Archivio mensile Archivio: gennaio 2007

Ombrelli padani

Da mesi in Regione Lombardia si sente parlare di fase costituente, di grande occasione per la riforma delle istituzioni e della Lombardia stessa. Oggi ne abbiamo avuto la conferma, in una seduta del Consiglio regionale particolarmente significativa e utile per comprendere lo stato delirante in cui si trova la politica regionale. Innanzitutto, dopo mesi di retorica monumentale sullo nuovo statuto (rispetto alla riforma del quale la Regione è in ritardo di sei lunghissimi anni), abbiamo appreso che – per questioni politiche interne alla maggioranza, come sempre – si addensano molte nuvole addirittura sulla stessa convocazione della commissione speciale che se ne dovrebbe occupare. Come se ciò non bastasse, in aula, questa mattina, la discussione sulla legge d’iniziativa popolare sui ticket (tema d’attualità, mi pare) non si è nemmeno tenuta, perché la maggioranza ha votato il rinvio in commissione; più tardi, si è tornati al primo amore: le peppole e le passere e gli storni, con la votazione di due leggi quadro, sulle specie in deroga e sui richiami vivi (anche loro in deroga), che consentono alla giunta regionale di regolamentare la caccia in deroga, appunto, alle direttive Ue. Oltretutto, la discussione avviene mentre le peppole sono lontane dalla nostra Regione e non si possono adeguatamente organizzare: con il popolo migratore in contumacia, Regione Lombardia si attrezza per dargli la caccia, senza tenere in grande considerazione (anzi, proprio in nessuna) le norme che provengono dall’Europa e pensando, piuttosto, ai voti che provengono dai capanni. Speriamo che qualcuno li avvisi, i poveri volatili, prima che ritornino dalle nostre parti. In finale di seduta, discussione sul piano triennale per i finanziamenti della Legge 9, dedicata alla promozione di iniziative culturali. Si tratta di quei fondi che vanno in misura straordinaria alle iniziative di orientamento leghista (una coincidenza: l’assessore è leghista da due legislature). Alle nostre rimostranze – quelle che ho definito "richiami morti", per distinguerli dagli altri e perché nessuno li ascolta mai – mi è stato risposto, dai banchi della Lega, e in particolare dal loro capogruppo, con il gesto – ripetuto – dell’ombrello. Una modalità di probabile ascendenza celtica, ottima per interpretare il dibattito politico, che fa onore all’aula e alla regione che rappresentiamo. Sipario.

Il Sisifo italiano

Marc Lazar torna in libreria con Democrazia alla prova. L’Italia dopo Berlusconi (Laterza). Un testo molto ricco di spunti e di suggestioni, una indicazione molto lucida per la exit strategy del Paese e del centrosinistra per uscire dalle proprie incertezze e dal «momento Berlusconi». Scrive Lazar nelle sue conclusioni: «Il “momento Berlusconi” riflette dunque bene la deriva dell’Italia, nel senso che il suo presente e il suo futuro sono egualmente indecisi e imprevedibili. L’incertezza è aggravata dall’accumulo di indici negativi, e la forte diffidenza dei cittadini verso la maggior parte delle proprie istituzioni e dei dirigenti politici alimenta allo stesso modo il dubbio e lo scetticismo diffusi». E’, quindi, ‘finita’ per l’Italia? Lazar crede di no, in ragione della nostra tradizione (con rapide riprese dopo momenti di difficoltà), della responsabilità di alcuni e dalla vitalità di molti. Come in altre occasioni, l’Italia ce la può fare, dunque, puntando – secondo Lazar – sulla rilegittimazione delle sue élite e sulla soluzione del problema della rappresentanza politica. Due temi a me cari, a cui aggiungerei una virtù non proprio italica: quella del coraggio. Una cosa è certa: perché quello che Lazar chiama «Sisifo moderno» ce la possa fare, la politica deve cambiare: prima che sia troppo tardi e che la pietra politica che il Sisifo italiano si trova a spingere scivoli verso il basso, definitivamente, portandosi con sé il “sistema paese”. E tutti noi.

People around the world vol. 1

Un video bellissimo del Fratellino.

Che programma hai per domenica?

