Archivio mensile Archivio: aprile 2010

A proposito di destra

Un bell’articolo per farsi un’idea dell’edizione 2010 del Tea Party.
«Mr. Obama, we want the Southern border shut down so tight a rattlesnake couldn’t get through it».
P.S.: nel frattempo, circa gli effetti della legge dell’Arizona, anche qui trovate una riflessione intelligente:

Si una legislación restrictiva, incluso racista, logra catapultar un tema crucial a la agenda pública, que así sea. Por eso, ¡gracias, Arizona! Lograste lo que parecía perdido: reimpulsar el debate sobre la migración. Bueno, si ya hasta Shakira se movilizó…

Tè verdeI

l quarto post da Washington. Ora si va a Philadelphia. See you later.
Si inizia presto con un breakfast di una senatrice della California che incontra studenti, famiglie, lobby grandi e piccole, rappresentanti istituzionali di tutti i tipi, offrendo loro un succo e una ciambella. Perché così si mantiene un contatto con l'elettorato, soprattutto se lo Stato di provenienza è lontano. Già.
Si prosegue con una visita al Congresso, dove in aula non c'è nessuno, e sembra tanto di stare a Montecitorio, con il vantaggio, direbbero gli strateghi delle riforme, che il bicameralismo non è perfetto, e c'è il senato federale. Che qualcuno ricordi che l'Italia sarebbe uno Stato degli Stati Uniti, non gli Stati Uniti, per incominciare.
Poi, finalmente, la biblioteca, dove ci sono tutti i libri del mondo (pare anche quelli del vostro affezionatissimo, per dire quanto sono generosi). Il motto stampato dappertutto è fantastico: «I can't live without books», lo ha detto Thomas Jefferson. E a me è venuto in mente B e il fatto che si vanta di non leggere un libro da secoli (salvo Erasmo, of course, perché lui ha scritto la maledettissima prefazione all'Elogio della follia, peccato solo non l'abbia capito). E ho pensato che se uno andasse in televisione a dire che non riesce a vivere senza libri sarebbe considerato uno snob di cui diffidare, un elitario che non capisce il proprio tempo, un visionario che vive di suggestioni letterarie e che non è radicato nel territorio. Già.
Sulla volta della fantastica sala centrale, campeggia l'Italia, e anche la Roma classica e anche l'Islam. Già. Così succede anche con i medaglioni della House of Representatives, che riportano tutti i predecessori che gli americani sentirono il bisogno di scegliersi.
Nel pomeriggio, si passa a parlare di cose più attuali. Ad esempio del Tea Party. E ad esempio del fatto che il Tea Party abbia deciso di sostenere a spada tratta la legge sull'immigrazione dell'Arizona, quella che consente ai poliziotti di chiedere i documenti a quelli che sembrano clandestini, ovviamente dal colore della pelle, come primo 'indicatore' (cose che da noi non farebbero nemmeno più notizia: forse potrei fare il consulente per l'amministrazione Obama, con delega ai new leghist).
La contraddizione è che il Tea Party vuole che lo Stato si faccia gli affari suoi, salvo ovviamente se si tratta di presunti clandestini: in quel caso «mettere le mani nelle tasche dei cittadini» diventa necessario, ovviamente. L'altra contraddizione è che il Tea Party riprende il motto No taxation, without representation, come se il problema degli americani di allora fosse la taxation (era, invece, ovviamente, la representation e Londra non era ladrona, ma tiranna, se così si può dire).
Mentre parlavano gli esperti (che per una volta erano esperti davvero), a me è venuta in mente la cosiddetta variante di Adro al Tea Party. Perché, primo, in Italia, per gli stranieri regolari, in presenza di taxation, è proprio la representation a essere negata. E, secondo, perché – se ci pensate – con la vicenda delle rette di Adro si è introdotto un principio di grande interesse che diventerebbe rivoluzionario se fosse applicato alla questione fiscale (e non solo alle rette scolastiche che, si è scoperto poi, riguardavano per la maggior parte famiglie parecchio indigenti, che non potevano accedere ai servizi sociali). Ecco, immaginate se a «quelli che… no taxation» (quelli che le tasse non le pagano) fosse tolta anche la representation (non solo dal punto di vista elettorale, ma come 'copertura' dei servizi essenziali, proprio quelli che sono finanziati attraverso la fiscalità generale). Sarebbe una battaglia culturale di tutto rispetto. Il Tea Party: nel caso, però, il tè sarebbe verde.

Quei giovani

«Quei giovani che, aspirando giustamente a svolgere un ruolo, a volte si limitano a dire male dei dirigenti del loro partito: forse dovrebbero cominciare a dire qualcosa di utile per il Paese. Ho letto che bisogna avere il coraggio di mettere fuori squadra D'Alema e Veltroni. Ma né Walter né io facciamo più parte di organismi esecutivi del Pd».
Così Massimo D'Alema sul Corriere. E sapete che c'è? Che sono d'accordo con lui. Con un'unica precisazione: che forse lui per primo dovrebbe prendere in considerazione quello che dicono i 'giovani', senza registrare solo le affermazioni che lo chiamano in causa direttamente (che sono sempre meno, tra l'altro). Sarebbe un segnale di grande maturità politica. Da parte di tutti.

Con le migliori intenzioniA

ndrea Sarubbi scrive a Renzo Bossi. Per ora, nessuna risposta. Muto, come un pesce.

