato alla salute in carcere che si terrà sabato prossimo alla Commenda di Genova, nonostante che risulti che urlasse a una ragazza che aveva bisogno estremo di andare in bagno “puzzi come un cane”;

a parere dell’interrogante, una persona così screditata non dovrebbe ricevere altro incarico pubblico;

a parere dell’interrogante, vale la pena ripetere quello che diceva Hannah Arendt a proposito dei prigionieri nei campi di concentramento, privati della cittadinanza e di ogni diritto: «La concezione dei diritti umani è naufragata nel momento in cui sono comparsi individui che avevano perso tutte le altre qualità e relazioni specifiche, tranne la loro qualità umana. Il mondo non ha trovato nulla di sacro nell’astratta nudità dell’essere uomo» (H. ARENDT, Le origini del totalitarismo, Einaudi, p. 415). Secondo la Arendt, «Un uomo che non è altro che un uomo sembra aver perso le qualità che spingevano gli altri a trattarlo come un proprio simile». Separare l’uomo dalla persona significa di fatto introdurre dei gravi problemi di giustizia sociale e minare il principio politico dell’uguaglianza – :

se non ritenga di utilizzare i propri poteri ispettivi per chiarire la situazione di servizio della dottoressa Marilena Zaccardi.

La fiducia segreta, un ossimoro

Il professor Villone, costituzionalista già presidente della Commissione Affari costituzionali del Senato, riprende oggi su Il Manifesto la questione della possibilità che il Governo ponga la fiducia sulla legge elettorale.

Un’ipotesi che ha un solo sfortunato precedente, quello della legge truffa, come ricordavo alcuni giorni fa e che presenta molte controindicazioni politiche, oltre a non poter escludere comunque un voto negativo sulla legge che in passato portò un governo (il secondo Cossiga) a dover cedere il passo a un altro.

Un’ipotesi che – dice Villone – viola il bon ton politico e istituzionale, il buon senso, la stessa dignità politica e la correttezza e la sensibilità istituzionale. Che contrasta con ogni valutazione di merito, essendo sempre più numerose le posizioni a favore di un ritorno al Mattarellum, che – ha recentemente detto Napolitano – è stato un errore abbandonare.

Ma soprattutto – ed è questo il punto dirimente del ragionamento del professore – si tratta di un’ipotesi che non sta in piedi in punto di diritto.

L’articolo 49 del Regolamento della Camera dei deputati inserisce la legge elettorale tra quelle per cui – se richiesto – è prescritto il voto segreto. Quindi, poiché l’articolo 116 esclude la possibilità di porre la fiducia «su tutti quegli argomenti per i quali il Regolamento prescrive votazioni per alzata di mano o per scrutinio segreto», ne consegue – linearmente – che una volta avanzata dalle opposizioni (che lo hanno già annunciato) la richiesta di voto segreto, non potrà essere posta la fiducia. Il che è meglio per tutti.

Meglio per i parlamentari, che devono essere liberi di svolgere il loro mandato, come anche la Costituzione esige, e che invece questo esecutivo non ha mai rispettato, se non quando riguardava parlamentari aggiuntivi che provenivano da altri gruppi e che sono passati, in alcuni casi, dall'opposizione alla maggioranza. Meglio anche per il governo che eviterebbe così di rendersi responsabile dell’ennesima violazione delle regole parlamentari: se si fossero rispettate, peraltro, non saremmo arrivati a questa esasperazione che ci impedisce di compiere le scelte migliori.