La polemica sulla casa di Fini farebbe ridere, se non stessimo piangendo da anni, ormai, in questo Paese sempre più squinternato. B s’impanca, dall’alto (o forse dal basso) delle sue dozzine di ville, che ti viene in mente il Gadda: «orto, frutteto, garage, portineria, tennis, acqua potabile, vasca pozzonero oltre settecento ettolitri: – esposte mezzogiorno, o ponente, o levante, o levante-mezzogiorno, o mezzogiorno-ponente, protette d’olmi o d’antique ombre dei faggi avverso il tramontano e il pampero…».

B è tranchant: è immorale l’atteggiamento del presidente della Camera. Gli editorialisti (!) di Libero e del Giornale lo prendono a scudisciate manco fossimo nella Firenze del Savonarola. Nessuno ricorda che ogni singola casa di B nasconde un retroscena di pessimo gusto: quella di Arcore – con il côté thriller, lo stalliere e la consulenza di Cesare Previti (che infatti si è rifatto vivo, accompagnato dal suo stormo di pipistrelli) e quella di Macherio, con una compravendita parecchio controversa (eufemismo). E poi l’ineffabile Scajola che sta ancora cercando chi gli ha comprato la casa. Chissà se sulla porta, invece del cartello «vendesi», ha l’insegna: «cercasi». Nel senso dell’oscuro acquirente.

E la casa, guarda caso, è il problema dei problemi, se ci si pensa. Perché è vero che l’82% degli italiani è proprietario di una abitazione (c’è anche chi ce ne ha più d’una, se è per questo), ma è anche vero che per i giovani la casa è un miraggio. E che alcuni genitori di oggi possono comprarla ai propri figli, ma che questi figli – genitori di domani, se riusciranno a sbarcare il lunario – faticheranno a fare lo stesso con i loro ragazzi. E che hanno tolto l’Ici ai ricchi, ma che stanno costruendo una casa dietro l’altra, e poi magari scopri che dietro c’è la ‘ndrangheta, protagonista incontrastata di tutto questo movimento di terra e di cemento che sta devastando il territorio. E che ci sono quelli che speculano e che anche i progetti monumentali, in odore di santità (Santa Giulia, a Milano), sono vicende oscure e inquinate, che ci portano in un baleno dal capitolo ‘casa’ al capitolo ‘finanza’.

Quando penso a quello che dovrebbe fare il Pd, penso che Bersani dovrebbe andare in tv e dire, a reti unificate: quelli là la casa nemmeno se la comprano, o ce l’hanno scontata, o gli arriva a loro insaputa, o la ereditano dal partito. Sono brutti e cattivi, ma noi, oltre a denunciare questo fatto, ci preoccupiamo per le case degli altri.

Sarebbe un modo per dire che non parliamo solo di politici, tra politici e per i politici. Viene voglia di un liberatorio: «vado a vivere da solo», sbattendo la porta alle spalle, perché l’agenda politica la faccio io e mi sottraggo a questo perdurante gossip in cui tutte le vacche (non solo quelle delle quote) e tutte le case (non solo quelle di Montecarlo o del Colosseo) sono nere (in tutte le accezioni, dal colore dell’Msi, al nero fiscale, al noir arcorese, al buio dell’amnesia scajolesca). Sarebbe un bel segnale, soprattutto perché, se leggiamo i giornali di oggi, come capita da troppo tempo, si parla solo dei nostri avversari.

E un dubbio atroce mi assale: non è che il senso dell’alternativa da noi caldeggiata sta diventando, col tempo, che sono solo gli altri a parlare e che noi parliamo solo degli altri? Così, per capirci.

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