E mentre il Pd pensa alle conferenze programmaticheI

n cui individuare una road map per definire una piattaforma nella quale riconoscersi al di là delle differenti sensibilità, lui si candida. E, come già qualche mese fa, non è «solo».

Il coefficiente ginerazionale

Ne avevo accennato a Perugia e discusso in altri luoghi, dell’idea di applicare il Gini alle generazioni, facendo diventare Gini un coefficiente generazionale, anzi, per fare gli spiritosi, un coefficiente ginerazionale. Tutto mi sarei aspettato tranne che ne avrei parlato una sera a Georgetown.

Oggi pomeriggio, appena terminata la visita alla biblioteca del Congresso, mi attacco al wireless che qui c’è dappertutto anche perché non c’è il Pisanu. Trovo un messaggio di Facebook, in cui Giovanni da Arezzo, che non conosco, mi dice che lui lavora a Washington, per una grande istituzione internazionale, e che gli farebbe piacere incontrarmi. Gli rispondo che possiamo vederci a cena, e ne viene fuori un incontro molto interessante.
Anche Giovanni, molto più seriamente di me, sta studiando l’impatto generazionale delle scelte politiche ed economiche. Lui addirittura sostiene che il dato generazionale andrebbe rappresentato nei bilanci, come qualcuno negli Usa ha, da qualche tempo, iniziato a fare. Giovanni, del resto, è molto preoccupato dal dato anagrafico e dell’invecchiamento della popolazione. E pensa all’Italia, che non invecchia a precipizio solo perché ci sono i giovani stranieri. Si parla allora di quel circolo perverso, per cui i giovani non hanno risorse (né è destinato loro alcun investimento) e quel poco che hanno serve a mantenere le pensioni della generazione precedente; in compenso, quelli che in teoria dovrebbero trarne beneficio – cioè le persone più avanti con gli anni – in realtà si vedono costrette a mantenere i figli e i giovani squattrinati. E la soluzione non si può trovare da nessuna parte. Ecco perché quando dico che un «partito dei giovani» è un espediente del tipo «parlare a nuora perché suocera intenda», voglio proprio significare che una proposta politica rivolta ai giovani italiani in realtà si rivolge a tutta la società e al benessere dei cittadini di tutte le età.
Giovanni non lo sa, ma la conferma scientifica che ha offerto alle mie tesi ‘visionarie’ diventerà oggetto della nostra proposta. Sperando che il Pd voglia assumere il coefficiente di Gini applicato alle generazioni e i dispositivi per renderlo concreto.

Anche se non si può

Perché l’«apposita ordinanza» lo vieta, il Primo Maggio a Montichiari si celebrerà. Mi scrive Stefano, il primo a sollevare il problema, soddisfatto e speranzoso. Da lontano, sostengo e promuovo l’iniziativa. E ringrazio il Pd, perché quando c’è (e decide di esserci), si vede.

Millenials

Si parla parecchio di Millenials, qui a Washington, di questa generazione ipertecnologica, individualista e però aperta alle sensibilità di ciascuno, di molto liberal e parecchio curiosa e, anche per questo, molto difficile da definire. Ho pensato che anche noi, in Italia, abbiamo i nostri Millenials: solo che, forse, abbiamo sbagliato millennio. Any sense.

Tom PerrielloA

proposito di giovani talenti (quelli veri), ieri sera mi hanno parlato molto bene di Tom Perriello. Ho deciso che lo seguirò, nei prossimi mesi. Non si sa mai, chissà che non diventi un leader.

Il Blair della BrianzaL

uca qualche giorno fa scherzava a proposito dell'Obama italiano, ma pare che ieri pomeriggio D'Alema abbia detto che non bisogna aspettare il «Blair della Brianza» per tornare a vincere. Sono certo che non si riferisse a nessuno in particolare. E non sto scherzando. Mi piace sempre meno l'enfasi (del tutto fittizia) su quella che mi dicono essere stata definita la «linea verde» del partito che scopro ora qualcuno intenderebbe addirittura promuovere (sarebbe stato meglio promuoverla durante la campagna delle Regionali, la «linea verde», per capirci). Penso che chiamare tutto questo «questione generazionale» nasconda più di un'insidia e comprometta la nostra comprensione del problema, dal momento che non è un fatto anagrafico, ma forse un dato politico, quello che riguarda il Pd (i protagonisti del dibattito all'interno del centrosinistra sono, con rarissime eccezioni, gli stessi del 1994). Non è insomma questione di età, ma di punti di vista sulla realtà e di idee da mettere in campo. L'ho sempre detto, in Brianza, a Roma e, ora, lo ribadisco anche da Washington, che fa più figo.
P.S.: pare invece che – poco prima che martedì, presso la sede nazionale del Pd, si tenesse la riunione dei Forum per «aprire il partito» – sia stato convocato il solito 'caminetto' tra Bersani e gli altri leader del passato (i nomi non c'è nemmeno bisogno che ve li faccia). Un incontro che, scrivono i giornali, sarebbe dovuto rimanere segreto. Già: infatti tutti, appena usciti, ne hanno parlato diffusamente. Oltre a rimanere segreto, forse non si doveva nemmeno fare, che ne dite? E poi proprio lo stesso giorno dell'«apertura del partito»? Complimenti.