La rottamazione delle rottamazioni

Il governo non proprio irresistibile di Paolo Gentiloni, terzo governo della legislatura della marmotta, che ricomincia sempre daccapo, è in carica da un mese, ora più, ora meno, e vacanze di Natale comprese ha già rottamato gran parte delle rottamazioni (chiamiamole così) del precedente. 1000 giorni in un sol boccone.

L’antica sapienza democristiana ha partorito un esecutivo identico al precedente che, superando in fretta il predecessore, si è precipitato a:

Archiviare – com’era ovvio – l’Italicum e a anestetizzare il Mattarellum stesso, nuova proposta del segretario del Pd, che è durato lo spazio di un mattino invernale.

Intervenire su Mps, le cui azioni non stavano in salute come da propaganda del precedente, che aveva peraltro cambiato i vertici per avviare un’operazione che si è rivelata un fallimento totale. E i cittadini pagano molto più di quanto avrebbero dovuto sborsare. Tutto ciò che per molti mesi si era negato, appare nel breve volgere di qualche giorno.

Avviare la commissione d’inchiesta sulle banche, certo tardiva e “a babbo morto", ma promessa da più di un anno dal precedente e mai istituita.

Dichiarare che “i colpevoli vanno puniti”, come fa oggi Padoan, che non dice però come saranno “puniti” coloro che hanno responsabilità politiche di nomina e di “copertura” dei precedenti amministratori: mentre dichiara, probabilmente, gli fischiano le orecchie.

Dirsi disponibile a modificare gli immodificabili voucher, che gli uomini del precedente hanno sempre difeso toto corde. Certo, scelta tattica, ma difficilmente il precedente avrebbe ammesso tale squilibrio nel mercato del lavoro, esploso nei suoi famosi 1000 giorni.

Intervenire sulla Scuola, che non era così buona, evidentemente, se si cercano mediazioni su mediazioni, senza riuscire a risolvere i problemi che la stessa riforma ha creato.

Attaccare Alitalia, che si dava per sistemata (anzi, era un gioiellino), che va parecchio male.

Intervenire (si fa per dire, perché è comunque pochissimo) sulla povertà, ma prima eravamo a zero proprio, mentre adesso anche quel miliardo (uno) sembra il sol dell’avvenire.

Le stesse persone stanno smontando tutto quello che ha fatto il premier precedente. E loro stessi, perché c’erano, votavano, difendevano, non facevano una piega, enfatizzavano, umiliavano il dissenso, respingevano infastiditi ogni cautela venisse rivolta loro.

Non che siano più bravi o più buoni (sono gli stessi!), semplicemente devono ridurre i danni e sistemare i pasticci creati in questi lunghi tre anni, per recuperare quella serenità minima persa con il famoso motto dello star sereni, appunto.

E così, in pochi mesi, saremo tornati a ciò che c'era prima, dopo che tutto il Paese, maggioranza compresa, si è resa conto che il famoso ciclo di riforme era una saga tra la fiction e l’orrido, totalmente inconcludente e utile soltanto a mantenere il potere.

Ci si chiede che cosa ci sia di sinistra e di progressista in tutto questo via vai, ripercorrere a ritroso le proprie orme, risalire una corrente che li ha portati alla sconfitta referendaria, montare e smontare montature. La risposta è semplice: nulla.

E che cosa resterà di questi anni ottanta, vissuti irresponsabilmente? Alcune ricette degli anni Ottanta, appunto, e gli ottanta euro. Con qualche pessima norma per le opere, la Tav in Val di Susa, l’abolizione dell’articolo 18, e poco altro. E quanto alla rottamazione delle rottamazioni, mi pare che il ceto politico sia rimasto lo stesso, prima, durante e dopo, e che la cultura politica non sia affatto cambiata, se non in peggio.

Come dice quella canzone, tutta la vita gira infinita senza un perché. E tutto viene dal niente e niente rimane senza di te.

  •  
  •  
  • 6
  •  
Commenti

La povertà degli italiani e gli stranieri

Ieri Leonardo Palmisano ha scritto un pezzo notevole per demolire in un colpo solo la propaganda, squallida e contagiosa, di chi contrappone i poveri italiani agli stranieri.

Ha ricordato una cosa semplice: che si muore di povertà, non di freddo.

E che gli stessi energumeni che si esaltano nello spiegare che i poveri italiani muoiono di freddo per colpa degli immigrati sono quelli che si sono sempre opposti a politiche di sostegno al reddito per chi è più in difficoltà.

Perché il sistema di accoglienza – che ospita circa 170mila persone, tra richiedenti asilo e titolari di protezione – costa così: 2,5 miliardi all'anno. E sono in gran parte soldi che vanno a italiani che gestiscono l'accoglienza: nel modello Sprar circa il 50% va direttamente a pagare gli stipendi degli italiani che se ne occupano. E le altre spese non escono certo dal nostro sistema economico e produttivo.

Certo, dovrebbero farla meglio e con rigore, l'accoglienza, adottando soluzioni più efficaci descritte da Stefano Catone in «Nessun Paese è un'isola», che sono talmente efficaci che sono sottoutilizzate. E anche qui non si sono viste grandi operazioni da parte di nessuno. Di chi governa a livello nazionale e di chi governa a livello locale. Perché conviene il modello più opaco, che consente di fare soldi facili, senza che nessuno controlli più di tanto, come si è visto da Mineo a Cona. È semplice: basta mandare a casa i cialtroni e i criminali e preoccuparsi della Repubblica, di come spende i soldi e gestisce i propri servizi.

E mandare in Parlamento persone che oltre a emettere urla munchiane sappiano anche fare i conti, se riescono, anche rispetto ai costi e ai benefici complessivi rispetto al Pil e alle entrate per lo Stato (si veda qui).

Mentre per i poveri, tutto sommato vige la stessa situazione da sempre, dalla social card di Tremonti, pre-crisi, senza particolari novità. Non ricordiamo battaglie spettacolari di chi si preoccupa per gli italiani che soffrono il freddo in altri momenti dell'anno, quando fanno meno notizia. Anzi, non ne fanno affatto. Il governo si sveglia con un miliardo, raggranellando poste di bilancio già in essere, quando tutti sanno che ne servono almeno 7. Dove trovarli? Per esempio nelle tasse sulla casa tolte anche ai benestanti. Per esempio negli 80 euro che vanno anche a famiglie che stanno bene (anzi, meglio), con una verifica della situazione economica e patrimoniale delle famiglie. Per esempio nei bonus a pioggia che non servono a ridurre le disuguaglianze ma costano centinaia e centinaia di milioni di euro.

