Il filo di Marianna

C’è da ritrovare un filo per uscire dal labirinto della politica e della sinistra in particolare.

Un filo robusto che rimetta in collegamento tutti i luoghi di iniziativa e di elaborazione, locali e nazionali. Che consenta agli elettori di scegliere un progetto chiaro, rappresentato da persone competenti e responsabili e libere dai condizionamenti delle forze che detengono il potere. Che rappresentino la società: non il ceto politico, ma i ceti fragili, coloro che rischiano, perché sono devastati dalla precarietà o perché investono in un Paese difficile come il nostro.

Un filo che colleghi tutto ciò che sta a sinistra e che intende farsi collegare, con una parola che serve sempre di più: sincerità. Una parola solo apparentemente impolitica che sola tiene insieme autonomia e unità.

Il filo non può essere che progettuale e programmatico, in un trefolo in cui siano ritorti elaborazione e mobilitazione, soluzioni scientifiche e iniziative civiche e civili.

Il filo non può che essere rivoluzionario, ecco perché Marianna: perché solo se i valori sono limpidi e lo sguardo planetario si può fare politica di questi tempi, per preparare insieme giorni migliori, per discutere di ciò che accade oggi guardando le cose dal futuro, consapevoli che gli obiettivi che si devono avere sono ‘lunghi’.

Possibile domani promuove la Costituente delle idee proprio per far partire quel filo da Roma e portarlo immediatamente in tutte le comunità, in ogni città dove c’è qualcuno che ne senta l’esigenza e voglia farsene carico.

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Fa’ pulito

Alla mia bambina la mia compagna dice così, con espressione che ho imparato da lei: fa’ pulito. Che significa, comportati bene.

L’espressione avrebbe (spiego tra un attimo il perché del condizionale) un alto contenuto politico, di questi tempi: fa’ pulito, non essere incoerente, non aggiungere confusione a confusione.

Avrebbe e non ha perché non è molto di moda: prevale l’idea, tipica del paesaggio politico italiano, che, nonostante le recenti scoppole, paghi di più la furbizia, la messa in scena, il dire e non dire, il fare e non fare.

La coerenza è considerata una virtù, ma è largamente dispersa, perché poi alla fine, così si dice, non paga.

Ecco, sarà che sono ostinato, ma credo che invece ci sia bisogno di una forza politica che sia coerente e nitida.

Che faccia pulito e faccia sul serio, che conservi una propria fisionomia, che dica le cose che si può permettere (e che si può permettere il Paese) senza eccedere e senza forzare.

Se ci pensate è l’unico antidoto a quello che chiamiamo populismo e che in realtà è solo sciatta demagogia.

Vale soprattutto oggi, nel momento in cui tutto a sinistra si muove o forse sembra muoversi.

Penso sia un errore che alcuni esponenti politici finora all’opposizione decidano di votare la fiducia al governo.

Penso sia un errore presentare la creazione di un nuovo gruppo o partito per poi far capire che in quel partito ci si torna.

Penso sia sbagliato rispondere alle nuove mode fallimentari della politica con vecchie mode, senza creare nulla di nuovo. E quando dico nuovo non penso alla comunicazione ma a qualcosa di più sostanziale.

Penso che sia sbagliato anche inseguire il fenomeno del momento, perché poi i momenti passano e non sempre il plot è coerente, appunto.

Fare pulito significa evitare certe inversioni a U, certe brusche retromarce, certi ghirigori, perché le persone faticano a capire.

Fare pulito significa affidarsi a scelte anche se queste sono presentate immediatamente come ‘perdenti’, perché è dalle scelte che dipende il discorso politico. Tutto il resto non è discorso, ma chiacchiera.

Fare pulito significa da ultimo non chiudersi, ma discutere con tutti coloro che intorno si muovono a partire però  da una propria linea, che è l’unica cosa che abbiamo. Senza creare contraddizioni, ma registrandole per capire se si possono superare. Individuando un obiettivo alto e impegnativo, non le convenienze del momento.

Tutto ciò passa per essere impolitico, ma fa’ pulito è un motto fondamentale. L’unico motto che conta, mentre tutto smotta.

