L’agente Schlein a Madrid per la multinazionale della democrazia

Elly Schlein è intervenuta stamattina a Madrid alla Universidad di Podemos, la loro scuola di formazione estiva, in una tavola rotonda sui movimenti democratici a livello internazionale nel nuovo panorama politico.

Insieme a lei, Arturo Carmona (membro dello staff di Bernie Sanders), Raul Zelik (scrittore e politologo tedesco) e Marcelina Zawisza (membro del consiglio del consiglio direttivo di Partia Razem, partito politico di sinistra nato in Polonia nel maggio 2015).

La sfida di Possibile è questa: portare a livello europeo e riportare poi a livello nazionale la battaglia per una democratizzazione delle istituzioni (nazionali, comunitarie, internazionali) con particolare riguardo alle questioni più urgenti, come le tasse che le multinazionali non pagano, per fare un esempio.

Elly porterà l'invito alla creazione di una vera multinazionale dei diritti, basata su un patto (se volete un Ttip – rovesciato! -dei diritti e dell'uguaglianza) e si impegni da promuovere in tutti i paesi, al di qua e al di là dell'oceano.

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Tutto quello che avreste voluto sapere sul quesito referendario

Con Andrea Pertici abbiamo ricostruito il percorso che ha portato alla formulazione del quesito referendario di cui si parla molto in queste ore.

Tutta la discussione sulla scheda del referendum costituzionale prossimo venturo, in corso da qualche ora, è la solita tempesta in un bicchier d’acqua. Oltre a rappresentare un ulteriore esempio di discussione tardiva, come quasi tutte quelle che vengono fatte.

L’art. 16 della legge n. 352 del 1970 ci dice che «il quesito da sottoporre a referendum  consiste nella formula “Approvate il testo della legge di revisione dell’articolo (o degli articoli…) della Costituzione, concernente… (o concernenti…), approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta ufficiale numero… del …?»; ovvero: «Approvate il testo della legge costituzionale … concernente … approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale numero… del …».

Poiché l’attuale legge è sì di revisione di numerosi articoli della Costituzione, ma introduce anche disposizioni ulteriori, essa rientra nella seconda ipotesi, per la quale dopo il «concernente» si introduce il titolo della legge approvata dalle Camere.

Così nel 2006 il quesito era: «Approvate il testo della Legge Costituzionale concernente “Modifiche alla Parte II della Costituzione” approvato dal Parlamento e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 269 del 18 novembre 2005?» e nel 2001 «Approvate il testo della legge costituzionale concernente "Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione" approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 59 del 12 marzo 2001?».

Ora, la legge costituzionale approvata lo scorso aprile, come noto, è stata proposta dal Governo (che ne ha guidato – con una maggioranza blindata, anzi costretta tra i famosi quattro paletti – tutta la fase di approvazione) con il titolo “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte seconda della Costituzione”.

Il quesito, quindi recherà questo titolo.

Chi si “indigna” ora per un titolo che strizza troppo l’occhio alla demagogia poteva pensarci prima. Alcuni lo avevano fatto e ci permettiamo di ricordare che siamo tra questi. In ogni caso non rimarrà che spiegare che quel titolo è vuoto e fuorviante, come risulta pezzo per pezzo. Infatti:

a)      il “superamento del bicameralismo paritario” non significa nulla tante sono le modalità con cui questa può avvenire. Peraltro il superamento del bicameralismo perfetto complica il sistema allontanandosi dall’ipotesi più semplice del monocameralismo;

b)      la “riduzione del numero dei parlamentari” è una mezza verità. I “parlamentari” infatti sono “deputati” e “senatori”, come specificato sempre nella Costituzione, e se i secondi sono ridotti a prezzo della sottrazione della loro elezione ai cittadini per affidarla ai consiglieri regionali, i primi – pari al doppio dei secondi – non diminuiscono neppure di un’unità;

c)      il “contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni” praticamente non c’è secondo conti fatti dalla stessa Ragioneria generale dello Stato, che li quantifica al massimo in una sessantina di milioni;

d)      la “soppressione del CNEL” è l’unica voce precisa, ma tutti devono sapere che questa sarebbe generalmente condivisa e che non si può votare una riforma così ampia perché si vuole cambiare un solo articolo;

e)      la “revisione del titolo V” è un’espressione vuota che può voler dire tutto e il contrario di tutto. E nel caso di specie si risolve nella ennesima complicazione dei rapporti tra lo Stato e le Regioni, secondo modalità che riaccenderanno il contenzioso di fronte alla Corte costituzionale, ridottosi negli ultimi anni.

In sostanza per cambiare il titolo è tardi, per spiegarlo c’è ancora tempo.