E non si tratta solo di soldi: si tratta di una strategia complessiva, per cui il reddito minimo è fatto di servizi, di case da destinare a chi non ha risorse per permettersele, di asili nido e di scolarità fin dall'infanzia.

Non ricordo nei titoloni dei giornali che sbattono i mostri e i morti in prima pagina battaglie scatenate sulla retribuzione dei lavoratori, pur sapendo benissimo che un minimo 'sindacale' sarebbe l'unico antidoto allo sfruttamento e alle forme di concorrenza sleale a cui gli immigrati si prestano più degli italiani. Perché «non possiamo accoglierli tutti» ma sottopagarli sì, il maggior numero possibile. Chissà perché nessun italiano lavora a due euro all'ora nei campi. Chissà perché nelle cucine è meglio lo straniero. E chissà perché si parla molto dei neri, e pochissimo del nero. Anzi, quest'ultimo lo si giustifica, in ogni caso. Senza rendersi conto che il peso fiscale potrebbe diminuire per tutti se molti di più fossero più solerti nel mettersi a posto.

E a Minniti che torna sul vecchio adagio per cui «la sicurezza è di sinistra» ricordiamo che la sicurezza è economica, sociale, che i diritti sono l'unica corazza e la cultura l'unica arma per liberare le persone, se proprio vogliamo adottare quel linguaggio militare che oggi Pinotti, con il suo solito savoir-faire, rilancia, proponendo che sia l'esercito a controllare i Cie.

Capisco che sia meno intuitivo, dare la colpa agli altri, per non indagare su noi stessi e su come abbiamo distrutto il patto sociale che teneva unito il Paese. Non è responsabilità di questo o di quello: anche chi più si indigna ha a lungo governato.

Confondere accoglienza con povertà e con terrorismo è un modo indegno per affrontare la complessità. Si tratta di cose diverse che la politica – non l’esercito – dovrebbe saper affrontare. Con cura, rigore, buone leggi (che invece, guarda caso, non sono affatto state introdotte, in una legislatura completamente persa sotto il profilo dell’integrazione, della cittadinanza, del nesso costituzionale tra diritti e doveri).

Prepariamo #giornimigliori, con passione e competenza, proprio dagli argomenti più difficili. Tutto il resto sono chiacchiere, propaganda e infamità.

  •  
  •  
  • 8
  •  
Commenti

Breve riflessione politica sulla legge elettorale

Siamo nell’unica legislatura della storia repubblicana, e forse anche a livello mondiale, che si trova a votare due volte la riforma elettorale.

[Pausa di riflessione]

Ci troviamo di fatto al ritorno al Consultellum come base della discussione (della marmotta).

Quando proponevamo il Mattarellum nel 2013 e nel 2014, prima che Renzi optasse per l’Italicum, il quadro politico era molto diverso. 

C’erano ancora centrosinistra e centrodestra, prima che si puntasse sul governo di legislatura (o quasi) che li superasse con le larghe intese e il patto del Nazareno. Lo stesso Grillo aveva dato segnali di apertura, anche se al solito contraddittori. Del resto, il governo allora in carica aveva promesso e chiesto la fiducia indicando la durata della legislatura in due anni. Ma poi si è deciso diversamente, nonostante la sentenza della Corte costituzionale (la data era quella del 4 dicembre 2013, tre anni prima della domenica del referendum costituzionale) avesse dichiarato l’incostituzionalità delle modalità di elezione e, soprattutto, di composizione delle due Camere.

Ora il quadro è mutato. Personalmente, essendo il politico più noioso di tutti i tempi, non ho cambiato idea. Meglio un deputato e un senatore eletti collegio per collegio, che i cittadini conoscano, magari con il doppio turno di collegio, appunto. Per scegliere persone riconosciute, che abbiano la loro constituency elettorale e politica, che possano esercitare quell’essere rappresentanti della Nazione che è stato troppe volte bistrattato. Che abbiano un legame con il loro partito, ma anche (e soprattutto) con i loro elettori. 

Pare che nonostante i proclami questa strada sia più impervia del previsto. E che si parli già di un Mattarellum rivisitato, con metà uninominali e metà proporzionale. Un Mattarellum alla tedesca, perché il sistema virerebbe così verso il sistema elettorale in vigore da tempo in Germania.

Un’altra soluzione ancora più probabile è che si riparta, come scrivevo qualche riga fa, dal Consultellum.

Sono convinto che la Consulta interverrà solo parzialmente e soprattutto sulla questione più incredibile: che, grazie alla scarsa lungimiranza e all’azzardo di chi ha votato l’Italicum con fiducia, ci si trovi ad avere due sistemi elettorali diversi, già contestati dalla sentenza 1/2014 (quella ‘prima’).

Quindi si ripartirà con tutta probabilità dalla legge emersa dalla precedente sentenza. E lo si farà ritoccando soglie e premi. Anzi, passando dal premio al bonus, ovvero un premietto, così chi vince in realtà da solo non potrà comunque governare (soprattutto i 5 stelle, è chiaro). Se il premio era sbagliato, il bonus parziale è ridicolo. Distorce la rappresentanza senza nemmeno garantire la governabilità.

Del resto, quando in Italia il Pd ha iniziato a proporre il modello greco, Tsipras e i greci si sono subito precipitati a modificare la legge elettorale e cancellare il premio.

Una soluzione del genere potrebbe essere sollecitata da chi ha fretta, come il premier ‘uscito’. Fretta che già lo ha condannato con le sue ‘riforme’ bocciate dai cittadini e dalla realtà, ma che evidentemente rimane l’unico canone che il Nostro (anzi, il Loro) conosce.

Se posso permettermi, credo che non ci siano molte alternative all’idea di fare esattamente il contrario dell’Italicum, ovvero optare per un sistema che sia già in vigore in un altro Paese europeo.

Il mio è solo un consiglio a chi in Parlamento ha molti numeri e finora ha dimostrato di avere poche idee e molto confuse. E che in pochi mesi deve risolvere i guai che questa legislatura ha creato. E non è stata colpa della marmotta, e nemmeno delle stelle, ma di chi ha scelto un impianto politico che ha portato a questa pessima situazione. Senza ascoltare chi esprimeva cautele e preoccupazioni di ordine democratico e costituzionale.

  •  
  •  
  • 2
  •  
Commenti

That’s not radical. It’s democracy

C’è una espressione (del tipo omerico, che ricorre cioè e definisce un’intera politica) di Bernie Sanders che mi fa impazzire.

Ne riporto un esempio recentissimo:

It's simple, really: Politicians should be working for their constituents' votes, not lobbyists' money. That's not radical. It's democracy.