E funziona così: che tutti quelli che hanno voglia di fare pulito si ritrovino, alla pari, e progettino insieme. Chissà che ciò che nel breve sembra improbabile non funzioni, alla lunga.

Perché è di cose serie e pensieri lunghi che abbiamo bisogno.

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Lo Spaese: la parola corretta è diaspora, non scissione

Chi mi conosce sa che ne parlo fin dai tempi del Jobs Act, dello Sblocca Italia, dell’Italicum, della ‘riforma’ costituzionale, della Buona Scuola: era l’autunno-inverno 2014-2015. Posi il problema sul piano politico, culturale, spiegando che la vera «scissione» con una parte consistente dell’elettorato era maturata alla fine della legislatura precedente, culminando nel risultato delle elezioni del 2013. E che l’ulteriore diaspora (questa è la parola che usai allora, valida ancora oggi) era iniziata per una ragione semplice: che quando si vincono le primarie, bisogna tenere conto anche del risultato degli altri, almeno in parte, almeno un po’.

Le primarie non sono elezioni qualsiasi, maggioritarie, chi vince vince e gli altri si attacchino. «Le primarie non si perdono mai», dicevo un tempo (prima di provarci personalmente, intendiamoci) perché l’intelligenza di chi vince sta proprio nell’affermare la propria linea politica senza brutalizzare quella degli altri concorrenti.

Ora, dal 2014 ciò che è successo è che si è imposta una linea politica, umiliando quella degli altri. Chi ora si rappresenta come unitario ha fatto ciò che gli pareva, senza un vero confronto con chi gli faceva notare che il programma elettorale del 2013 era un altro, che le ‘riforme’ facevano acqua da tutte le parti, che l’Italicum (a cominciare dal suo cuore, il ballottaggio) era a rischio di costituzionalità, che lo Sblocca Italia avrebbe potuto scriverlo la destra berlusconiana (e l’aveva scritto Lupi con Incalza), ecc.

Chi ha deciso di non tenerne conto è sempre lì, a ribadire la stessa cosa. Colpa degli «scissionisti» è stata allora di non fare fronte comune, di esorcizzare la questione dell’«uscita», di ridicolizzare chi poneva il problema: il mitico «dove vai?» di Bersani risuona ancora. Due anni fa.

In verità, il problema è ancora un altro: non si devono guardare le cose dal punto di vista del ceto politico, no, si devono guardare dal punto di vista della sostanza. Che è culturale e politica, insieme.

Il ceto politico ha tempi e dinamiche proprie. Si autorappresenta attraverso un sistema mediatico che gli assomiglia, spesso ne dipende, quasi sempre lo rispecchia. Nel ceto, la questione del potere si sovrappone a quella politica più generale, oscurandola, come in una eclissi. E così oggi assistiamo a un dibattito lunare, in cui chi ha sempre disprezzato le minoranze non si capacita delle loro decisioni. In cui uno dei leader della «scissione», come Rossi, se ne va dopo avere fatto dichiarazioni da montagne russe negli ultimi tre anni su qualsiasi argomento. In cui tutto matura rispetto alla data del Congresso, tanto che ancora oggi, alle ore 10.30 di martedì 21 febbraio 2017, Emiliano chiede di spostare di un mese la data delle primarie, così da poter rientrare.

Il problema non è quel mese, il problema sono gli ultimi tre anni. E quelli prima, anche.

Se scrivo tutto questo, dati causa e pretesto, è perché penso che si debba provare uno schema inedito, che riassumerei così: si parta da un progetto elettorale, scritto e sottoscritto, nitido, impegnativo, ambizioso.

Si scelgano le persone migliori per rappresentarlo, senza ricorrere a metodi tassonomici di correnti e aree, ma cercando i ‘migliori’ nella società, costruendo con loro una nuova politica, prima ancora di una nuova sinistra. Non uno, ma cento leader, capaci di dare voce all’Italia spaesata dalla propria politica.

Lo Spaese, potremmo definirlo, che si chiede perché seguire la diretta di SkyPd24, che legge di posizionamenti che non capisce nemmeno, che si chiede che cosa importi davvero ai suoi politici. «Se niente importa», verrebbe da dire, vale tutto e insieme non vale nulla e nulla è rappresentato. Né chi rimane, né chi lascia.