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Se la #cannabislegale riduce il tasso di criminalità

Uno studio di Davide Dragone, Giovanni Prarolo, Paolo Vanin e Giulio Zanella dell'Università di Bologna (qui il download) propone un'interpretazione dei dati che provengono da due Stati americani, Washington e Oregon, che hanno progressivamente legalizzato la cannabis (compresa la cannabis ricreativa) negli ultimi anni.

Il loro lavoro analizza soprattutto l'impatto della legalizzazione sul tasso di criminalità registrato nello stesso periodo.

Le conclusioni dello studio dicono che la legalizzazione potrebbe portare a un calo della criminalità. “Il risultato può derivare da meccanismi diversi, e però complementari": 

In primo luogo, un mercato della cannabis pienamente legalizzato riduce il coinvolgimento delle organizzazioni criminali del traffico di droga.

In secondo luogo, permette alla polizia di deviare le risorse verso la prevenzione di crimini non correlati alla cannabis. Un effetto rafforzato se i dispensari di cannabis adottano misure di sicurezza.

In terzo luogo, l'uso di cannabis determina una varietà di effetti psicoattivi, che comprendono uno stato di rilassamento ed euforia (Hall et al., 2001; Green et al, 2003), e può quindi ridurre la probabilità di impegnarsi in attività violente. Ciò si ottiene, in particolare, se la cannabis è un sostituto per le sostanze che inducono alla violenza come l'alcol, la cocaina e le anfetamine (DiNardo e Lemieux, 2001; Williams et al., 2004).

Queste ragioni, certamente da verificare nel tempo, si aggiungono alle molte altre che abbiamo più volte richiamato (anche qui, con vari contributi).

Il terzo punto del documento citato qui sopra, peraltro, si ricollega a un altro effetto collaterale della legalizzazione, quello della riduzione dell'abuso di farmaci, che in molti casi è nocivo e mortale.

Da ultimo, pensando alla trasmissione di ieri in tv nella quale l'attuale premier faticava a trovare punti decimali di crescita del Pil, la legalizzazione porterebbe a una crescita (al di là di quella già contabilizzata, non senza parecchia ipocrisia) del prodotto interno lordo e alla sostituzione di numerosi (i dati dicono centomila) posti di lavori criminali con posti di lavoro legali. 

Se invece avete solo due minuti, andate qui.

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Le risorse per i poveri scarseggiano? Ci credo: le avete destinate a chi sta bene

La menzogna più grossa che accompagna ogni dibattito sui conti dello Stato è quella per cui non ci sarebbero risorse per i poveri e per ridurre le disuguaglianze.

Le risorse ci sarebbero eccome, anche soltanto modificando in parte le cose che lo stesso governo attualmente in carica ha introdotto con le scelte spericolate degli ultimi anni.

Due esempi banali e un terzo in aggiunta:

1. Se si tornasse a far pagare la tassa sulla casa a quelli come me (per capirci) e a chi sta bene dal punto di vista economico, esentando dal pagamento soltanto chi non è in buone acque, recupereremmo qualche miliardo (da 1 a 2, dipende da come si costruisce la modifica).

2. Se si correggessero le storture degli 80 euro, che in buona parte vanno a famiglie che se la cavano abbastanza (a volte molto) bene (lo dicono le benedette statistiche e uno studio che vi prego di leggere), se si evitasse che per esempio andassero alla moglie o al marito di un parlamentare, se si facessero i conti tenendo conto, appunto, dei dati complessivi del reddito familiare e del patrimonio di cui si dispone, se ne recupererebbero altri 2 (qualcuno dice 3).

3. Se si passasse dai bonus a qualcosa di più serio (non è difficile), si potrebbe pensare per esempio che – invece di dare 500 euro a tutti i 18enni, anche a chi sta benissimo, per il semplice fatto che compie diciotto anni – forse se ne potrebbero dare (in servizi, diritto allo studio, borse, alloggi) a chi non riesce a permettersi l'università. E se ne va a lavorare, se ce la fa, con 500 euro in saccoccia, che non cambiano certo le sue condizioni (tra l'altro, nella stessa formulazione del concetto di bonus, come di molte altre misure di questo esecutivo, si scambiano la progressività e redistribuzione con una sorta di carità e di logica del regalino veramente imbarazzanti).

Ecco, senza nemmeno uscire dal renzismo (magari). Altro che i 50 milioni (non 500, come vuole la propaganda) dei risparmi delle riforme.

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La mozione circolare sull’Italicum e quella strana e forte sensazione di essere presi per il fondellum

Siccome c'è un dibattito, facciamo il dibattito.

Siccome se ne parla, parliamone.

Siccome l'abbiamo appena approvata, approviamone un'altra.