Tutti preoccupati di non essere radicali, o di non esserlo troppo, in questi anni. Di essere «compatibili». Prima con qualcosa, poi a poco a poco con qualsiasi cosa.

E se quattro o cinque anni fa il problema era come governare con Monti – ricordate la campagna elettorale del 2013, in cui la preoccupazione fu soprattutto quella di «rassicurare» i moderati – o addirittura come trovare compromessi con una parte di centrodestra (la mitica Udc di Casini), ora il problema è quello di reagire al populismo, con una certa ossessione per i 5 stelle, che in realtà li rende solo più forti. Come la kryptonite, ma all’incontrario.

Tutto si giustifica con la difesa dalle forze antisistema. E così la sedicente sinistra diventa sistema. Solo che se la sinistra si fa sistema, si annulla, perde significato.

Se ciò che è reale è razionale, allora tanto vale lasciare stare. Per lasciare le cose come sono, per lasciarle come stanno, c’è già una cosa che funziona meglio: si chiama destra, che in Italia si preferisce chiamare centro per non essere troppo radicali. Appunto.

E allora la frase di Bernie diventa formidabile: non è radicale. È (la) democrazia. Ed è semplice.

Negli ultimi tempi, in Italia, la subalternità a chi domina in campo economico e finanziario, è stata rappresentata come primato della politica. Non era una riappropriazione, nonostante i toni monumentali: era solo un trucco, un gioco di parole, un’operazione di marketing.

Non si può accettare ogni cosa, abbandonare le proprie battaglie, renderle compatibili con ciò che ci dicono altri. Vale per il lavoro, per i diritti, per le migrazioni, per la povertà.

Se qualsiasi strategia contro quest’ultima diventa «assistenzialismo» ed è immediatamente derubricata, le disuguaglianze sono semplicemente rimosse.

Se il lavoro deve adeguarsi alle trasformazioni e non opporsi perché il conflitto può nuocere al sistema produttivo, allora tanto vale eleggere Confindustria. Che così costa meno.

Se l’articolo 18 si può archiviare, i voucher moltiplicare, le tasse sulla casa abolire anche per i più facoltosi, i bonus distribuire a prescindere dalla ricchezza del destinatario, allora tanto vale davvero ricorrere al «pilota automatico» e sostituire i parlamentari con androidi (che peraltro la questione delle «macchine» c’entra eccome, anche se si fa ancora largamente finta di non vederla).

Se sulle migrazioni non si fanno le cose con rigore (vedi alla voce Cara di Mineo e non solo) e si assumono a poco a poco gli slogan della destra, senza alcuna sostanziale differenza, poi non si parli di «populismo» degli altri, perché è entrato anche nei pensieri e nelle parole di chi lo denuncia.

E invece si dovrebbe insistere sulla riduzione della precarietà, sul sostegno alla povertà (che costa 7-8 volte quanto il governo ha stanziato, raggranellando gli ‘avanzi’), sulla retribuzione minima per qualsiasi tipo di lavoro, sulla scelta di investire in campi inesplorati (la questione dei cambiamenti climatici, per dirne una), sulla volontà di prendere sanamente le distanze dal potere e provare a fare cose che i poteri costituiti trovano eccentriche, ma solo perché sono diverse dal solito. E li mettono in discussione. E li rimettono in gioco.

Cose mai viste.

  •  
  •  
  • 2
  •  
Commenti

Uscire dall’equivoco (e non solo): una risposta a Bersani e D’Alema (e non solo)

Mentre scorrono gli ultimi giorni della legislatura della marmotta, ci si appresta a discutere la seconda legge elettorale in una sola legislatura (record mondiale), si rivedono (ma solo poco, altrimenti qualcuno si offende) le mitiche 'riforme' che si sono dimostrate inutili o peggio fallimentari, si discute di fake mentre intorno a noi è tutto un fake, è ripartito il dibattito sulla sinistra che manca. Mancava, il dibattito.

Qualche giorno fa Massimo D'Alema ha scritto cose come quelle che seguono:

La sinistra potrà fare argine al populismo soltanto se sarà in grado di tornare a svolgere il suo ruolo fondamentale: essere, cioè, la forza capace di ridurre le diseguaglianze, combattere la povertà, restituire dignità al lavoro. Altrimenti, paradossalmente, queste bandiere passeranno nelle mani delle destre e della demagogia populista, mentre noi appariremo sempre di più come i rappresentanti di un establishment lontano dai bisogni e dai sentimenti popolari.

Occorrono una svolta politica e il coraggio di rompere con il conformismo e l’eccesso di prudenza e gradualità che hanno finora caratterizzato l’azione del socialismo europeo, pena il rischio di una deriva irrimediabile, soprattutto se investirà paesi chiave come l’Italia e la Francia. Ciò che occorre è mettere in campo un programma effettivamente radicale di cambiamento delle politiche europee e, in prospettiva, degli stessi assetti istituzionali. Una visione europea che sia anche la guida per concrete politiche nazionali. Una spinta, in questo senso, viene ormai da tanta parte del pensiero economico […] ma ancora non si traduce in un coerente e coraggioso programma politico.

La rendita finanziaria ma anche i profitti delle grandi società multinazionali sono toccati solo marginalmente dalla fiscalità. Pagano esclusivamente il lavoro e le pmi.

C’è poi bisogno di un grande progetto europeo per la formazione, la ricerca e l’innovazione. E, ancora, è necessario un patto sociale, nuovo, basato anche su un rapporto diverso tra Stato, società civile, privato sociale, imprese, per rinnovare il welfare mantenendo, però, la capacità di questo sistema di proteggere effettivamente le persone dalla povertà, dall’esclusione, dalle malattie, evitando il rischio di una americanizzazione selvaggia delle società europee. Occorre, infine, tornare a discutere delle possibili soluzioni per una forma di mutualizzazione del debito che, senza ovviamente scaricare di responsabilità i debitori, consenta di bloccare la speculazione e di avviare una politica di riduzione del servizio del debito.

Una sinistra europea che avesse il coraggio di mettere sul tavolo con chiarezza un programma così netto e coraggioso avrebbe almeno la possibilità – ne sono convinto – di tornare a parlare alle nuove generazioni e al mondo del lavoro.