E invece si faccia una grande campagna (non solo italiana) sulle trasformazioni «planetarie» che ci interessano, che si rovescino le parole della cronaca di questi giorni ci si occupi piuttosto della «scissione» del Medioriente che porta devastazione e profughi, delle «coalizioni» delle multinazionali che decidono tutto (il vero Stato sovranazionale realizzato, da pochissimi, per se stessi), della «tragedia» e del «suicidio» che riguarderanno l’intero pianeta, se non faremo qualcosa per i cambiamenti climatici (in quel caso, la «corrente» da seguire è quella del Golfo), dei «sondaggi» secondo i quali i lavoratori saranno sostituiti dai robot (forse un giorno succederà anche per i politici, come qualcuno si augura, con vincolo di mandato e tutto) e nell’attesa sono pagati a cottimo.

E chissene del PdR (ovvero del partito “suo”) e dei suoi equilibri, dell’Ulivo fossile che tutti citano e nessuno ha mai voluto fare davvero, delle formule più assurde e improbabili che non spiegano nulla e che capiscono sempre meno persone.

Con Possibile, con tutti coloro che vorranno provarci, ci troviamo a Roma, da venerdì a domenica, per parlare di queste cose «planetarie», appunto. Il resto lo lasciamo volentieri ad altri. Che tanto è finto e noioso e, come si è dimostrato il 4 dicembre, né utile, né vincente.

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La domanda di Enzo (che è anche l’unica domanda da farsi)

Ha scritto Enzo Di Salvatore:

Un cittadino comune – come me, come chiunque altro – ragionerebbe, credo, così: aderisco o resto se mi convince o continua a convincermi ciò che si intende fare in tema di ambiente, di scuola, di lavoro, di immigrazione, di Europa; non aderisco o me ne vado se non mi convince o smette di convincermi ciò che si intende fare su quei temi.

Un cittadino comune – come me, come chiunque altro – ragionerebbe, credo, ancora così: poiché la democrazia è dialogo e mediazione, la pratica delle alleanze è scontata quando vi è convergenza politica sul modo di affrontare e risolvere i problemi che quei temi pongono.

Un cittadino non comune ragiona, invece, diversamente: aderisce, resta o va via perché prima della politica arriva la geometria: prima le strategie, le fronde, i posizionamenti e i riposizionamenti, gli inciuci (non già la mediazione), le scadenze elettorali.

Sicché, alla lunga, quel “prima” finisce per diventare un “per sempre”, e cioè un “mai” alle questioni che pone il cittadino comune.

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Un’offerta politica alternativa del tutto nuova e migliore

Antonio Polito oggi sul Corriere centra il problema: per aprire una nuova stagione bisogna provare soluzioni inedite.

È sbagliato proseguire nelle ricette degli ultimi governi, che non hanno portato alcuna vera ‘rottura’ con ciò che c’era prima, com’è sbagliato riproporre edizioni precedenti, di ceto politico, senza la capacità di aprirsi davvero al nuovo mondo, in continua trasformazione.

I punti richiamati da Polito – che vi prego di ritagliare e conservare – sono quelli da cui muoviamo anche noi e che ispireranno i lavori della Costituente delle idee (Roma, 24-26 febbraio): per dimostrare che non è tanto un progetto che parla alla sinistra, all’insegna di un visto politicismo, ma un progetto attraverso il quale la sinistra parla alla società.

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La scissione dalla realtà

Ciò che colpisce è che chi si oppone alla scissione, ne stia operando una più grave e non da oggi: la scissione dalla realtà.

C’è chi parla di un programma da scrivere, dimenticando che la maggioranza del partito della nazione (non ne parlano più, ma solo perché la nazione non si è dichiarata molto convinta) un programma negli ultimi quattro anni non l’ha mai scritto, ma l’ha praticato, cristallizzandolo in alcune riforme che l’attuale esecutivo, guidato dal mite Gentiloni (che si distingue giusto per la mitezza), dice di voler portare avanti, proseguendo nel percorso di riforme avviato dal governo precedente, che è rimasto per nove decimi identico.

