Ho attraversato Kreuzberg, ieri, e, dopo il tradizionale Kreuzburger, mi sono abbandonato alla flânerie così come si deve fare nell’unico quartiere di Berlino che non si sia (ancora) imborghesito (anzi). Alla fine, tornando verso casa, mi sono ritrovato a sfogliare i volumi della Dante connection, la libreria italiana-ma-non-solo di Oranienstrasse. E ho ritrovato, in questo strano viaggio in cui tutto torna (tranne forse il vostro affezionatissimo, che rimarrà in giro…), ho ritrovato, dicevo, Walter Benjamin. Un Grande, che a me è anche molto simpatico, per capirci. Forse perché non riesco a togliermi dalla mente, oltre ad alcune sue pagine memorabili sui passaggi parigini e tanto altro, il monumento di Port Bou, in Catalogna, che ne ricorda la tragica morte, in fuga dal nazismo. Comunque. Il testo è Infanzia berlinese intorno al Millenovecento (un secolo fa, giusto giusto). E la frase è la seguente, da utilizzare sia per il prossimo viaggio che per le nostre impervie analisi sociologiche:

«Non sapersi orientare in una città non significa molto. Ci vuole invece una certa pratica per smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta. I nomi delle strade devono parlare all’errabondo come lo scricchiolio dei rami secchi, e le viuzze del centro gli devono scandire senza incertezze, come in montagna un avvallamento, le ore del giorno».

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