Il partito di cui fa parte Massimo D’Alema non solo è molto lontano da quanto qui sopra riportato. Si è mosso in direzione ostinata e contraria. E continua a farlo, se è vero che per affrontare la povertà – ultimo lancio giornalistico del governo – ha raccolto risorse per consentire l’accesso a strumenti più simili alla social card di Tremonti (pre-crisi) che a una vera strategia complessiva per i milioni di persone travolte dalla crisi e dalla pessima gestione politica della stessa. Peraltro, il governo ha appena derubricato la questione delle tasse ai gruppi multinazionali (pur avendola promessa l’anno prima: poi gli anni passano e non se ne fa nulla). Del resto, ha fin qui negato il problema della redistribuzione, al di sotto di una certa soglia soprattutto, abbandonando una quota consistente di italiani a se stessi. Ha preso provvedimenti che prescindevano completamente dalle condizioni economiche dei destinatari, dall'abolizione della tassa sulla prima casa anche a chi se la poteva largamente permettere ai vari bonus ‘sganciati’ dalle condizioni economiche di chi li riceveva. Ha aumentato la precarietà con strumenti prossimi allo sfruttamento del lavoro, senza curarsi della fragilità di chi, pur lavorando, non riesce a superare la soglia di povertà. Ha dato segnali contrastanti (eufemismo) sull'evasione fiscale, alzato la soglia dell'uso del contante, premiato le imprese senza selezionare gli interventi e accorgendosene solo al terzo anno.

Se poi ci si vuole distinguere dai poteri con i quali altrimenti si rischia di essere confusi, bisogna dire qualche verità su quanto è accaduto con le banche, e non da oggi. Quella famosa commissione d'inchiesta promessa nel dicembre 2015 dov'è finita? E i nomi dei responsabili, nel senso bancario e in quello politico del termine? E i nomi di chi ha prodotto crediti inesigibili, almeno quelli, sono esigibili?

Non ricordo poi particolari segnali rispetto al piano Juncker, sbandierato dalle «camicie bianche» in una memorabile festa dell’Unità e presto caduto nel dimenticatoio (un luogo parecchio frequentato dalla politica italiana), anche perché il governo era alle prese con una polemica-fiction con l’Europa che non ha dato alcun risultato. Non ricordo nemmeno quella svolta ‘verde' (il Green Act è stato lanciato all’inizio di gennaio del 2015: nessuno lo ha visto e, dopo qualche mese, non se ne è parlato più, concentrandosi sulle politiche tutt'altro che ambientaliste dello Sblocca Italia). Né quell'innovazione culturale e scientifica che in  tanti si aspettano, anche perché pare l'unica soluzione di lungo periodo ai guai che conosciamo.

Il ruolo della cosiddetta sinistra europea è stato ancillare, se è vero che a presiedere la Commissione c’è un politico che più di altri – non lo dicono solo i leaks – si è opposto a quella svolta fiscale per cui non devono esistere paradisi fiscali in Europa e strumenti e luoghi in cui le multinazionali elusive possano trovare rifugio per trasformare i soldi che dovrebbero andare al welfare e allo sviluppo e invece rimangono nelle tasche dei grandi attori transnazionali. Non ricordo una richiesta di dimissioni, né una campagna politica per ribaltare lo stato di cose, di cui Juncker è arconte eponimo. Il predecessore, del resto, è passato direttamente alle banche. Politici barrosi, cittadini furiosi. Eppure gli italiani guidano il gruppo socialista, no? E con quale peso, accidenti.

Nonostante le risorse e la grande rappresentanza a livello europeo non risulta che i principali leader socialisti abbiano avviato una iniziativa politica di questo tipo, né sostenuto una campagna, necessaria, per cambiare l'Europa prima che l'Europa scompaia da sola.

Se posso, avanzo alcune proposte minime.

Primo, considerare l’ipotesi che in un mondo come quello descritto da D’Alema non si può tenere insieme tutto e il suo contrario e bisogna decidersi.

Secondo, in relazione alle responsabilità maturate nel corso degli anni, è il caso di sostenere progetti che non siano già compromessi, come è accaduto non solo da parte degli ultimi governi.

Terzo, riconoscere che ci sono soggetti – in campo sociale, prima di tutto – che questioni del genere le stanno ponendo.

Quarto, non perdere altro tempo: se ci vuole la svolta, ci vuole una rottura, non l’ennesimo tentativo di aprire una dialettica – puntualmente negata – in un partito che fa il contrario di ciò che D’Alema propone. E che non dà segni di voler cambiare impostazione.

Lo stesso vale per Bersani, che gli fa eco da un altro giornale della minoranza Pd. Che sembra parlare di un altro soggetto politico, non certo quello che ha votato in questi anni i provvedimenti ormai celebri, presentati con toni monumentali. Come si possa stare dentro uno schema, sostenendolo, e al contempo predisporre un altro schema, risulta difficile capirlo. E, soprattutto, risulta molto poco credibile. Nella migliore delle ipotesi si dovrebbero allontanare tutti i protagonisti dell’attuale fase politica, ministri, sottosegretari, parlamentari che hanno sostenuto il contrario di ciò che Bersani descrive. Nella peggiore, toccherebbe votare come candidato premier il premier appena uscito da Palazzo Chigi. Ma sono dettagli.

Ciò che sto descrivendo configura un’idea di sinistra che cambia registro radicalmente rispetto a una linea, per alcuni aspetti anche vincente nei Paesi dell’Occidente industrializzato, ma nata in altre fasi, quando le parole d’ordine erano flessibilità, opportunità, eccellenza, merito. Oggi, di fronte agli effetti dei cambiamenti intervenuti e delle scorie che dobbiamo gestire e smaltire, bisogna dire basta. Con i nostri valori, con i valori di sinistra, bisogna proporre protezione: quando dico investimenti per dare lavoro, quando dico welfare sui punti essenziali, quando dico dignità sul lavoro parlo di protezione con i miei valori, che non sono quelli di scaricare sugli altri i miei problemi provocati dalla globalizzazione che ripiega.

Bersani poi si affida alle sue tipiche espressioni, con diminutivi e vezzeggiativi di ogni sorta: un’«aggiustatina» alla Scuola. Un articolo «17 e mezzo». Nella speranza che Gentiloni possa agire con una qualche indipendenza dal governo precedente, presiedendone uno uguale identico. E non è una metafora. Sulla Sanità (duce Lorenzin) invece ha idee più ambiziose: per il futuro, sembra di capire.