C’è chi dice che bisogna ricostruire il centrosinistra, ma il centrosinistra è saltato per le stesse ragioni sopra richiamate e per una gestione del potere aggressiva verso tutte le forme di dissenso, anche le più ragionevoli, tra asfaltature e gettoni nell’iPhone.

C’è chi finge di non avere votato il 4 dicembre, che non ci sia proprio stato il voto e che il voto di ciascuno fosse indifferente, così come il voto con fiducia sulla legge elettorale incostituzionale (e non per via del referendum, incostituzionale di per sé), così come i voucher che si sono moltiplicati senza alcuna responsabilità di nessuno, così come tutto il resto del bel programma visto in questi anni su quasi tutto.

Con la rimozione non si va molto lontano. Non è dicendo che il ciclo renziano finisce che l’ex-premier scompare, non è accompagnandolo che si rovescia un quadro compromesso. Provare un Nazareno a sinistra con chi l’ha fatto a destra, per capirci, non risolve le contraddizioni: le aggrava. E mistifica ciò che è successo, difettando di credibilità e di maturità del giudizio.

E non è nemmeno con il ritorno a ciò che c’era prima che si fa un passo avanti. Ci vuole qualcosa di nuovo, una sorpresa e un progetto di governo coraggioso, libero, che prescinda dalle riforme che non lo erano degli ultimi anni per provare a fare qualcosa di molto diverso.

Con una dose minima di ceto politico, con la rappresentanza da offrire alla società, proprio a partire dalle questioni più scottanti che riguardano la vita dei cittadini, non l’acquario dei politici.

Avete presente quando in Fahrenheit 451 adottano i libri? Ecco ci vuole una lista di persone così: che rappresentino questioni, battaglie, impegni, diritti, opportunità. In se stessi. Cento leader, non uno solo. Uno spirito costituente che sbaragli le correnti. Un lavoro culturale, che anteponga le cose alle tattiche. Non il testosterone delle risse, ma il tratto femminile della costruzione paziente, riflessiva e però nitida: il nodo e non il chiodo, come direbbe Adriano Sofri.

Questa è la mia personalissima proposta. Se faremo così, cambieremo un pezzo di sinistra e soprattutto apriremo finestre su una politica radicalmente diversa. E scusate se è poco.

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Dimmi con chi vai

Mentre tutti intorno a noi si scindono, oppure no, o forse quasi, mi chiedono in continuazione: con chi vai?

Rispondo con serenità: vado con «Nessun Paese è un’isola», il lavoro corale avviato da Stefano Catone sull’accoglienza, accompagnato da una proposta legislativa sull’immigrazione, orchestrata da Andrea Maestri. Niente Alfano e niente Minniti, che piace tanto ai leghisti.

Vado con «Prima del diluvio», un pacchetto fatto di mobilitazione e proposte precise sulla questione (rimossa) dei cambiamenti climatici, coordinato da Annalisa Corrado. Niente Sblocca Italia.

Vado con Davide Serafin (che se fosse pronunciato alla francese sarebbe già un leader) per la progressività, per la redistribuzione, per la giustizia sociale. Niente bonus lotteria.

Vado con la laicità di chi pensa che sia il momento di affrontare chiaramente la questione dell’8 per mille (da definire e da rendicontare), la legalizzazione della cannabis, il matrimonio egualitario, il fine-vita. Niente inerzia e rinvii.

Vado con Elly Schlein e chi si batte in tutta Europa per superare i paradisi (anche quelli interni) e per fare in modo che le multinazionali elusive paghino le tasse, necessarie per il nostro welfare (vedi alla voce: la ricchezza nascosta delle nazioni, in libreria). Niente paura.

Vado (seguendo, con rispetto) con chi mi sta promuovendo la mobilitazione di Nonunadimeno, per affrontare la maledetta «questione maschile» e dare parità nella differenza, a cominciare dai tempi e dai modi di lavoro e di cura. Niente discriminazione (perché di questo si tratta).

