Grazie a Giulia Montorzi e Veronica Gianfaldoni.

Questo post dovrebbe essere muto: la foto parla da sé.

La mascherina nasconde il sorriso gigante: il riassunto di un anno interminabile della vita di una infettivologa in un reparto Covid.

Il vaccino non è solo un’arma contro il virus, ma un simbolo: è l’emozione di sentirsi la scienza addosso, come spiega Giulia.

È la responsabilità di poter condizionare le scelte con la consapevolezza della ragione. È la pretesa di farsi largo tra tante cose, raccontate troppo spesso e molto male. È la soddisfazione di ricercartici e ricercatori, il risultato del loro impegno instancabile e l’essere protagonisti di un momento in cui davvero ci si sente sul punto di cambiare il corso della Storia.

Dopo quasi un anno immersi nel dolore intervallato da alcune piccole pause dI ingannevole pace, ci si sente come all’inizio della battaglia che potrebbe portarci a vincere la guerra.

Ma è anche una conquista di nuova libertà per i medici, gli infermieri, gli operatori sanitari e tutti coloro che hanno vissuto ogni giorno degli ultimi 11 mesi nella paura non tanto di contrarre il virus, ma di portare il contagio nelle proprie case. Il terrore di sentirsi responsabili delle potenziali infezioni che avrebbero potuto colpire le loro famiglie e i loro amici, e delle devastanti conseguenze che questa malattia porta con sé.

È il riconoscimento del valore e del lavoro di tutti i medici che vengono da dieci anni di blocchi delle assunzioni, che hanno dovuto girare l’Italia in lungo e in largo per poter esercitare la professione, vincolati a contratti a scadenza e senza la possibilità di legarsi a un luogo, lontani dagli affetti di sempre e poco inclini a crearsene di nuovi.

È la presa di coscienza che è solo in un dramma globale di questa portata che il sistema sanitario nazionale riesce finalmente a riconoscere il valore delle proprie risorse umane.

E allora questo vaccino diventa un gesto di gratitudine di un Pese intero di fronte alla fatica fisica ed emotiva di chi la pandemia se l’è fatta tutta in prima linea.

Un Paese che – vale la pena ricordare – negli ultimi 20 anni ha svilito in più occasioni il concetto di lavoro, inteso sia come professionalità che come creazione di valore – non esclusivamente economico – per la collettività e per la dignità umana, svuotandolo così del significato che gli riconosce la nostra carta costituzionale.

Potrebbe essere l’inizio della rivoluzione culturale, pacifica e ideologica di cui abbiamo bisogno, se facciamo tesoro dei mesi passati e non mandiamo tutto a gambe all’aria.

È una piccola puntura per una donna, ma un grande passo per l’umanità.

O almeno per oggi ci piace raccontarla così.

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