Si può far vedere qualcosa subito? Lasciamo stare quando dura il governo Gentiloni. Il governo deve governare e si possono fare cose su quei tre punti: intervenire subito sui voucher; una ragionevole tutela nei confronti dei licenziamenti: se non vogliamo fare l’articolo 18, facciamo il 17 e mezzo. Dare un’aggiustata alla questione della scuola: è lavoro; e metterci all’opera per accorciare la forbice sociale. Senza dimenticare la Sanità. Mi domando: ma noi quando faremo una riflessione strategica sulla Sanità? Dobbiamo trovare una chiave per evitare una privatizzazione galoppante della spesa sanitaria. E in questo contesto dobbiamo tenere sott’occhio anche il welfare aziendale, perché rischiano di ritrovarci tra un po’ con le mutue di categoria e non più con un servizio sanitario nazionale, come prima della riforma. E Basta bonus: quelle risorse mettiamole su questi capitoli. Gli investimenti? Di due tipi: innovazione del sistema industriale sì, ma in modo rigorosamente selettivo. Perché in Italia funziona così: prima c’è una nobile affermazione contro il dirigismo, in primis dagli industriali, e subito dopo si lavora alacremente perché valga il sistema del todos caballeros. No, bisogna scegliere che cosa si fa in termini di innovazione. Il secondo tipo di investimenti riguarda una iniziativa di manutenzione del Paese, sulla base una griglia nazionale di indirizzo, ma con la realizzazione affidata alle amministrazioni locali: assetto idrogeologico; frane; messa in sicurezza e adeguamento ambientale ed energetico degli edifici pubblici, in primo luogo delle scuole; bonifiche, strade, ferrovie, l’appennino, le aree interne.

Per fare tutte queste cose, condivisibili, e per costruire un progetto di Paese con affermazioni ben più radicali e di ‘svolta’, ci si deve organizzare. Predisporre una lista di persone che intorno al quel programma dedichino i prossimi mesi. Che lo facciano disinteressatamente, senza guardare alla «compatibilità» e quindi alla «compromissione». Senza una rottura (anche epistemologica, si direbbe) non si va da nessuna parte. Non si convince nessuno. Non si è competitivi con chi propone di ribaltare il sistema. Non si è nemmeno in grado di spostare gli equilibri del «partito del governo».

Aver fatto e sostenuto politiche di destra, farà vincere la destra. Avere sostenuto un governo che vivesse nell'ambiguità un'intera legislatura (e i governi sono diventati tre, più quello da cui si era appena usciti), ha creato le migliori condizioni che ciò avvenga. Et pour cause.

Personalmente lo penso da anni, e l’ho detto. E l’ho anche fatto. Tutto non si tiene. E non si può teorizzare un partito che faccia cose diversissime militando in un partito che a tutto ciò si oppone. E vi si oppone nel modo più netto, perché tiene vivo l’equivoco, di essere astrattamente di sinistra e di fare cose diverse, di destra. E non è tempo di ambidestri e di equivoci, ci vuole nitidezza, assunzione di responsabilità, precisione.

Del resto, come ha notato Massimo Mucchetti rispondendo a Michele Salvati, i nodi sono venuti tutti al pettine (e non solo nel senso della metafora bersaniana del pettinare le bambole, perché qui è tutto arruffato e confuso).

Dagli editoriali, infine, devono conseguire scelte e azione politica. Non solo affermazioni teoriche. Tenere insieme Sanders con Poletti fa solo perdere tempo a tutti coloro che vorrebbero vedere Sanders. E invece si ritrovano Poletti.

Capisco che non si voglia abbandonare una nave che governa tutto e dappertutto. La nave però ha fatto acqua. E rischia di trovare altri iceberg sul proprio percorso, anche perché quel percorso non è stato mai chiarito dai vari governi: mai un programma dettagliato, mai una mappa precisa, nemmeno un impegno da rispettare (e rispettato).

E a chi vi dice che ci sono le mitiche «praterie» a sinistra, ha ragione: a patto di uscire dalle interviste e dalle sale convegni, considerare che bisogna iniziare a bonificare il campo, a uscire dallo stato brado delle affermazioni semplicistiche e delle panacee di tutti i mali, a piantare alberi d’alto fusto, a scrivere qualcosa che magari non si realizzerà subito ma avrà una sua utilità per gli anni a venire. Tipo il Central Park, proprio, ideato da persone che lo hanno immaginato per chi veniva dopo di loro. Rischiando tutto quanto, tanto arrivati a questo punto non si ha nulla da perdere, dopo aver perso. Elezioni, referendum e tanto, troppo tempo.

Continuare così significa solo farsi del male, come diceva quel noto adagio.

  •  
  •  
  • 9
  •  
Commenti

L’anno che verrà

Nel 2016 c'è stato anche qualche momento alto da parte della politica e il più alto per me è stato rappresentato da un discorso tenuto da Michelle Obama: si era durante la lunga campagna delle presidenziali, ma ha un valore universale.

Michelle si rivolgeva alle sue figlie, e idealmente a tutti quanti. Non la cito letteralmente, ma il senso era questo: che vale la pena impegnarsi e studiare. Che la superficialità non è un bene, che la serietà è un valore. Che non bisogna comportarsi da bulli, ma occuparsi dei più deboli. Che non bisogna abbassarsi al livello di chi ci attacca, ma difendere i valori in cui si crede, restando coerenti verso di essi. Che "lo fanno tutti" non è una giustificazione, anzi. E così via.

Trovo che sia un messaggio straordinario, lo è ancora di più col senno di poi, anche prendendo atto del disastroso esito delle elezioni americane. Perché se Michelle Obama non avesse ragione vorrebbe dire che dobbiamo arrenderci al peggio, e la prossima volta trovare e votare qualcuno di ancora più scorretto e pericoloso di Donald Trump. E io non lo voglio fare, noi non lo dobbiamo fare.

Se posso esprimere un auspicio per il 2017, auguro a tutti noi che sia un anno in cui finisce la rincorsa al peggio o, nella versione italica, al meno peggio, e inizia quella alla serietà, alla coerenza, alla fatica che comporta essere diversi in un mondo che sembra premiare solo chi la butta in caciara.

Non faccio esempi sul governo italiano, su quello appena passato che però continua uguale perché non è passato affatto – dalla rottamazione alla clonazione -, mi limito a ricordare l'unanimità con cui un'opinione pubblica molto di parte e molto interessata ha salutato il varo di riforme che erano semplicemente sbagliate, approssimative, ingiuste, dannose. Ma era più facile salire sul trenino, che spiegare le cose, e le cose si sono poi spiegate da sole. Anche piuttosto in fretta.

Non voglio farla lunga con la scelta che io e altri abbiamo fatto a un certo punto di questa storia, perché penso che nessuno, nemmeno il più ostinato dei detrattori, potrebbe definirla facile: facciamo politica studiando e impegnandoci nel merito delle cose, potremmo aggiungerci anche noi al lungo elenco di quelli che strillano e inventano bufale per attirare l'attenzione ma abbiamo scelto di non farlo, per quanto fuori moda sia e così abbiamo affrontato una campagna referendaria in cui tutti sparavano la qualsiasi su letteralmente ogni argomento. Voglio dirlo con chiarezza: lo stesso faremo con le prossime scadenze, referendarie (se ci saranno) e elettorali (quando saranno). Insomma noi andiamo avanti. Se non volete propaganda, ma proposte; se volete soluzioni, non sparate; se volete numeri, non ‘calcoli’, saprete dove trovarci.