Vado con il referendum sui voucher, che qualcuno si augura di scansare (come già per le trivelle), perché credo sia un’occasione fondamentale per parlare di lavoro, di diritti, di garanzie, di giusta retribuzione. Tutte cose essenzialmente costituzionali. Niente JobsAct.

Vado con chi pensa che si debba affrontare la questione dei «vitalizi» e degli stipendi dei parlamentari, come da nostra proposta non-demagogica. Niente privilegi.

Vado con chi pensa che si debba fare chiarezza sulle armi e rispettare le leggi e la Costituzione italiana. Niente pinottismi.

Vado con chi pensa che l’investimento più importante, di lungo periodo, è quello su scuola e ricerca, in un’ottica di collaborazione e non di imposizione con chi ci lavora. Perché sia un sistema efficiente e rispettoso, degli studenti e degli insegnanti. Niente buona (?) scuola.

Se volete farlo anche voi, con Possibile facciamo così. E pensiamo che nostro compito sia quello di far emergere, sulla base di queste linee di fondo e di sostanza, l’Italia più libera, più competente, più rappresentativa. Preoccupandoci poco del ceto politico e molto dei ceti che rischiano, perché sono più deboli o perché sono più esposti nel fare impresa, nel creare lavoro, nel provare modelli inediti e innovativi. In campo economico e sociale, perché dovremmo tornare a pensare insieme alle due cose.

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La proprietà transitiva e quello che manca (un progetto)

Mentre prosegue il nostro lavoro per la Costituente delle idee (qui le ultime ‘istruzioni’), leggo un sacco di cose che non possono non destare interesse.

Sinistra italiana non risolve le proprie contraddizioni se non forse scindendosi, con sindrome ‘radicale’ (perché nel frattempo anche i radicali sono attraversati da sfratti e divisioni devastanti).

Pisapia rilancia se stesso, dopo avere rinunciato a proseguire nel proprio mandato di sindaco, come punto di riferimento di un’area a sinistra che però dialoga con il Pd, qualsiasi Pd, anche quello di Renzi.

La minoranza del Pd minaccia non una, ma due o tre scissioni, augurandosi forse che la scissione alla fine la faccia proprio Renzi. Nel caso, gli esponenti non renziani andrebbero con Pisapia, che poi vuole allearsi con il Pd, qualsiasi Pd, anche quello di Renzi. Quindi uscirebbero per rientrare, che non mi pare – se posso – proprio un’idea geniale. A meno che il congresso del Pd non cancelli la proprietà transitiva, sostituendola con i tradizionali ghirigori per cui ci si allea con chi si ritiene lontanissimi. L’importante è allearsi, poi si vedrà.

Tutti dicono di essere convinti di arrivare al 40%, ammesso e non concesso che la legge elettorale rimanga più o meno quella che è, che in queste condizioni pare una fata morgana, utile soltanto per ‘chiudere’ il dibattito, non certo per aprirlo.

Quasi nessuno dice che cosa vorrebbe fare. Parlo di impegni programmatici, di progetto, di questioni politiche. Se ci si allea con il Pd che intende «proseguire le riforme di Renzi» (mantra che tutti ripetono, soprattutto i dirigenti del Pd, i ministri, gli opinion leader che le hanno condivise, che rimangono tutti saldamente al loro posto), non si capisce come si potrebbe fare diversamente da quello che abbiamo visto in questi anni. E ciò vale soprattutto se Renzi rimane alla guida del Pd e delle coalizione di forze che al Pd guarderebbero.

Ciò che manca è esattamente ciò che consentirebbe una scelta più seria, approfondita, strategica: un progetto di governo, scritto (perché della tradizione orale, a chiacchiere, non se ne può più), condiviso da persone credibili, che vogliono governare il Paese sulla base di impegni chiari, di una linea politica nitida, di parole semplici e forti.

Si riparta da lì: e così si costruisca qualcosa. Tutto il resto è destinato a avvitarsi e a far vincere il progetto di governo degli altri. Sempre che ne abbiano uno, pure loro.

