Ieri sera a Verona. Tornavo da Riva del Garda e volevo riprendere la festa dei giovani democratici per una sorta di versione young de Il grembiule, concordata con gli organizzatori che mi mettevano a disposizione una videocamera e una troupe. La location era la più indicata: il castello di Montorio, a dominare la città (purtroppo, per ora, solo metaforicamente). Arrivo e trovo la festa rovesciata da una tromba d’aria. Di tipo texano. Danni su danni. I ragazzi alle prese con una cena di autofinanziamento per recuperare qualche euro. E, allora, un risotto alla Tastasàl (maiale senza rossetto, per intenderci), il racconto della giornata infausta e un confronto con Elisa e Michelangelo sul Pd. L’ennesimo, nell’estate che per me ha significato venticinque feste democratiche. Ma un confronto diverso dagli altri. Perché ieri Tonini alla Summer school ha detto che tra i ragazzi presenti «si nasconde il Veltroni di domani». Probabile. Possibile però che il Veltroni di domani si celi in feste come quella veronese, però. Dove oltre alla passione e allo ‘sbattimento’ (categoria meno accademica delle lessons della Summer school), c’è qualità, curiosità, intelligenza politica. E coraggio. Quello che Elisa e Michelangelo chiedono ai dirigenti nazionali e al Pd. Perché sono stanchi. Soprattutto della nostra stanchezza. I «Veltroni di domani» chiedono ai giovani del Pd di parlare in modo più comprensibile, di comportarsi in modo meno burocratico, e promettono battaglia, perché i famosi ‘territori’ siano davvero rappresentati, e non solo a parole. L’uragano si è abbattuto su Verona e ha fatto un mezzo disastro. Un uragano – che potrebbe chiamarsi con il nome gentile della coordinatrice dei giovani democratici veronesi – dovrebbe abbattersi su di noi. A spazzar via resistenze, paure, timidezze. A rendere ridicole le correnti e gli spifferi di questo nostro partito, nato troppo titubante. E, ne sono certo, dopo la tempesta, tornerebbe finalmente il sereno. Per Elisa. E per Michelangelo. E per tutti noi.

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