C’è un passo strepitoso del Julian Barnes de Il rumore del tempo in cui di fronte alla propaganda di regime che esalta successi e magnifiche sorti e progressive ci si augura che «le cose smettano di migliorare». E sono, per Barnes-Šostakovič, i migliori auguri per ogni nuovo anno che arriva.

Altrimenti le cose peggioreranno e di molto, prima di migliorare. Ma ogni tanto, a volte capita che la società acquisisca consapevolezza, e si fermi prima di avanzare oltre il baratro. In passato è successo, può succedere ancora: questo è il mio augurio a tutti noi.

Nel 2016 ha perso la fretta, quella fretta che ci ha fatto perdere un sacco di tempo. E di occasioni.

Ha perso il conformismo, perché ascoltare «gufi» e altri animali fantastici (e dove trovarli?) avrebbe fatto bene e portato fortuna.

Ha perso la circolarità di un sistema dei media che parla al potere e di un potere che parla al sistema dei media, e poi emergono puntualmente gli interessi che sostengono entrambi.

Ha perso l’urgenza di semplificare ciò che è complesso, senza intervenire sulle ragioni profonde, limitandosi a una politica di facciata, ancorché parecchio sfacciata. 

Hanno perso ricette vecchie di trent’anni spacciate per nuove, bonus episodici che prescindono dalla progressività e dalla reale urgenza di uguaglianza, gocciolamenti che non sgocciolano, parole veloci che attraversano come comete lo spazio e il vuoto infiniti: se si vuole uscire dai guai, ci vuole tempo e bisogna farlo insieme, condividendo un destino che non può che essere comune, a meno di non ripiegare su un darwinismo da quattro soldi (in senso stretto).

Ha perso la sufficienza che è stata usata nei confronti di parole vietate, la povertà, la legalità, il contrasto all’evasione (soprattutto multinazionale, promessa e non mantenuta, come mille altre cose importanti), una sensazione di confusione con i gruppi di potere che controllano il paese e che qualcuno avrebbe dovuto «asfaltare»: invece li ha pietrificati, restaurandoli e continuando a farlo.

Non ha vinto ancora nessuno. E non è cambiato nulla. Né si potrà cambiare attraverso i soliti politicismi, che ora fingono di poter fare come se l’ex presidente del consiglio non ci fosse più. E non ci sia mai stato (etsi Renzi non daretur…). Né d’altra parte si possono superare con l’opacità di proposte fumose, che mischiano destra e sinistra, che chiacchierano di tutto cercando sempre il colpo ad effetto, la soluzione taumaturgica, l’urlo munchiano.

Siamo spesso di fronte a demagogie che si contrappongono, a reciproche accuse, che riguardino l’immigrazione o i botti di capodanno, non importa: la cosa triste è che spesso si risolvono con soluzioni pressoché identiche. La bufala che dà del cornuto all’asino, all’infinito.

E chi vi dice che i «populisti» sono i nuovi «untori», come oggi Ezio Mauro, senza rendersi conto che nella parola stessa ci dovrebbe essere una qualche cautela manzoniana, dovrebbe rendersi conto che per molti gli «untori» sono rappresentati dalle classi dirigenti e in Italia, negli ultimi tre anni, abbiamo avuto il «populismo» saldamente al governo, in un crescendo di contraddizioni e di trucchi che a poco a poco si sono disvelati per quello che erano: poco o nulla.

La migliore reazione al «populismo» è fare le cose bene, dire la verità (senza pensare di detenerla esclusivamente), essere trasparenti e coerenti, calibrare le proprie riflessioni sui prossimi anni e non sul prossimo comizio, non esagerare o esasperare le cose, anche perché le cose sono esagerate e si sono esasperate senza dovere aggiungere alcunché.

Alain Badiou ne ha scritto recentemente parlando della «vita vera» e dell’urgenza di corrompere i giovani, come Socrate fu accusato di fare a suo tempo.

Nulla di paternalistico: l’invito è che la gioventù si corrompa da sola, nel senso paradossale e antifrastico di cui parla Badiou. Si corrompano a dispetto degli dèi della città, aggiungeremmo noi, a dispetto dei luoghi comuni, del pensiero unico (quale pensiero?), del «si è sempre fatto così», di una subalternità che lo schema in cui siamo immersi ha trasformato in dato antropologico. Come se fosse naturale.

Si corrompano e però si organizzino, le ragazze e i ragazzi (e prima le ragazze). Senza guardare in faccia nessuno, se non se stessi. Disubbidendo a tutto ciò che non funziona di un mondo sempre più guasto e esclusivo e però ubbidendo a se stessi e al proprio progetto di vita, guardando a quello di chi sta loro accanto, alzando lo sguardo verso le dinamiche profonde che ci attraversano. Non ci sono scorciatoie, per questa generazione, non ascoltate chi ve le promette.

In quel Socrate (e quel Platone) di Badiou c’è anche il disinteresse (a volte un vero ‘disprezzo’) per il potere, da tenere a mente. E la capacità di avere una riserva, esistenziale, non solo concettuale, nei confronti della carriera e del successo, che può portare all’aridità in un battibaleno.

Si corrompano e si mobilitino.

Non ci vuole un rimario per capire che precario fa rima con salario. E che ci vuole una grande battaglia culturale per spiegare che un’ora lavorata deve avere un valore, a prescindere dalla mansione, sotto al quale non si può scendere (e non si può scadere). Negli Stati Uniti ne parlano tutti (15 dollari all’ora, dice Sanders), in Italia ci si sottrae puntualmente alla questione. Come si fa finta di non vedere che si stanno imponendo i robot (a proposito di «pilota automatico»), che il lavoro è cambiato già, che forme di sostegno al reddito sono inevitabili, soprattutto se il reddito è discontinuo e se il lavoratore è sostituibile. Negarlo è semplicemente ridicolo.

È sufficiente un mappamondo per comprendere che i flussi migratori si possono affrontare diversamente, adeguando una legislazione ancora identica a quella di Berlusconi e Bossi e Fini, optando per soluzioni già sperimentate, come lo Sprar, senza drammatizzare i dati, come fanno tutti quanti. E affrontando le cause prime, che ci riguardano direttamente, perché quasi sempre la causa siamo noi stessi. Sto parlando della pace. Della cooperazione. Dello sfruttamento di interi continenti. Che poi vengono da noi. Chissà perché. Come dice Francesca Fornario, a furia di esportare democrazia (!), siamo rimasti senza.

