E così siamo passati dai capitoli della peste dei Promessi sposi al Cinque maggio o quasi. È tutto molto manzoniano, non c’è che dire. E i dì nell’ozio (in sì breve sponda!) e il giorno inerte e il sovvenir. Siccome immobile. Ora, ci si muove, a poco a poco, lemme lemme.

Chi lo presenta come un Piave da attraversare – foriero di sventure, peraltro – si confonde con il 24. Sarà un’apertura a metà, forse meno, benché molti abbiano già aperto e le norme sembrino più ratifiche di comportamenti ormai diffusi e per molti usuali che decisioni politiche vere e proprie.

Nessun dado è tratto, nessun Rubicone, che come ogni confine sarà al centro di doverose attenzioni: veni et covidi. Vici? Lo diremo tra un bel po’.

Dal Manzanarre al Reno, ahinoi, si è diffuso solo il virus. E un altro fiume, il Serio, ha marcato il confine tra ciò che si sarebbe dovuto fare e non è stato fatto. Concentrando contagi e lutti. Scoppiò poi da Scilla al Tanai, dall’uno all’altro mar.

E dopo settimane di concitato imperio e di celere ubbidir, la procellosa e trepida gioia d’un gran disegno è quella che ci attenderemmo. A livello nazionale, per la fase 2, a livello europeo, per tutte quelle che seguiranno. Orban di tanto spiro? Proprio no.

Ecco, prepariamoci. Sperando che il tampone tenga dietro al baleno. E che si sappia contenere il contagio al suo primo manifestarsi. Ora dovremmo aver capito, almeno un po’, come si fa.

  •  
  •  
  •  
  •  

Commenti

commenti