Siccome è successo qualcosa, ma non vi diciamo cosa, impegniamoci a impegnarci nell'impegno rispetto a cui ci impegniamo: ma senza togliere il ballottaggio, che sembrava la cosa da cambiare. No, quello rimane. Con il premio, ovviamente. Che non c'è più nemmeno in Grecia (avvisate gli esponenti del partito della nazione che ne straparlavano, quest'estate).

Come disse una volta ElleKappa (parafrasando): sarà un conflitto vero, scorrerà del ketchup. 

Come scrive Andrea Pertici

Con una mozione del tutto generica, sempre lontana dal merito delle questioni, basata unicamente sul fatto che “è attualmente in corso un ampio dibattito politico su possibili e articolate ipotesi di riforma della citata legge”, l’altroieri la maggioranza di governo, meno un pezzo, ha impegnato la Camera “ad avviare, nelle sedi competenti, una discussione sulla legge 6 maggio 2015, n. 52, al fine di consentire ai diversi gruppi parlamentari di esplicitare le proprie eventuali proposte di modifica della legge elettorale attualmente vigente e valutare la possibile convergenza sulle suddette proposte”.

Una mozione vuota che, come sempre chiede il cambiamento per il cambiamento, perché ogni tanto si cambia, anche se si tratta di una legge approvata da poco più di un anno, applicabile da meno di tre mesi e se non si sa in cosa queste modifiche dovrebbero consistere.

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Fino a dove arriva il tour #RiCostituente

Oggi alle 18 il tour fa tappa a Ceglie Messapica (Br) con il vostro affezionatissimo, Toni Matarrelli (deputato di Possibile) e Donato Peccerillo (Comitato per il No). Moderano Adele Galetta e Francesco Monaco.                         

Alle 20 a San Pietro Vernotico per una iniziativa su referendum costituzionale. Introduce l'avvocato Daniele Ancora e interviene, oltre a me e Toni Matarrelli, Simona Cesano (consigliere comunale di Cellino San Marco).

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Schiavi di un dio minore e la differenza che passa tra un romanzo e un post su Facebook

Lo ricorda oggi Rocco Olita, nel suo solito, bel post mattutino:

Ci voleva Crozza, con la sua solita sagacia e puntualità, a spiegare l’arcano che sta dietro le ballerine e intermittenti rilevazioni dei dati sull’occupazione, che un mese segnano dei “più” così consistenti da far “cinguettare”, nel senso di Twitter e non solo, tutto il governo su quanto sia bello e forte il Jobs act, mentre l’altro spiegano che gli occupati sono un po’ meno di quello che si crede e soprattutto più precari, generando atterriti silenzi sui profili social-ministeriali.

Dice l’autore della copertina in Di martedì, la trasmissione di La7 condotta da Floris: «Poletti, nel conto degli occupati, calcola anche chi, con i voucher, lavora solo un’ora alla settimana, che è come se tu calcolassi tra i romanzieri anche quelli che scrivono i post su Facebook».

I dati che vanno e vengono, gli zerovirgola di cui il premier attuale parlava per attaccare il premier precedente per poi ritrovarsi presto nella stessa situazione (la figura della nemesi si impone ormai su tutta la politica italiana), i trucchi statistici e le stesse misure (senza alcuna misura) del governo lasciano il tempo che trovano: è ora che ci si dedichi a un'analisi quantitativa più dettagliata e, insieme, a un'analisi qualitativa. Per esempio riconoscendo una volta per tutte che siamo passati dal precariato allo schiavismo o a qualcosa che gli si avvicina parecchio, come sostengono gli autori di un libro straordinario appena uscito in libreria che si intitola, appunto, Schiavi di un dio minore.

Un libro e un modo di discuterne su cui torneremo spesso, nelle prossime settimane. Se davvero vogliamo cambiare qualcosa e preparare tempi migliori.

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Il presente non basta (un grande slogan politico)

Questo uso elusivo, ambiguo, stravolto delle parole era ben noto a Sallustio, storico del I secolo a.C., testimone del declino politico e morale della Repubblica, il quale per bocca di Catone ammoniva: «abbiamo smarrito i veri nomi delle cose» (Catilina, 52, 11 nos vera vocabula rerum amisimus), per cui «elargire i beni altrui viene chiamato liberalità e la temerarietà delle male azioni viene detta forza d’animo» (bona aliena largiri liberalitas, malarum rerum audacia fortitudo vocatur); come era stato noto già a Tucidide (V secolo a.C.), modello di Sallustio, il quale individuava nell’uso ingannevole della parola (euprépeia lógou) la sintomatologia perversa (kakotropía) della guerra civile: «pretesero persino di cambiare la consueta accezione delle parole (onómata) in rapporto ai fatti, sulla base di ciò che ritenevano giustificato. La temerarietà sconsiderata fu ritenuta coraggiosa solidarietà di partito; la prudente cautela, speciosa vigliaccheria; l’equilibrio, ammantata codardia; l’assennatezza in tutto, inerzia verso tutto; l’impetuosa impulsività fu accreditata a un temperamento virile; il riflettere con calma, in nome della sicurezza, a suadente, pretestuosa riluttanza» (La guerra del Peloponneso 3, 82, 4).

