Sinistra è chi la sinistra fa ( = )

Ieri sera a Otto e mezzo mi hanno chiesto una definizione di destra, circa l’attuale corso del Pd. Ho risposto parafrasando Forrest Gump.

Oggi rovescio la questione, che vale ovviamente anche per la sinistra. Travolti da migliaia di congressi e di convegni, ogni fine settimana, propongo che si associ elaborazione a mobilitazione. Perché tra il dire e il fare c’è di mezzo un mare di politicismi, di tatticismi, un numero di sigle più numerose delle vecche targhe automobilistiche.

Vale per l’Italia ma vale anche per l’Europa. Perciò in occasione del weekend europeo, tra una manifestazione e l’altra, rispondendo alle sollecitazioni di Diem25 e di Varoufakis, rilancio: partiamo insieme con una mobilitazione europea sulla tassazione (che non c’è) per i grandi gruppi multinazionali (secondo ricette europee tipo il doppio irlandese o il panino olandese) e sull’esistenza di paradisi fiscali all’interno della stessa Unione e della stessa zona Euro.

Non accontentiamoci di un convegno o di un teatro pieno, proviamo insieme a cambiare le cose, a livello planetario. Se vogliamo fare la sinistra, ma soprattutto tutelare la nostra Costituzione (articoli 3 e 53, in questo caso) e difendere l’Europa da se stessa.

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Ci vuol passione (molta pazienza)

Allora, ricapitolando, a poco a poco la diaspora dal partito del governo che il vostro affezionatissimo denunciava fin dal 2014 si sta materializzando. Per la verità si era materializzata già tra gli elettori ed era già esplosa alle Amministrative e in occasione del referendum, ma si sa: il ceto politico muove sempre sul far del tramonto.

E così anche chi difendeva la «ditta» si è delocalizzato.

Il Pd è sempre più Pdr e così sarà anche in occasione delle primarie prossime venture, tanto che ci si attende un nuovo picco scissionistico per il 1° maggio. E se ne attende un altro subito dopo le Amministrative. Una diaspora che si traduce ogni giorno di più in una lunga scia di abbandoni e di rinunce.

Ora, come forse sapete, la mia proposta è che tutti quelli che si sono resi conto, con calma, della deriva che prima negavano, si diano appuntamento per provare a concepire qualcosa di autonomo e di unitario. Che non viva di tattica ma che abbia una propria strategia. Prima di tutto culturale, e poi politica, e poi elettorale. In questo ordine.

Lo so che è difficile, ma credo sia un obiettivo necessario, quello di provare a trovare una via, che non coincida con quelle già battute. Un invito rivolto a tutti e in particolare a chi ha avuto già molte responsabilità.

Come diceva quella canzone, ci vuole passione e – anche e soprattutto – molta pazienza.

Alle prossime elezioni il contatore si azzererà e come già in altre occasioni saranno premiate proposte nitide, comprensibili e autorevoli, grazie a un connubio tra politica e società, il più rappresentativo possibile.

In uno schema laico e repubblicano, che difenda e promuova le istituzioni e la Costituzione, che abbia un discorso sull’Europa e sul mondo non riducibile alle furiose ma esauste tifoserie attuali.

Ce la faremo? Dipende da voi.

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Capra cavoli lupo

Il contributo del vostro affezionatissimo al giornale del Movimento Arturo. 

Per fare un’unica proposta elettorale in quello spazio repubblicano, laico, ambientalista e femminista che intende occuparsi con vigore del superamento delle disuguaglianze, di redistribuzione e giustizia sociale, coniugandole con l’innovazione della vita produttiva e sociale e i diritti che devono accompagnarla, da sinistra verso la società, non si possono salvare capra e cavoli, come in quella storiella.

O meglio ci si può provare, ma lo si deve fare con due mosse supplementari, non contemplate finora, per evitare che il lupo si mangi la capra e ci rimangano solo i cavoli.