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Tra lo Ngorongoro e il Serengeti, il maestoso spettacolo della discesa dal carro del vincitore

Mentre si vota a giugno, ma anche a settembre, forse a ottobre, più probabilmente a febbraio, con una legge elettorale che è un doppio Italicum dimezzato oppure un Consultellum rivisitato ovvero ancora Mattarellum verdinizzato, tra lo Ngorongoro e il Serengeti si assiste al maestoso spettacolo della discesa dal carro del vincitore (che ha perso), di cui avete una straordinaria testimonianza in questo pezzo di De Angelis.

Dalle magliette sulle quali campeggiava il mitico «Keep calm and rottama» è stato tolto «rottama». L’importante è mantenere la calma. «Don’t panic».

Per evitare di farsi del male, è meglio non precipitarsi, non accalcarsi, scendere con ordine, in fila indiana, seguendo le istruzioni delle hostess e degli steward che vi accompagnano verso l’uscita, ricordandovi di ripetere alcune formule rituali: su tutte una dura critica al «decisionismo declamatorio», con aggiunta di «personalizzazione». Un ramoscello d’Ulivo per rivolgersi a sinistra e un appello al fronte dei responsabili a destra, per evitare che vincano gli altri e le loro politiche, anche se non è ben chiaro chi siano gli altri e le loro politiche.

Giunti sulla soglia, per alcuni la parola d’ordine per aprire le porte della nuova stagione politica è «Alfano», nel senso che basta togliere Alfano per rifare il centrosinistra. Per altri la parola d’ordine è «Alfano», nel senso che basta aggiungere Alfano per fermare i populisti.

I cerchi magici diventano concentrici eppure centrifughi e la centrifuga è anche la sensazione psicologica che si prova, dopo avere apprezzato la calca del carro quando era strapieno, tra solitudini e spaesamenti.

Chi ha votato sì minimizza e auspica una riconciliazione con chi ha votato no. Chi ha votato no apprezza chi ha votato sì, soprattutto perché ha perso.

Nel frattempo, tutti scappano da se stessi, inseguiti dai ministri che sono gli stessi di prima o inseguendoli come se fossero prede, con aggiunta di Minniti che a sua volta all’Interno sta rifondando il centrodestra di ispirazione maronita

Tutti ripetono che si devono portare a termine le riforme del governo precedente, però non ne sono più tanto convinti, se è vero che cercano ogni volta che possono di far sparire le prove, di costruirsi alibi, di occultare le situazioni più imbarazzanti.

In lontananza gli elettori reclamano una qualche attenzione, ma il frastuono della discesa impedisce di udirne i richiami.

La sera scende con il suo mantello e non si è votato nemmeno oggi. Forse domani? Chissà.

 

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Insistere in ciò che riteniamo giusto e rigoroso

Andrea Pertici, leggendo le motivazioni della sentenza della Corte costituzionale, spiega perché l’Italicum, cover del Porcellum, è stato dichiarato incostituzionale rispetto ai punti essenziali della legge: potremmo dire al suo stesso impianto.

Che il referendum di dicembre non c’entra: perché è incostituzionale il ballottaggio con premio e non regge neppure l’analogia tra l’elezione del Parlamento e l’elezione dei sindaci. Equazione, quest’ultima, popolarissima negli anni del consenso in cui ogni dissenso era derubricato con fastidio. Perché era ritenuto furbo, allora, introdurre l’elezione diretta del premier in un sistema parlamentare, senza nemmeno ‘dirlo’. Furbissimo.

E come in occasione il referendum costituzionale, scopriamo che le principali obiezioni (questo è ciò che dicemmo nel gennaio del 2014) che facemmo al sistema elettorale che tutto il mondo ci avrebbe invidiato e che tutti erano sul punto di copiarci erano corrette e precise.

In questa occasione, vorrei ringraziare Andrea Pertici e le persone che insieme abbiamo coinvolto, a cominciare da Gianfranco Pasquino e Maurizio Viroli, per averci accompagnato in questi anni difficili di riforme incostituzionali e sbagliate o tutte e due le cose insieme.

Le posizioni rigorose, soprattutto se non ‘gridate’ e ‘sparate’ a mille all’ora, sono sempre quelle giuste. E noi insisteremo in ciò che riteniamo giusto e rigoroso.

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