– Questo è stato in assoluto il mese più lungo della mia vita.
– Siamo qui da una settimana.

La fantastica signora Maisel

Il traguardo è più in là. Mettiamocela via. Si chiama quarantena, un motivo ci sarà. E oggi inizia il dodicesimo giorno. Troppo poco per capire.

Non avere chiuso (ancora!) è uno dei motivi. I dati sulle persone che ancora si spostano per lavoro sono incredibili, soprattutto in Lombardia, alla luce di ciò che accade, ma nessuno pare volere affrontare la questione, anche se nelle ultime ore gli amministratori lombardi hanno alzato la voce, quel fiato che gli rimane.

Pecunia non olet, sed contaminat, proprio come il virus. Che poi sia controproducente anche per l’economia, sembra inutile provare a spiegarlo.

Intanto, ci “comunicano” che i dati che ci “comunicano” sono parziali, sia riguardo alle vittime, sia – soprattutto – riguardo ai contagiati (lo avevamo capito, ma le statistiche sono un tentativo di razionalizzare, anche oltre il dovuto). Quindi, ci muoviamo a vista, senza peraltro poterci “vedere”. Qualcuno dice di aspettare – il verbo del momento – altri quattro o cinque giorni, sperando che non sia una deadline, nel vero senso della parola.

Insomma, la panne. Che è anche il titolo di quel romanzo di Dürrenmatt, che – spoiler alert – non si può risolvere. Non ora. Pensarlo è stupido, irrazionale, va escluso. Non ci fa nemmeno bene. Buone notizie, di quelle che ribaltano la situazione, non sono immaginabili.

E allora bisogna stare a casa, resistere e pensare a cosa faremo dopo, a progetti di lungo periodo, al tempo – anch’esso lungo – in cui ci riprenderemo. E ciò manda nel panico gran parte dei politici di grido (grida?) del nostro Paese.

Certo, c’è chi spera di ottenere un consenso con la polemica quotidiana, c’è chi la sa più lunga di altri, talmente lunga che ha cambiato idea ogni 48 ore dal manifestarsi del virus e delle sue conseguenze sulle persone. E così è tutto un mascherarsi con le mascherine della polemica, anche per nascondere il proprio viso: che sia un’estrema forma di pudore?

Delle responsabilità parleremo più avanti, soprattutto per quanto riguarda alcune zone: casi drammatici, dove qualcuno sapeva, ma ha sottovalutato, derubricato, nascosto le informazioni di cui era in possesso. In generale chinando il capo di fronte alla voce di chi comanda. E lo ha fatto anche la politica, ahinoi, troppo condizionata dagli interessi economici, a sua volta.

Dobbiamo fare uno sforzo ulteriore, però. Prendiamoci questo impegno.

L’errore è stato affrontare una cosa senza precedenti con gli stessi schemi di sempre, in nome degli stessi interessi. Che è quello che dovremmo cercare di non fare più. Perché a volte il dibattito sul coronavirus assomiglia a quello sull’ilva, elevato però all’ennesima potenza. O, forse, impotenza.

Ne abbiamo parlato con Nina in questi giorni, facendo i compiti: sbagliando si impara, ma per imparare è necessario accorgersi degli errori. Saperli riconoscere, provvedere perché non se ne facciano più.

E così a un caro amico basco che mi ha mandato, guarda caso, quella canzone che dice Teach your children (Crosby, Stills, Nash & Young), ho risposto: la situazione in Italia è scappata di mano, e tutti pensano di fare come sempre, ma non è come sempre. E non sarà come sempre, nemmeno quando questo disastro sarà alle nostre spalle. Perché lo porteremo con noi, a lungo, in una lunga e faticosa convalescenza.

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