Due passaggi in più, quindi, proprio come nel rompicapo. Con una premessa.

La premessa è ovviamente quella di razionalizzare il quadro politico, attualmente sembriamo tutti impazziti, a dir poco: avvicinare formule sigle o soggetti, prima di tutto. E veniamo alle mosse.

Il primo passaggio riguarda la scrittura collettiva e condividisa di un progetto di governo. Non “con chi” andare, ma “dove” andare, insomma. Decisa la meta e le modalità del viaggio, si potrà partire.

Il secondo invece fa riferimento al coinvolgimento della società, delle competenze, non solo del ceto politico, perché è fondamentale avere 100 leader (se 100 rimarranno i collegi) a cui far interpretare direttamente la proposta politica di cui sono portatori.

Non sarà semplice mettere insieme persone e idee, ma non si può fare altrimenti.

Non è sommando sigle e riposizionamenti che si attraverserà il fiume, ma con queste due mosse che nessuno ha inteso finora compiere. Cose da fare, impegni chiari, parole nitide e la società da rendere protagonista a partire da un progetto comune.

Sono certo che con Arturo questa non sarà più l’isola che non c’è, ma – appunto – la penisola di Arturo.

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I «se» e i «ma» che non aiutano a crescere

«Se c’è Pisapia sono contentissima, ma non pensi chi è uscito sbattendo la porta di rientrare dalla finestra per condizionare il nostro partito, perché noi non ci faremo condizionare», così Serracchiani, mentre scrivo, al Lingotto.

Questo è il punto, e non è neanche così sbagliato, nonostante palco e pulpito.

Perché in questa storia della sinistra che si ripensa ci sono troppi «dipende», troppi «se» e «ma».

Facciamo qualcosa a sinistra, ma dipende dal congresso del Pd, dal suo risultato o addirittura dai risultati dei singoli candidati, dal sistema elettorale, da come vanno le Amministrative, da Alfano, da Gentiloni, da questo o da quello.

Ecco, io penso che noi dobbiamo fare qualcosa che dipenda da noi stessi, non da altri o da altro, che peraltro abbiamo già imparato a conoscere e non intende certo cambiare.

Qualcosa che dipenda dalla nostra generosità e dalla nostra creatività, dal progetto elettorale che riusciremo a scrivere insieme, dalle scelte dei prossimi mesi sulle «cose» che il Parlamento si troverà a dover affrontare: dal decreto Minniti alla discussione tardiva e poco dignitosa sui voucher, dalle questioni economiche a quelle sociali.

Che non dipenda da altro, ma da ciò che siamo e proveremo a essere. A prescindere proprio da tutto il resto. Da tutti i dipende, gli andirivieni, gli eterni ritorni.

È già successo che aver puntato tutto sui dipende abbia portato la sinistra a dipendere dalle larghe intese prolungate forever, dal Nazareno, da scelte poco strategiche: chi ha votato sì al referendum dovrebbe pensarci su almeno un po’, che ne dite?

Dipende da noi e dalla Costituzione, da quell’idea di uguaglianza, da quella possibilità che sapremo offrire a chi ne ha pochissime o nessuna.

Dalla capacità di essere consapevoli e orgogliosi, dal sapere unire i simili, prima di tutto e condividere con chi non si sente rappresentato, dal sapere valorizzare le competenze e le questioni, dal saper proporre proposte (di legge, non astratte) che cambino il corso delle cose.

Ci vuole trasformazione, non trasformismo. Strategia, non tattica. Visione, ci vuole, di lungo periodo, se ne saremo capaci. E credibilità: chi vota in un certo modo non ci venga a cercare, perché appunto abbiamo fatto altro.

Chi pensa che si risolva con la rimozione o con il cambiaverso del cambiaverso lo faccia pure, noi faremo altro. E lo faremo insieme con chi è sincero e motivato, a prescindere da tutti i tatticismi e da tutte le parole a metà che continuiamo ad ascoltare.