Scrivevo, giorni fa, che per non tornare indietro, Monza ha bisogno di riconoscere la propria ricchezza: come l’essere di Aristotele, credo che la nostra città si possa dire in molti modi. Vale la pena di indagarli, insieme, e di individuare quelli che meglio la descrivono. Per questo, la coalizione che sostiene Michele Faglia e la sua nuova candidatura a sindaco di Monza, dopo cinque anni di buongoverno, parte domenica prossima con un percorso di partecipazione democratica, che ha l’ambizione di coinvolgere i cittadini monzesi nel loro complesso. Domenica 4 febbraio, alle ore 10.30, in sala Maddalena, Michele Faglia presenterà il suo manifesto per le elezioni comunali, una sorta di introduzione al programma elettorale per il mandato 2007-2012, che sarà poi scritto con i cittadini. Attraverso audizioni, confronti e dibattiti; incontri nei quartieri, ogni settimana, in tutto il periodo elettorale; la consultazione diretta di 100 elettori delle primarie, estratti sulla base di precisi criteri statistici, e coinvolti in prima persona nella redazione del programma; un sito internet aperto a suggerimenti, consigli, progetti e soluzioni; un momento conclusivo, in cui presentare il lavoro dei cinque anni e il programma che Monza ha scritto per sé. Ci siamo basati, nell’immaginare questo percorso, sul libro di Paul Ginsborg, La democrazia che non c’è (Einaudi), che tutti quelli che fanno politica dovrebbero leggere: il professor Ginsborg sarà coinvolto nel percorso, e ci sarà la possibilità di dare il via a quello che non esito a definire un «programma partecipato», esattamente come lo è, sempre di più, il bilancio del nostro Comune, da quando Faglia è sindaco della città. Scrive Marc Lazar nel suo Democrazia alla prova, uscito solo qualche giorno fa per Laterza: le primarie rappresentano «il ponte» che i partiti e le forme organizzate della politica «tentano di lanciare in direzione della società civile, per associare i cittadini a una presa di coscienza. [...] Rimane da verificare se queste primarie saranno seguite da altre iniziative in grado di stabilire un’interazione tra i partiti e la società». Crediamo che il nostro tentativo vada in questa direzione: verso la società, verso la democrazia. Se ci sarete, in tanti, ciò sarà davvero possibile. Vi, ti aspettiamo in sala Maddalena, domenica prossima, e vi, ti preghiamo di diffondere il manifesto dell’iniziativa. Come dice il nostro slogan, Monza sceglie il suo programma. Anzi, il tuo.

Se questo è un blocco

Blocco del traffico. Ho provato la bicicletta, il treno, la metropolitana, il taxi e anche il “pedibus calcantibus”. Le mie conclusioni sono le seguenti. Ci sono state troppe deroghe e l’assurdità delle Euro4 che circolano. Logica vorrebbe che chi non ha un’auto Euro4 fosse incentivato a cambiare macchina, non che, come accade, vengano premiati con un giorno di bonus quelli che già ce l’hanno (come se fosse un merito particolare). Il blocco, per sua natura, deve essere tale, altrimenti il suo significato politico e culturale si perde. Come si perdono (di vista) i controlli, minimi, come sempre: poche le pattuglie dei vigili per le strade. Come pochissime sono state le iniziative di promozione della giornata senz’auto. Il blocco, è noto, serve a poco dal punto di vista della riduzione del Pm10, ma serve – molto – per far comprendere che il problema non è più rinviabile. Se i primi a non comprenderlo sono proprio gli amministratori della Regione Lombardia – che il blocco lo programmano con qualche mese di anticipo per poi confermarlo soltanto nei giorni immediatamente precedenti – siamo a posto. Il paradosso è che l’hanno capito di più i tanti cittadini, che hanno riempito Milano e l’hinterland di biciclette: a riprova della distanza della politica dalle persone che dovrebbe rappresentare. Se l’Unione governasse, adotterebbe una politica diversa, distribuita lungo tutto il calendario invernale, con iniziative più coraggiose e incisive. Il blocco, in quel quadro, avrebbe un senso: a meno di non voler pensare che si tratti di una ricorrenza, da celebrare in modo distratto, quasi senza accorgersene. Come accade, ogni anno, verso la fine di gennaio, nella regione più avanzata del Paese.

On the Moltenino (allegro assai)

Nota personale: mi dicono (quasi tutti) che nel blog parlo di cose troppo formali e istituzionali. Allora, beccatevi questa. Sarà per una serata bella e divertente appena tracorsa; sarà perché abbiamo sistemato il bilancio in Comune; sarà perché inizia la campagna elettorale (l’unica passione che condivido con Berlusconi); sarà perché stamattina il giro in bicicletta con Luca ha aperto, perdonate il gioco di parole, la stagione all’aperto (con le montagne – con la neve – sullo sfondo); sarà perché il blocco – di cui parlo in altro post – è per me sempre un momento particolare (non so perché, ma il blocco delle auto, a me libera i pensieri); sarà per un pranzo giapponese e ‘internazionale’ e appassionato con Alberto Biraghi e Ivan Scalfarotto (e altri amici e amiche che dimostrano che la Sinistra milanese non è per sua natura depressa come ce la rappresentiamo); sarà per la colonna sonora di Aimee Mann; sarà perché ho incontrato decine di persone per le strade di Monza (e anche una cara compagna del liceo, in metro); sarà perché sto facendo altrettante cose che mi appassionano; sarà perché sono in un periodo che in altri momenti avrei creduto assurdo, pieno di cattiverie e di bellezze irriducibili; ma – nel breve tragitto sul Moltenino, verso Milano, in orario, giuro – io, che sono triste (un amico importante mi definisce “triste, segretario y final”, tanto per dire), mi sono sentito felice. Anzi, non esageriamo: divertito. Anzi, come nelle partiture musicali: allegro (assai). Volevo dirlo, a qualcuno. Tra qualche minuto, torno serio. A dopo.

