È ormai qualche giorno che, dall’altra parte della strada, a un segnale convenuto, tutti si mettono al sole, sul proprio balcone. Una spiaggia verticale.

Abbronzature caraibiche, ormai. Li guardo con malinconia. Non ho un balcone e sono all’ombra, soprattutto nel pomeriggio.

Vi vedo – magari, al massimo vi sento – sempre più malinconici, apatici, anche Leo Ortolani dice di arrancare nelle sue mitiche strisce, forse il più bel momento della giornata.

Dalla televisione ci dicono che si riapre a poco a poco, fase 2, tre step, quattro cantoni.

Mi chiedo e se lo chiedono in tanti: siamo nel Tremila e l’unica tecnologia che adotteremo alla “riapertura” sarà il metro di distanza? Al massimo, la sciarpa, fino all’estate?

Perché il punto mi pare soprattutto questo. Per evitare la “sindrome spagnola” – nel senso dell’influenza – che si ripresentò dopo pochi mesi e fece una strage.

Prima di riaprire, riusciamo a dotare tutti quanti di mascherine senza dover andare dall’usuraio, a disporre di tamponi o comunque di test credibili e di un tracciamento dei contagi più accurato, mettendo prima di ogni altra cosa in sicurezza gli operatori sanitari? E i posti per le terapie intensive saranno sufficienti?

Il conto quotidiano dei contagi è certo importante – benché i dati abbiano basi statistiche tutte da precisare – ma ancora più importante è sapere a che punto siamo nella risposta a queste domande.

Perché queste sono le domande. Altrimenti non sarà una riapertura, sarà un azzardo.

E non vorremmo ci fossero altre Bergamo nel nostro futuro. Anche perché ciò che accade in un posto si diffonde ovunque. Non dimentichiamolo.

Anche oggi governo e regione si rimpallano la responsabilità e sarebbe un sogno se entrambi ammettessero che è colpa di entrambi – poi non ci scordiamo che erano i giorni in cui hanno sbagliato anche i sindaci, con il nonsiferma, ha sbagliato ancora a lungo Confindustria, hanno sbagliato quasi tutti quanti. C’è il fallimento di una intera classe dirigente nella storia recentissima della Lombardia. Vogliamo aspettare la fine di questa cosa per dirlo? Aspettiamo, ormai siamo diventati tutti campioni mondiali di attesa.

Ma non aspettiamo a preparare le cose che servono. Anche perché, se sbaglieremo e sottovaluteremo, più che una “Fase 2”, sarà “Case 2”. E non ce lo possiamo permettere, da nessun punto di vista.

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