Ci diranno: non bastate. E infatti cercheremo altre persone che la pensino così, che sono pochissime in Parlamento e nel ceto politico, ma sono moltissime là fuori.

Ecco, andiamo là fuori. Scopriremo un mondo.

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La sinistra astratta

Siamo all’astrazione più totale. Tutti si dividono ma in realtà per riunire. Lo promettono, quasi lo minacciano. Ciascuno ovviamente con il proprio simbolo e con la propria formula. Tutti dicono unità, ma quasi mai chiariscono con chi e soprattutto su che cosa.

Tutti parlano di ricostruire tutto, ma non sempre esplicitano chi ha la responsabilità di avere distrutto tutto, benché larghe intese e governi attuale e precedenti paiano esserne le vere cause.

Altri ancora sono in “prestito”, pronti a tornare sui propri passi a seconda dell’esito del congresso del partito da cui sono usciti: ma ne sono usciti davvero?

Altri infine sono appena usciti ma cercano di dimostrarsi affidabili alleati mandando segnali di dialogo a quelli che hanno appena mollato, ma non del tutto. Un po’ come quelle coppie che si prendono una pausa di riflessione. Che si mandano i ‘richiamini’. Che rimangono in contatto. Anche perché vivono sotto lo stesso tetto: quello del governo in carica, in tutto simile al precedente, dichiaravano sprezzanti, fino a qualche giorno fa.

Poi in fondo, ma molto in fondo, ci sarebbero le cose, sulle quali fondare una proposta politica.

Sui voucher: il governo sta cercando di smontare il referendum senza smontare i voucher, affidandosi alle cure del vero stratega del Jobs Act, Maurizio Sacconi. Il ministro per la cronaca è lo stesso che difendeva i voucher.

Sull’immigrazione: Minniti e Orlando stanno intervenendo con decisioni di scarsissimo profilo costituzionale (eufemismo) per incontrare il plauso della Lega e di un’opinione pubblica bombardata da messaggi che solo pochi valorosi cercano di rappresentare correttamente, contrastando un razzismo che risale e che ha crioconservato tutte le leggi della destra.

Sulla progressività: a proposito di Costituzione, anche l’articolo 53 va a farsi benedire, con l’ultima trovata della flat tax per i ricchissimi e dopo un’infilata di bonus e di sconti ai più abbienti come mai era accaduto nella storia repubblicana.

Ecco. Con Possibile siamo unitari e aperti e lo dimostreremo plasticamente come abbiamo fatto in ogni occasione, ma non sopporto più ambiguità e astrazioni, appunto.

Gli stessi che ci hanno spiegato che destra e sinistra non esistono più, ora vogliono comporre il campo della sinistra. Forse perché con la destra hanno già dato.

Ci si indigna per i toni giacobini di certe opposizioni, senza rendersi conto che traggono linfa vitale e sostegno popolare da questa opacità, che si limitano a descrivere, crescendo nei sondaggi solo indicandole con un dito accusatore.

Ecco, unità sì, ma con Nesquik, diceva una vecchia pubblicità: sulla base di scelte chiare, non eternamente compromissorie o già negoziate prima ancora di cominciare.

Chi sposa questa linea avrà tutto il mio sostegno e la mia collaborazione. Per il resto, sono puri nomi. Soffi di fiato. Tattiche destinate a rovesciarsi in continuazione. E a sostenere non si sa quanto consapevolmente il progetto che intendono contrastare.

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Dov’eravate tutti (anche senza punto di domanda, per intenderci)

«Consiglio comunale in gita a Roma», «la falla nella lobby», «lobby di provincia fameliche e maldestre»: sono le parole dei principali quotidiani a commento di quella che a leggere i titoli sembra la saga dei Rignanos, tra fondazioni, cimici, pizzini e mille altre cose tutte da verificare.

Stupisce l’accanimento, ancora più stridente perché arriva dopo anni di elogi sperticati e di cori unanimi.