Basta guardare a dati oggettivi per assumere che il problema della manodopera è che ci sono sacche di sfruttamento e che le regole non sono rispettate (Marco Omizzolo ci ricorda che ci sono soltanto 3 ispettori del lavoro per 9000 aziende agricole a Latina). Il ricorso alla manodopera straniera è sempre interessato. Da parte degli italiani, nel 99% dei casi. E non certo per ragioni umanitarie. Invece di prendercela con gli ultimi, dovremmo prendercela con chi regge un sistema in cui convenienza e razzismo si tengono perfettamente insieme. E peggiorano la vita dei penultimi, sempre più spaventati.

Basta un giro al mercato per capire che ci vuole una grande operazione trasparenza-responsabilità del sistema finanziario, dopo i ritardi disastrosi e le falsità (fake?) che sono arrivate dalla classe dirigente e dal governo tutto. Nomi e cognomi non sono inesigibili. Perché a sentir parlare di certe cose l’indignazione si trasforma in ciascun cittadino, non solo tra gli «untori» del «populismo» in un vero e proprio «furore».

Non abbiamo bisogno di strateghi visionari per comprendere che dobbiamo cambiare paradigma energetico, investendo esattamente come si è fatto per gli appartamenti e per i condomini in un’opera di ristrutturazione del nostro consumo energetico e del nostro fabbisogno, per essere sovrani e non dover dipendere da sceicchi e dittatori. Dall’autoproduzione alla ricerca più avanzata, una «vocazione» per l’Italia, povera di materie prime, ricca di tesori culturali e ambientali.

Per fare tutto questo è necessario però decidersi. Organizzarsi. Scrivere un progetto di governo. Condividerlo. E unirsi intorno a esso. A una cultura politica. A impegni precisi e documentati. Prima ancora che a un uomo della provvidenza, come è già stato fatto e rifatto, con gli esiti che si potevano immaginare. Però no, noi italiani dobbiamo sempre andare fino in fondo: finché non sbattiamo la testa contro il muro, all'esistenza del muro non crediamo mai.

Se vorrete noi con Possibile ci siamo. Non dobbiamo aspettare altro. L’anno è arrivato. 

Fin da lunedì saremo a disposizione per proseguire il nostro lavoro attraverso focus sui temi principali, discuterne nella nostra piattaforma telematica per metterli a punto con mille occhi e altrettanti ‘mani’ (in un grande coworking), definire un percorso verso le elezioni con una «comitato di garanzia elettorale», ripartendo con il nostro tour #ricostituente, ancora costituzionale: perché ci sono alcuni preziosi articoli della Costituzione da cui si deve ripartire e che non possono più essere elusi. E delusi i cittadini.

Proposte che diventeranno leggi di iniziativa popolare (e elettorale). Candidature delle migliori italiane e dei migliori italiani, onorevoli prima di diventarlo, che condividano con noi un patto, quello verso la nostra Repubblica, che è cosa che non si risolve con lo Stato, ma contiene ciascuno di noi.

Non lo faremo da soli: lo faremo con chi vorrà condividere questo progetto e il «metodo» di Possibile che ci siamo dati e che vogliamo seguire. E non candideremo banalmente noi stessi, ma quell’Italia corrotta (nel senso di cui sopra) che non ci sta, che non accetta l’alzata di spalle e l’occhiolino, che vuole ancora ritrovare una misura. La misura dell’anima, quella secondo la quale per stare bene e realizzare se stessi si deve avere a cuore l’ambiente che ci circonda. Il paesaggio intorno a noi. E i diritti dentro di noi.

Se volete partecipare, alla pari, con il vostro contributo, cliccate qui oppure scrivete a campagne chiocciola politica punto com. Vi aspettiamo. E non aspettiamo altro.

P.S.: so già che qualcuno dirà: siete troppo pochi. E così non serve a nulla. Ma c'è un «ma», anzi ce ne sono due: se ci sarete anche voi, non saremo così pochi (e non serviamo a nulla perché, come diceva un vecchio adagio, non siamo servi di nessuno). E, secondo «ma»: qualcuno deve pur incominciare. Tanti cari auguri. Che sia un anno di gioia.

  •  
  •  
  • 4
  •  
Commenti

Verrà il giorno

Verrà il giorno, già ad aprile o giugno, forse in autunno, in cui tutti quelli del Pd che non vogliono più Renzi si troveranno Renzi sulla scheda elettorale. Come candidato premier. Con un programma che risentirà profondamente delle cose fatte dal Pd in questa legislatura. Chi chiede discontinuità, quel giorno, si troverà il continuum.

Nel corso dell'assemblea del Pd, nessuno gli ha chiesto di dimettersi. Chi chiedeva un congresso si trova con un voto praticamente all'unanimità a favore di una relazione in cui la prospettiva del congresso anticipato è esclusa. Non messa in forma dubitativa. Esclusa. Una relazione in cui si parla chiaramente di elezioni anticipate, senza discutere, se non sotto il profilo psicologico, di ciò che è successo il 4 dicembre.

Verrà il giorno in cui tutto questo, che è già chiarissimo, forse lo sarà anche per chi continua a negarlo. Per chi accetta l'insulto e le risate che lo accompagnano (soprattutto queste ultime) come se fossero un'eccezione. L'ennesima eccezione. Resta da capire quale sarebbe la regola, oltre a questo continuo «chiagni e fotti», in cui il vittimismo è puntualmente preludio a un atto di arroganza.

Verrà il giorno in cui ci si renderà conto che il dilemma di ieri – nelle parole di un notista politico molto esperto – non può limitarsi alla domanda se «prenderà corpo un “nuovo” Renzi, oppure si va verso un restyling tattico». Anche ammesso che Renzi voglia cambiare e negare se stesso, per lui parleranno i tre anni in cui ha governato. E non mi pare che nelle scelte di fondo – la lista dei ministri, il 'programma' del governo – ci sia stata alcuna discontinuità. 

Verrà il giorno in cui si sveglierà chi pensa che si possano rimuovere le ragioni della sconfitta e chi pensa che si possa rimuovere il fatto che chi le rimuove non viene rimosso. Per chi pensa che poi si possa trovare il modo di andare d'accordo, anche se non si va d'accordo nemmeno sulla Costituzione.

Verrà il giorno in cui ci si renderà conto che non si può essere per una riforma dei voucher e sostenere un governo che i voucher non li riforma. Anzi. Che ne fa una bandiera. Il giorno in cui ci si accorgerà che non si può parlare di disuguaglianze nei comizi e nei convegni (che andrebbero aboliti, questi convegni) e non votare nulla di 'simile' in Parlamento. Anzi. Il giorno in cui si prenderà coscienza del fatto che la deriva è iniziata troppo tempo fa e che troppe cose sono successe, per poter anche solo pensare di poter riavvolgere il nastro. Non si può volere il reddito minimo, sostenendo chi è contrario alla sua introduzione. Non si può volere un modello di sviluppo diverso, dopo avere visto sostenere dal proprio governo (e con il proprio voto) Sblocca Italia, Ponte e trivelle.

