Ieri, tra gli altri, è intervenuto Gian Giacomo Migone, che ha parlato di esempi da offrire, come quando si crescono i bambini («non serve a niente quello che dici loro, ma quello che sei e che fai è la cosa importante»). E poi ha detto una cosa, che ha colpito molti, anzi, proprio tutti: «Ho avuto un figlio a venticinque anni, quando è nato pesava cinque chili, un bel peso – per la sua mamma – e una responsabilità per entrambi. Ma mi rese felice. Ora, guardo i vostri volti, penso alle vostre storie. Pochi di voi hanno avuto la mia stessa fortuna. Vi hanno privato anche dei vostri tempi biologici». Giangiacomo è del 1940, è intervenuto dopo Elia, che è del 1991. Due giovanissimi, Saramago e Ruffolo, sono stati citati più volte. La questione del ricambio è un po’ più complessa e carica di senso di quanto qualcuno la voglia presentare. Dare rappresentanza ai giovani, non vuol dire dividere il Paese. Anzi. Significa unirlo. E pensare, naturalmente, al futuro, a quello che succederà tra un bel po’ (concetto da frequentare più assiduamente). Ai giovani il passato prossimo (il tempo esclusivo della politica italiana, ferma a Pompei 1994) non interessa. E non interessa, molto probabilmente, nemmeno ai loro genitori, che sarebbero stimolati da una proposta politica che parlasse del «futuro dei nostri figli» (l’unica categoria dello spirito che sembra avere qualche possibilità di competere con la questione degli interessi particolari e strettamente intesi). Quando parliamo di Partito dei giovani, pensiamo a Elia, ma anche a Gian Giacomo. E proponiamo di riprendere i fili di quello che in questi ultimi vent’anni è saltato: un patto tra le generazioni, un percorso comune, da intraprendere prima che sia troppo tardi. Prima di invecchiare, a nostra volta. Perché quel dato biologico rimane, nonostante l’eterna giovinezza parecchio carnevalesca a cui questo Paese ha inteso affidarsi.

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