Stupisce perché arriva – qui sta il giustizialismo – dopo che è stata aperta un’inchiesta giudiziaria. Prima che accadesse – e con qualche ritardo anche in questo caso – la politica e i media non avevano avuto nulla da ridire.

Eppure erano tutti fiorentini, al governo. Era un must, la provenienza. E a chi segnalava l’incongruità veniva dato del rosicone, del velleitario, del candido.

Dov’erano le direzioni di Repubblica e Corriere e di mille altre testate giornalistiche? La risposta è contenuta nella domanda: erano là. A sostenere il pacchetto di mischia che ora liquidano come una lobby, a celebrare la «scalata» senza rendersi conto che già nella scelta delle parole c’era qualcosa di strano, a liquidare come antimoderni quelli che non salivano sul carro della banda (espressione della politica universale che oggi assume significati inquietanti), fingendo la parlata toscana e parenti in riva all’Arno.

Un gruppo (nel senso del Kerngruppe) di amici, giovani, spensierati, guasconi e formidabili faceva troppo cool. Era irresistibile per le cronache giornalistiche. E troppo importante perché gli altri poteri non formassero, intorno, cerchi concentrici, che a leggere i giornali di oggi sembrano invece cerchi danteschi di corrotti e di cialtroni.

Ci si dimentica, peraltro, che qualcuno aveva posto il problema del (sotto)potere e della (sotto)cultura che lo accompagnava e si era sottratto, alla Bartleby, anche quando ce n’è stata l’occasione, anche quando il messaggio era – letteralmente – «c’è posto per tutti». E si intendeva al governo e in tutto ciò che gli sta intorno. Bisognava liquidare un premier e suonare la grancassa perché non si udissero i rumori del retrobottega: fatto. Bisognava accettare tutte le nomine, perché il vento tirava impetuoso. Bisognava costruire nuovi personaggi, perché erano loro, i padroni assoluti. Da cui tutto dipendeva. Gli altri? Solo simpatici sfigati, arretrati, noiosetti.

Ora, a me dell’inchiesta giudiziaria interessa, e non può non interessare, come a tutti. Aggiungo che non mi piacciono gli attacchi personali, non mi piacciono le caricature, non mi piacciono i giudizi sommari. E credo che sia giusto seguirla, spiegando bene come stanno le cose e chiarendo ogni passaggio.

Mi preme però ancor di più il punto politico, rispetto a fenomeni che si possono osservare da anni (e in generale da sempre), rispetto ai quali il Paese e la sua opinione pubblica non hanno mai dimostrato di avere gli anticorpi e una cultura del rispetto, non del sospetto. Che si manifesti prima e durante, non dopo. Che sappia affrontare il potere quando c’è, non giudicare quando è passato o sta passando. Che non passi sopra ai comportamenti, come se non contassero. Che non banalizzi anche le cose più ovvie. Perché se sono ovvie, «prima» o «poi», vengono fuori. Chissà perché in Italia è sempre «poi».

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Perché la scherzosa suggestione di Movimento Arturo è importante

Quei geni totali di Gazebo hanno lanciato un movimento a sinistra che si prende gioco (giustamente) delle nuove aggregazioni a sinistra, che si rincorrono. Ne nasce una alla settimana: e ogni settimana per unire, ci si scinde.

Le sigle e gli acronimi si rincorrono, si replicano, si elidono: però ovviamente tutti parlano di unità, solo che non si capisce bene con chi la farebbero, questa unità.

Il messaggio dei Gazebos è occamiano: al di là dello scherzo, contiene una verità non banale.

Per questa ragione, come ho avuto modo di dire al congresso costitutivo di Si, bisogna collaborare, cooperare, costruire insieme, a partire però da un progetto di governo fatto di proposte precise (testo di legge e numeri non approssimativi) e senza far riferimento esclusivo al ceto politico, come abbiamo proposto (e fatto) con la Costituente delle idee.

