Un’isola dove gli imperatori confinavano figlie e mogli e donne. Lo fece Augusto, lo fece Tiberio, lo fece Nerone.

Un’isola di passaggio dove a un certo punto si collocarono i cistercensi (Rumiz secondo me non lo sapeva, altrimenti).

Un’isola carceraria per via dell’isolotto satellite di Santo Stefano, un carcere circolare, un teatro all’incontrario: un panottico da manuale, chiuso solo nel 1965, che ho potuto visitare con Antonio Romano, direttore della Riserva, che non finirò mai di ringraziare. Nella colonia penale fu recluso il regicida Bresci (che sparò nella mia città e a Santo Stefano fu suicidato) e un uomo che sarebbe diventato Presidente della Repubblica italiana (che a Ventotene era a capo, tra l’altro, della mensa socialista).

Un’isola confino, confine tra dittatura e repubblica finalmente democratica.

Ecco cos’è Ventotene.

L’isola in cui il regime fece la follia di mettere, in pochi padiglioni, le migliori menti dell’opposizione. Tutte insieme. Che forse farebbe bene anche oggi, come esperienza, all’opposizione. Non il confino, eh, ma stare insieme su un’isola a ragionare. A immaginare il futuro. Non a parlare di alleanze, liste, accrocchi. Con un cartello all’ingresso: astenersi perditempo, che il tempo è poco e lo avete già sprecato quasi tutto.

Wu Ming 1 lo dice chiaramente: «Noi a Ventotene vediamo il futuro, mentre nel resto d’Italia non ne hanno una minima idea». Così dice un isolato, che però è libero, mentre a essere isolata è l’Italia».

È il profilo dell’Italia svanisce, mentre il traghetto si allontana dal molo di Formia.

E allora, dal carcere e dal confino, da Ventotene e Santo Stefano, risuonano quei versi: là dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva.

Dove c’erano le celle claustrofobiche del reclusorio e il filo spinato e i segni per terra per delimitare il percorso dei confinati (confini pure quelli) è cresciuta la squadra dei Costituenti, allenata dai vari leader, orgogliosissimi della propria prospettiva, che allora si conobbero e crebbero insieme.

È nato il Manifesto di Spinelli e Rossi, con Colorni che non sarebbe sopravvissuto alla guerra, per pochi giorni, per mano della banda Koch.

Il fascismo fece le squadre e fece un errore clamoroso. Perché li mise tutti insieme, per anni, convinto forse di essere eterno.

Ironia della sorte a un certo punto, dopo il 25 luglio, rischiò di finire al confino di Ventotene pure Mussolini. All’ultimo lo dirottarono su Ponza.

Ventotene divenne il fulcro, quindi.

Isolatissima, una piccola Sant’Elena nel Tirreno, in quel mare che l’Europa ha dimenticato, a cui volge le spalle. Eppure le sue radici, non solo quelle politiche e istituzionali, sono anche – se non soprattutto – qui. Colpa della potenza e degli “equilibri” dell’Europa del Nord ma colpa soprattutto nostra, che abbiamo smesso di crederci, che la guardiamo da fuori, che la interpelliamo solo per chiedere sconti, con mosse tattiche che si rovesciano in pochi giorni, con sparate che ci tornano indietro al doppio della velocità.

Nel romanzo si dice che azionarono la macchina del tempo (con il vento, ovvio protagonista a Ventotene), io penso che semplicemente progettavano. Immaginavano, proprio perché al confino, spazi di libertà. E li iniziarono a costruire.

Del resto prima della libertà, due generazioni fa, c’era la dittatura. Che solo il Polifemo con la felpa – di occhio ne ha uno, e vede solo il consenso – ne è in vari modi nostalgico. Così come altri suoi amici lo sono, del «prima», in Europa.

Prima gli italiani erano così. C’era il regime.

Dieci anni «prima» della Costituzione, c’erano le leggi razziali. «Prima» delle convenzioni internazionali oggi tanto bistrattate, c’era la guerra, e le deportazioni. «Prima» non c’era la libertà.

E allora vorrei che anche noi lavorassimo a una «politica Ventotene», con un manifesto planetario, senza confini, appunto. Una politica piena di passione e di voglia di riscatto. Che pensassimo anche a un partito così, che studia e si forma insieme e insieme lancia una sfida collettiva. Che faccia saltare le gabbie nelle quali la politica italiana si è ridotta, il suo linguaggio da trivio, la sua povertà. Totale.

Piccole isole di senso nella penisola di Pasqua, a costituire arcipelaghi e relazioni con chi vorrà correre il rischio, perché il rischio, quello vero, quello definitivo, lo stiamo correndo tutti, anche se la tv non ne parla e i media non fanno altro che prendere in giro Greta e i suoi piccoli amici. E invece sono loro che ci indicano la strada: studio e mobilitazione, scienza e coscienza, fino alla fine.

E mi pare coerente che ora Ventotene e Santo Stefano siano diventate una riserva naturale. È un indizio, perché la prossima liberazione è quella. Perché di generazioni libere ce ne siano altre. E anche per questo, come allora, ci vorrà intelligenza e sensibilità da parte di ciascuno e un progetto comune da parte di tutte e tutti.

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Tornando verso Formia, con Daniele e Marco, tutto faceva molto Caro Diario. Solo che nel frattempo il quarantenne che quel film lo vide da ragazzino sono diventato io. E alla fine di questa «non campagna» penso che ci sia parecchia strada ancora da fare, molto mare da attraversare. Ci vuole una barca attrezzata, e un equipaggio che scelga la rotta più ambiziosa che ci possa essere.

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