Verrà il giorno in cui si prenderà atto che sostenere o allearsi con il contrario di ciò che si pensa è una follia. Perdente, oltretutto.

Verrà il giorno in cui, dopo aver scritto millemila pagine su come dovrebbe essere il Pd, ci si accorge di com'è, da anni, il Pd e qual è la cultura politica che lo ispira. E di come le cose siano andate inesorabilmente peggiorando. Si teorizza la partecipazione, e non si anticipa il congresso: no, si anticipano le elezioni.

Verrà il giorno. Intanto, noi non aspettiamo. Non abbiamo motivi per farlo. Non ci sono ragioni per attendere. Lo dico anche a Michele Emiliano, che pur avendo sostenuto l'attuale segretario nella fase fondamentale del 2013-2014, sembra essere il più lucido e consapevole del problema.

Se vai con Renzi, sei Renzi. Per evitarlo, non ci devi andare. E l'unico modo di cambiare il Pd guidato da Renzi, che sarà anche nella prossima fase il leader inevitabile (anche perché non ci sono strumenti per cambiarlo, ammesso che dentro quel partito ci siano i voti per farlo), è prenderne le distanze. E fare altro: fare ciò in cui si crede, non criticare un leader che fa e induce a fare il contrario. Costruire un progetto di governo e scegliere in modo democratico le persone più autorevoli perché ci rappresentino in Parlamento.

Non per allearsi con il Pd di Renzi, con la più classica delle mosse tattiche, che sposta solo il problema, in una sorta di pia illusione, che in realtà è soltanto un accordo di potere, solo esteticamente più gradevole, ma in tutto simile a ciò che si propone di fare alla destra del Pd, con Alfano e i suoi, ormai embedded.

Se si perde altro tempo (e se ne è perso tantissimo), non si otterrà nulla. Anzi, il logoramento riguarderà tutti. Perché poi appunto si vota. E non manca molto. Prestissimo, presto o poco più tardi, verrà il giorno.

E in quel giorno ci sarà un'alternativa a Renzi con quelli che odiano Renzi e che però si candidano insieme a lui.

Un'alternativa che non sarà il 5 stelle con il suo trasversalismo e le sue opacità politica e culturale.

Una proposta di governo repubblicana, laica, di sinistra, senza estremismi e dotata piuttosto di elementi di comprensibilità e di radicalità. Con un progetto di governo chiaro e semplice. Con impegni precisi e non ghirigori assurdi. Con persone che li sappiano rappresentare e che non facciano del compromesso (a cominciare dal compromesso con se stessi) l'unica chiave di interpretazione della realtà. Anche perché la realtà, soprattutto di questi tempi, non è compromissoria. Al massimo, compromessa.

 

  •  
  •  
  • 7
  •  
Commenti
Allearsi con il proprio contrario

Allearsi con il proprio contrario

Leggo l’intervista di Laura Boldrini al Corriere, che invita – tipo Pisapia – a unire la sinistra, non importa se sulla Costituzione si sia votato sì o no. E aggiunge una serie di cose da fare, molto condivisibili, che rappresentano l’esatto contrario delle cose fatte dal Pd in questi ultimi due anni, dal Jobs Act in avanti.

Molto credibile l’alleanza con chi ha fatto l’esatto contrario di ciò che ci si propone di fare.

  •  
  •  
  • 5
  •  
Commenti

La combinata disposta: definizione di autocritica

Anna Finocchiaro, relatrice della legge Boschi e solertissima sostenitrice del sì alla riforma Boschi, nonché relatrice dell’Italicum – una “combinata disposta” in persona  – diventa ministra al posto di Boschi, che diventa sottosegretaria alla Presidenza.

Quando l’autocritica si spinge troppo in profondità.

  •  
  •  
  • 1
  •  
Commenti

Hanno lasciato la politica (una promessa l’hanno mantenuta)

Una promessa l'hanno mantenuta: dicevano che avrebbero lasciato la politica. E lo hanno fatto. Hanno lasciato la politica per optare, ancora una volta, per il potere. A cui non riescono a rinunciare, nemmeno per un po', nemmeno se è consigliabilissimo farlo in certi passaggi.

Hanno lasciato la politica, hanno dimenticato la sostanza, hanno trascurato le parole e i modi.

Parlano di unire la sinistra, dopo averla divisa (e averla divisa da se stessi) e dopo aver diviso il Paese, come non era mai capitato. Sulla Costituzione, oltretutto.

Parlano di sconfitta, ma la imputano ad altri, insultando chi hanno escluso dalle decisioni. Prima rinunciano alle persone e alle loro storie, poi le canzonano, poi danno loro la responsabilità degli errori che commettono.

Parlano di alternative che non ci sono, e poi dicono che bisogna votarli per paura delle alternative. Che quindi ci sono. Incredibile.

Parlano di stil novo e come già nel 2014, quando evocai Rumor, ritroviamo modalità archeologiche, da governi fotocopia inizio anni Ottanta, con ministeri che ritornano da chissà dove per dare ospitalità ai più fedeli.

Parlano di leggi elettorali che non vanno più bene per colpa degli elettori (!), quando le hanno votate per una Camera sola con la fiducia (triplice), riproponendo la stessa logica della legge dichiarata incostituzionale tre anni fa. Il 4 dicembre 2013. Una data che ritorna.

Parlano di tutto, dappertutto. Erano certi di vincere facile, poi hanno perso male. Nel frattempo hanno occupato tutte le posizioni di potere, tutte le trasmissioni, tutti i luoghi di visibilità, confondendo le istituzioni con se stessi.

Parlano di un congresso già vinto, anche quello pensato come un plebiscito, perché squadra che perde non si cambia, e non si cambia nemmeno l'atteggiamento di arroganza e superficialità.

Sì, hanno lasciato la politica. Ad altri. E quando distruggi il centrosinistra, è probabile che siano gli altri schieramenti a giovarsene. A meno che non si cambi passo subito, senza i tatticismi di chi non è d'accordo, ma si adegua. Senza una vera e propria strategia, solo per inerzia. A meno che non si rompa davvero, per fare altro. Politica, per esempio. Che non è solo potere. È cultura. È rappresentanza. È senso della realtà. È cura delle persone. E del loro voto.

  •  
  •  
  • 8
  •  
Commenti