E bisogna farlo a partire da un messaggio che sia laico e plurale, ma che sappia essere autonomo, senza scadere nell’identitarismo e nella nostalgia.

Qualcosa di nuovo, a cui Possibile ha iniziato a lavorare da tempo. Non un leader solo, ma 100 (questi sono attualmente i collegi) leader, competenti, autorevoli, liberi, che portino in Parlamento una battaglia, una questione, la loro cultura politica e che sappiano collaborare tra loro.

Un’impostazione più femminile (femminista, anche), se si vuole, in cui il tasso di testosterone diminuisca, lasciando spazio alla relazione, alla cura per le parole e per le cose, alla voglia di cambiare partendo dalle cose concrete e dalla vita delle persone.

Tenetelo a mente: Arturo non è solo un nome. È un antidoto. Per fare le cose serie senza prendersi troppo sul serio. Per dare voce a chi non ne può più di ghirigori e tatticismi. Ed è anche apotropaico, perché allontana quella sensazione di sfiga atomica che accompagna di solito queste discussioni.

Aderite anche voi, insomma.

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La nostra Costituente e i #giornimigliori che verranno

Con Possibile abbiamo risolto il problema dei rapporti con il Pd nel maggio di due anni fa.

Nel frattempo il Rubicone da attraversare è diventato tipo il Rio delle Amazzoni. Chi lo guada incontrerà più difficoltà, per avere tardato troppo a lungo. E a proposito di ponti che qualcuno vorrebbe gettare, di acqua ne è passata molta, forse troppa, e in ogni caso si dovrà tenerne conto, soprattutto se si vorrà fare qualcosa di credibile.

Quei rapporti li abbiamo risolti in relazione a questioni politiche gigantesche, che si accompagnavano con una gestione del potere e una cultura politica in cui non ci riconoscevamo. Siamo usciti dalla maggioranza e quindi dal Pd che la guidava, in quest’ordine.

Lo diciamo alla famiglia Rossi che lancia la rivoluzione socialista: per essere «socialisti rivoluzionari» non si può sostenere Jobs Act, no al referendum sulle trivelle, sì al referendum costituzionale, Italicum e tutto il resto.

Abbiamo chiesto a tutti i soggetti della sinistra diffusa (in questo caso fin troppo) di confluire in comitati locali, a prescindere dalla provenienza di sigla, per costruire un nuovo soggetto politico, ma solo pochi – come i verdi di Green Italia – hanno scelto di promuovere insieme un percorso di tipo nuovo.

Quando sono uscito dal Pd esistevano quattro partiti comunisti, due partiti verdi, la diaspora socialista e molto altro: da qualche giorno la costellazione si è estesa ad almeno altri due soggetti. Non è con una nuova sigla a settimana che costruiremo qualcosa. Leggo ad esempio che chi è uscito da Sinistra Italiana vorrebbe unire la sinistra italiana. Non è solo un problema di maiuscole, evidentemente.

Non ci siamo collocati «a sinistra del Pd», perché crediamo che il problema non vada posto in questi termini: il Pd ha fatto politiche di centrodestra, quindi chi non si riconosce nel Pd si colloca, secondo noi, nello spazio di una sinistra di governo che guarda alla società.

A radicalizzarsi non siamo stati noi, ma la società e le questioni che riguardano la vita delle persone, i loro diritti e le loro garanzie: sorprende che chi doveva rappresentare la parte più debole si sia schierato con il più forte e con i suoi interessi, denigrando chi segnalava quelle preoccupazioni. 

Ora tutto si muove a sinistra, molto tardivamente, con formule non proprie chiarissime e senza tener conto di ciò che si è votato finora, che mi pare invece la questione fondamentale: per parlare dei prossimi anni si deve tenere conto degli ultimi, altrimenti vale tutto. E i cittadini se lo ricordano molto bene.

