La doppia prova della Costituzione e del «che cosa» fare dopo il terremoto invita la politica a ritrovare se stessa, a uscire dall’autoreferenzialità che le viene, spesso giustamente, imputata.

Prima di tutto, recuperando il giusto tono e dando il giusto peso alle questioni profonde, davvero importanti. Si tratta di cose, per motivi diversi, più grandi di noi. Ed è bene tenerlo a mente, quando le si affronta, si eviterebbe il triste spettacolo di chi vuole ricondurre ogni evento, anche il più importante, anche il più tragico, sotto il proprio paradigma, il proprio punto di vista, in un continuo eccesso di drammatizzazione che, nella ricerca di un punto in più da segnare a proprio vantaggio, di un posto più in vista nella prossima edizione dei Tg o prima pagina dei quotidiani, finisce per svilire qualsiasi tema.

Recuperiamo, perciò, un tono adeguato, un senso più sobrio del nostro ruolo. Senza sprecare parole, senza esasperarle, cercando di essere precisi e puntuali. Ogni parola sprecata ne confonde mille altre. Ogni esagerazione banalizza tutto ciò che le sta intorno. Ogni provocazione torna a doppia velocità a chi l’ha formulata, in un continuo alzare la posta senza mai arrivare a nulla, l’eterno ritorno di un uguale che però allo stesso tempo appare sempre peggio.

Temi importanti richiedono di essere affrontanti prendendo posizioni responsabili  e repubblicane.

Perché il nostro pensiero (o, come dice qualcuno, la nostra «ditta») deve essere la Repubblica prima di qualsiasi altra cosa, anche della sinistra, che è quella cosa di cui più si parla, meno la si vede.

Avere cura della Repubblica significa saper ascoltare, darsi il tempo per riflettere, senza l’ossessione del lancio di agenzia, del colpo ad effetto. Significa argomentare, spiegare la propria posizione, con pazienza, senza nascondere le proprie debolezze dietro i continui attacchi, che ormai sono passati dall’essere una forma di difesa un po’ infantile, a diventare il vero e proprio modo di fare politica inteso da troppi.

Questo è senza dubbio un cambiamento di cui abbiamo un grande immediato bisogno. Ed è anche un'occasione per uscire dalle contrapposizioni sceme che occupano sempre più le nostre giornate (e sempre meno le menti dei nostri concittadini) e indagare le vere fratture. Quelle che minano la nostra Repubblica, la nostra comunità.  Si chiamano disuguaglianze, si chiamano marginalità. Fratture allargate dalla distanza percepita tra il cosiddetto “Paese reale” e il discorso politico. Fratture che non possono essere sanate se prima non si ricostruisce un nesso più forte e nitido tra ciò che si dice e quello che si fa.

Fratture che non possono essere sanate dividendo l’Italia in chi ama e chi odia: lo abbiamo già visto fare, la citazione pare letterale, non si capisce perché dovrebbe portare a risultati diversi.

Parlare di paura rispetto alla Costituzione, mentre il Paese ha altre preoccupazioni, fa capire quanto ci si possa allontanare dalla realtà. Fa apparire banale, appunto, persino una questione che dovrebbe essere fondamentale.

Fare politica significa anche assumersi responsabilità che vanno oltre la propria legislatura. Chi, come noi, tiene alla Repubblica, ha scelto di spezzare questo cerchio, anche rischiando l’isolamento e lo scherno di quanti ci circondano. Abbiamo scelto e continueremo a scegliere parole forti e lunghe rispetto agli slogan. Soluzioni strutturali, anche quando sono meno appariscenti, non trovate una tantum, un trucco per coprire l’assenza di prospettiva e di risposte. 

Di fronte a un susseguirsi di governi che avrebbero dovuto essere di scopo, ma il cui unico scopo è apparso quello di mettere una pezza qua e là in attesa di giorni migliori, c’è bisogno di lavorare per preparare giorni migliori. 

Non ci sono scorciatoie, soluzioni à la carte da sfoderare a seconda dell’ultimo sondaggio. La strada è più lunga, quando si guarda avanti l’orizzonte è quello dei prossimi trent’anni, invece di quello dei precedenti trent’anni, diventati il principale argomento per giustificare soluzioni che non sembrano in grado di superarli. Chi esercita la propria immaginazione solo sull’immediato, ne viene inevitabilmente sopraffatto. Perché dopo l’immediato ne arriva un altro che lo supera.

È uno spettacolo che vediamo da ormai troppi anni, si continua a cambiarne gli interpreti, o a truccarli diversamente, non capendo che l’errore è nella trama.

C’è bisogno di raccontare una storia nuova, in cui sia il popolo sovrano a tornare finalmente protagonista.

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