Ivano Dionigi, Il presente non basta. La lezione del latino, Mondadori 2016, pp. 40-41.

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Le cose che si dicono in campagna elettorale e le Olimpiadi

A parte chi salutò come geniale l’idea di non celebrarle in Italia per poi attaccare chi dopo tre anni non le vuole, segnalo alcune cosette di una qualche importanza sul tema Olimpiadi.

Alcuni di noi chiesero in tempi non sospetti di dare la parola ai cittadini, come è capitato in altre città. E non lo si è fatto.

La giunta Marino era favorevole, ponendo legittime condizioni: poi l’hanno mandata a casa (e tra le altre cose c’entravano parecchio le Olimpiadi: il come e soprattutto il dove farle).

Poi i Radicali hanno lanciato la raccolta firme per indire un referendum sulla questione (e però hanno anche sostenuto Giachetti che era favorevolissimo alle Olimpiadi).

Nel frattempo Raggi si è candidata, dichiarando esplicitamente la propria contrarietà alle Olimpiadi. E così i candidati che l’accompagnavano.

Se i programmi o quantomeno le parole elettorali hanno ancora significato sarebbe coerente se Raggi, che ha stravinto le elezioni anche dicendo che non le piacevano le Olimpiadi, dicesse ancora no.

Al di là delle opinioni, ciò che si dice in campagna elettorale ha valore. Lo so che siamo abituati al fatto che succeda il contrario di quanto si promette o dichiara, ma sappiamo tutti che è sbagliato, giusto?

E, da ultimo, se qualcuno dice che però la maggioranza dei romani in realtà era (o sarebbe stata o è) favorevole, torniamo alla nostra richiesta – puntualmente disattesa – da cui siamo partiti: per saperlo, sarebbe stato carino farli votare, informandoli per bene.

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L’autunno (della Repubblica)

Conosco Maurizio Viroli da molto tempo (intendo: da molto tempo prima di conoscerlo davvero) perché studiavo il repubblicanesimo del Quattrocento (prima di Machiavelli, per capirci) e in particolare un signore, Alamanno Rinuccini, che denunciò la deriva del celebre fiorentino Lorenzo, che aveva progressivamente svuotato le istituzioni repubblicane per trasformarle in una signoria dal potere pressoché assoluto. Un vero e proprio riformismo all’incontrario.

Viroli già allora era un riferimento della tradizione repubblicana, una tradizione culturale, politica e filosofica: in una parola, civile. Se ne parlo oggi è perché è uscito per i tipi di Laterza il suo ultimo libro, L’autunno della Repubblica. Un libro che raccoglie gli scritti di Viroli per le principali testate nazionali degli ultimi anni e che però ha qualcosa in più.

Nell’introduzione, Viroli racconta come è nata e come si è forgiata la sua cultura repubblicana, nel lavoro in segheria a quattordici anni e poco dopo come cameriere negli alberghi della Riviera, attraverso il Sessantotto che lo ha «accolto» e ha indirizzato il suo «rancore» verso la politica e non verso una indignata e generica «ribellione», grazie al Rousseau che serviva al tavolo del conte di Govone e all’autore a cui Viroli ha dedicato una vita intera, Machiavelli, che biasimava tutte le forme di quella corruzione che nelle città italiane «si raccozza».

Viroli descrive la traiettoria del repubblicanesimo italiano, con la «vergognosa» migrazione di “La Malfa figlio” verso la destra berlusconiana, la collaborazione al Quirinale con Carlo Azeglio Ciampi che prosegue ancora oggi nell’impegno per l’educazione civica, la religione costituzionale e il liberalismo dei doveri (che rappresentano e sono libertà, proprio come i diritti).

Correvano gli anni del berlusconismo – di cui Viroli decreta una «fine senza rinascita» – che non hanno portato alla rivoluzione del ‘nuovo’ che qualcuno auspicava. Anzi. C’è uno strano regresso, che Viroli documenta con cura, e che appunto ci riporta indietro a qualcosa di sinistro che non ha nulla a che fare con la sinistra.

Perciò Viroli chiede – come conseguenza logica e a suo modo di vedere morale – di mobilitarsi per il No e per una Repubblica che abbiamo il dovere di tutelare, se ne saremo capaci («if you can keep it», con bella citazione di Benjamin Franklin).

Per parafrasare una espressione di Vargas Llosa, bisogna spremersi le meningi e fare uno sforzo di memoria per ricordare il futuro.

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