La questione della coerenza e della linearità è consegnata all’impolitica: se non sei compromissorio, sembra di capire, non sei nemmeno politico. Quella che abbiamo chiamato scissione nel 2013 – ovvero l’affermazione del M5s anche tra gli elettori del centrosinistra – avrebbe dovuto far riflettere. Già nel 2013, appunto.

La nostra proposta è quella di due anni fa ed è basata su quattro parole d’ordine: autonomia, unità, progetto e società. La prima è condizione della seconda e si basa sul terzo elemento, il progetto di governo: traduzione, l’unità si può fare solo se è chiaro il profilo autonomo, rispetto a Pd, M5s e ciò che c’è già, di chi la persegue. E l’unità si crea soltanto attorno a un obiettivo: in avanti, quindi, non sommando ciò che c’è già.

Portare la società in Parlamento non è «populismo»: il passaggio costituzionale secondo il quale la sovranità «appartiene al popolo» deve essere ‘rappresentato’ attraverso le competenze e l’impegno che si è maturato, a dimostrazione di condotte che la «disciplina» e l’«onore» previsti per gli amministratori pubblici sia maturato prima di assumere incarichi.

Se parliamo di società, da ultimo ma per primo, non è un mero riferimento: per noi è fondamentale che il ceto politico non si barrichi in se stesso, ma spalanchi porte e finestre al contributo della società (non solo quella civile, che anche questa è una definizione vecchia e inutile, proprio la società) che vuole partecipare per un’Italia laica, ecologista, femminista, che abbia a cuore l’uguaglianza, che proponga grandi questioni (planetarie) e offra le soluzioni per affrontarle.

Laica, ecologista e femminista non sono parole: sono un preciso programma politico. Vastissimo. E insieme al riferimento al superamento delle disuguaglianze offrono una chiave inedita per superare la crisi economica, sociale e ancor prima culturale. Nel nome di Langer.

Noi ci alleeremo con queste cittadine e questi cittadini e quindi con tutti i soggetti politici che vorranno sostenere questa formula e che sottoscriveranno questa impostazione. Proprio il contrario di ciò che si continua a vedere nelle cronache giornalistiche. I protagonisti non siamo noi né altri gruppi, siete voi. Noi ci mettiamo a disposizione perché questo protagonismo si organizzi e proceda verso un obiettivo. Che non si disperda, che non si vanifichi da solo.

I molti però si devono organizzare, se vogliono sbaragliare le corporazioni e gli interessi dei pochi. Mi ha colpito molto quando qualcuno fece notare che Mafia capitale (a proposito di mafia, che non cita più nessuno) era organizzatissima, mentre la società si faceva permeare anche a causa della propria sufficienza. Ecco, contro i pochi organizzatissimi ci vuole altrettanta attenzione per un’organizzazione plurale e però presente dove accadono le cose.

La Costituente è un’idea aperta: in due direzioni. Accogliamo i contributi e li offriamo a chi li vorrà condividere. E così immaginiamo la natura stessa di Possibile.

Siamo pochi, sappiamo di non bastare a noi stessi. Ciò però è per certi versi salutare e ci invita a riconoscere con umiltà e però determinazione ciò che è già possibile nella società. Senza volercene appropriare, ma aprendoci ad esso, in un confronto serrato e nel tentativo di trovare soluzioni condivise.

Siamo arrivati al dunque, perché di tempo se n’è perso a sufficienza. Chi vuole partecipare, ci trova qui.

Più saremo, meno resteremo delusi.

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Il filo di Marianna

C’è da ritrovare un filo per uscire dal labirinto della politica e della sinistra in particolare.

Un filo robusto che rimetta in collegamento tutti i luoghi di iniziativa e di elaborazione, locali e nazionali. Che consenta agli elettori di scegliere un progetto chiaro, rappresentato da persone competenti e responsabili e libere dai condizionamenti delle forze che detengono il potere. Che rappresentino la società: non il ceto politico, ma i ceti fragili, coloro che rischiano, perché sono devastati dalla precarietà o perché investono in un Paese difficile come il nostro.

