«L’Italia era il Paese che amavo. Qui avevo le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Qui avevo imparato, da mio padre e dalla vita, il mio mestiere di imprenditore. Qui avevo appreso la passione per la libertà».

L’idea di trasferire al passato il celebre discorso, che ha cambiato le nostre vite e non in meglio (ahinoi), è di quel maledettissimo genio di Marco Tiberi.

«Scendere in campo» non si può più. «Il mio ruolo di editore e di imprenditore» è sospeso.

Tutto è sospeso, per la verità. I grafici dicono che – se non era il più infido dei pesci d’aprile – i dati di ieri confermano la tendenza di un lento ma progressivo miglioramento.

Al passo del bradipo, condizione ormai antropologica per gran parte della popolazione, ne usciremo. Zootropolis, proprio. Chi voleva aprire tutto – quando la politica si trasforma in uno spot di Aiazzone… – deve attendere, com’è ragionevole che sia.

C’è più gente in giro e non va affatto bene. Non è un liberi tutti. Facciamo attenzione, ancora. Non buttiamo via la solitudine di questi giorni, non sprechiamo il tempo passato in cattività.

Ripensando al discorso rovesciato citato in premessa e pensando solo all’ultimo anno, amavo piazza Anfiteatro a Lucca, le chiacchiere a San Salvario, la tonnara di Portoscuso, un caldo tropicale alle Zattere, Gavoi e quella piazzetta assoluta nella Barbagia, la vista dal Quirinale (#sempresialodato), Genova che pioveva, un baretto a Monti, la Bassa con la nebbia, il lago Maggiore, il fiume, qualsiasi fiume, un pascolo in Lessinia, verso sera, una terrazza a Ragusa a tirar tardi, una canoa con Nina in un braccio di mare sotto alla Tavolara, gli aperitivi (tempo imperfetto?) in piazza Isolo, la luna sul mare ad Acciaroli, quel momento che da una cena si torna a casa e ci si accompagna e ci si riaccompagna. Le persone. I volti. Le parole, anche. Che non è la stessa cosa.

Amavo il 25 aprile. Tanto. E lo amo ancora. E quello, ancora, lo celebreremo.

A un passo tra noi, a un passo dalla libertà.

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