We got it

Approvato alle 19 di oggi il bilancio di previsione 2007: per una volta, nell’aula più difficile del pianeta, ha prevalso la politica. Tra maggioranza e minoranza abbiamo concordato un percorso, e ci siamo così evitati il muro contro muro ormai tradizionale. Qualche giorno di pausa e poi torneremo al Pgt, la madre di tutte le battaglie. Grazie a tutti.

In diretta, dal Consiglio

Quando la Fortuna si accanisce: il cielo è sempre più blu, la giornata è bellissima, sarebbe bello partecipare alle numerose iniziative in programma per il Giorno della Memoria (a cui, gentilmente invitato, ho dovuto rinunciare), oppure andare, almeno, che so, a Sirtori, a Monticello, a Montevecchia, a guardare le montagne. Da lontano. Ma non si può: come sempre (da sempre) noi siamo in Consiglio comunale. Non è una novità: siamo in piena discussione del bilancio di previsione 2007 – che vogliamo approvare presto, per il bene della città – e la minoranza ha presentato la solita valanga di emendamenti. Sono più di 1600. Ce la faremo. Almeno, lo spero.

Il Manuale e gli stili di vita

Come per ogni sequel o seconda edizione di un film precedente, anche per Manuale d’amore 2 dobbiamo registrare un calo abbastanza sensibile. Veronesi non riesce a mantenere la ‘leggerezza’ del primo film, nel quale soprattutto il primo episodio aveva ben impressionato (con il Muccino ‘piccolo’ molto bravo a soffrire nell’inseguimento di Jasmine Trinca per le strade di Roma). La scelta di optare per un racconto molto schematico (quando non caricaturale), rende il film un po’ troppo superficiale anche per chi non si aspettava Bergman. Detto questo, è invece da segnalare il coraggio della scelta di parlare di temi attuali, come la fecondazione medicalmente assistita (Fabio Volo ad un certo punto prende addirittura posizione, guardando in camera, sulla legge 40) e i matrimoni gay (un po’ come dopo la visione di Reinas, alla fine del film tutti preferiscono Rubini a Ruini). E’ quasi paradossale, ma, in particolare per il primo dei due temi, è la prima volta che se ne parla, cinematograficamente, in Italia. Ed è forse il segno dei tempi che ciò debba avvenire in un film come Manuale d’amore 2, dove, tra una risata e l’altra, si comprende una straordinaria banalità, intorno alla quale il mondo politico si divide aspramente: che ognuno sceglie lo stile di vita che vuole. E può farlo, senza dover chiedere il permesso a nessuno, proprio perché la questione riguarda spesso, se non sempre, i sentimenti e, perché no?, l’amore. Cose troppo complesse per poter appassionare e convincere il ceto politico più arretrato d’Europa (non a caso, in termini di civiltà, i protagonisti del film sono Barcellona e la Spagna). E pensare che, a volte, per capire le cose, basterebbe un Manuale

Il grande blocco

Per un attimo, questa mattina, centinaia di migliaia di lombardi hanno temuto di essere protagonisti in prima persona dell’evento che da anni tutti si prefigurano: il grande blocco, la paralisi totale della viabilità milanese e regionale. Non il blocco di domenica: quello perenne, da cui è impossibile districarsi, la giungla di veicoli fitta come una foresta pluviale. Bloccata l’autostrada verso Bologna, poi la Est, ferma la A4 verso Torino, il fenomeno si estendeva verso Nord fino a Lissone, verso Seregno, sulla Valassina: chilometri di code e miliardi di ore lavoro buttate via. E, cosa ben più grave, il quasi-panico di non potersi muovere più, di rimanere incastrati tra le auto, in una nube tossica da fine del mondo. Poi, a poco a poco, tutto è tornato come prima. Due ore per fare Monza-Milano, per avere scelto di non prendere il treno, in ragione dei ritardi del treno della sera prima (solita storia: diretto delle 19.05 che anziché arrivare dopo dodici minuti a Monza, dopo dodici minuti parte da Centrale, per accumulare qualche minuto di ritardo anche durante il tragitto). Uno spettacolo dantesco, un ‘girone’ che se non avessi avuto i Franz Ferdinand a palla, non mi sarebbe passato mai. Ci vuole una rivoluzione. Sul serio. Da lunedì me ne occupo.