Un filo che colleghi tutto ciò che sta a sinistra e che intende farsi collegare, con una parola che serve sempre di più: sincerità. Una parola solo apparentemente impolitica che sola tiene insieme autonomia e unità.

Il filo non può essere che progettuale e programmatico, in un trefolo in cui siano ritorti elaborazione e mobilitazione, soluzioni scientifiche e iniziative civiche e civili.

Il filo non può che essere rivoluzionario, ecco perché Marianna: perché solo se i valori sono limpidi e lo sguardo planetario si può fare politica di questi tempi, per preparare insieme giorni migliori, per discutere di ciò che accade oggi guardando le cose dal futuro, consapevoli che gli obiettivi che si devono avere sono ‘lunghi’.

Possibile domani promuove la Costituente delle idee proprio per far partire quel filo da Roma e portarlo immediatamente in tutte le comunità, in ogni città dove c’è qualcuno che ne senta l’esigenza e voglia farsene carico.

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Fa’ pulito

Alla mia bambina la mia compagna dice così, con espressione che ho imparato da lei: fa’ pulito. Che significa, comportati bene.

L’espressione avrebbe (spiego tra un attimo il perché del condizionale) un alto contenuto politico, di questi tempi: fa’ pulito, non essere incoerente, non aggiungere confusione a confusione.

Avrebbe e non ha perché non è molto di moda: prevale l’idea, tipica del paesaggio politico italiano, che, nonostante le recenti scoppole, paghi di più la furbizia, la messa in scena, il dire e non dire, il fare e non fare.

La coerenza è considerata una virtù, ma è largamente dispersa, perché poi alla fine, così si dice, non paga.

Ecco, sarà che sono ostinato, ma credo che invece ci sia bisogno di una forza politica che sia coerente e nitida.

Che faccia pulito e faccia sul serio, che conservi una propria fisionomia, che dica le cose che si può permettere (e che si può permettere il Paese) senza eccedere e senza forzare.

Se ci pensate è l’unico antidoto a quello che chiamiamo populismo e che in realtà è solo sciatta demagogia.

Vale soprattutto oggi, nel momento in cui tutto a sinistra si muove o forse sembra muoversi.

Penso sia un errore che alcuni esponenti politici finora all’opposizione decidano di votare la fiducia al governo.

Penso sia un errore presentare la creazione di un nuovo gruppo o partito per poi far capire che in quel partito ci si torna.

Penso sia sbagliato rispondere alle nuove mode fallimentari della politica con vecchie mode, senza creare nulla di nuovo. E quando dico nuovo non penso alla comunicazione ma a qualcosa di più sostanziale.

Penso che sia sbagliato anche inseguire il fenomeno del momento, perché poi i momenti passano e non sempre il plot è coerente, appunto.

Fare pulito significa evitare certe inversioni a U, certe brusche retromarce, certi ghirigori, perché le persone faticano a capire.

Fare pulito significa affidarsi a scelte anche se queste sono presentate immediatamente come ‘perdenti’, perché è dalle scelte che dipende il discorso politico. Tutto il resto non è discorso, ma chiacchiera.

Fare pulito significa da ultimo non chiudersi, ma discutere con tutti coloro che intorno si muovono a partire però  da una propria linea, che è l’unica cosa che abbiamo. Senza creare contraddizioni, ma registrandole per capire se si possono superare. Individuando un obiettivo alto e impegnativo, non le convenienze del momento.

Tutto ciò passa per essere impolitico, ma fa’ pulito è un motto fondamentale. L’unico motto che conta, mentre tutto smotta.

E funziona così: che tutti quelli che hanno voglia di fare pulito si ritrovino, alla pari, e progettino insieme. Chissà che ciò che nel breve sembra improbabile non funzioni, alla lunga.

Perché è di cose serie e pensieri lunghi che abbiamo bisogno.

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