Ieri un ragazzo parecchio intelligente, Riccardo, faceva un ragionamento molto curioso e però molto pertinente.

Mi diceva: «vorrei qualcuno che proponesse una paura diversa. Quella per esempio che provo io quando sento parlare di cambiamenti climatici. Forse dobbiamo ‘terrorizzare’ anche noi le persone, per convincerle a discutere delle cose in cui crediamo…».

Riccardo non lo sa ma in Giorni migliori affrontiamo la questione, in due battute: ricordando che la vera paura è proprio quella e che da quella paura, peraltro, dipende anche buona parte della questione migratoria.

È una paura di segno molto diverso, quella ambientale. Richiede «programmazione», così come la paura a cui siamo abituati chiama all’«emergenza».

Le biblioteche sono piene di libri che ne parlano, da Ghosh a Tozzi, tanto quanto ne sono vuoti i talk show e i giornali, in Italia soprattutto.

Maja Lunde, a Mantova, qualche settimana fa, parlando del proprio libro dedicato all’acqua, diceva di uno dei protagonisti del proprio romanzo: «My refugee is french», il rifugiato di cui parlo è francese, a ricordarci che il cambiamento climatico riguarderà i nostri figli e anche noi stessi. E la storia di Lunde è ambientata nel futuro, ma non così lontano da noi, appunto.

Davide Serafin scrive, oggi, cose che condivido molto, sulla mancanza di futuro e per certi versi sulla sua negazione. E non c’entrano solo debito e spread, per intenderci, è qualcosa di ancor più profondo e allarmante. Avevo provato a scriverne anch’io, giorni fa.

Una volta si parlava di modello di sviluppo, ora non più. Eppure è la cosa di cui dovremmo occuparci, in quella matrioska in cui una cosa è dentro l’altra, e la ‘figura’ più grande è proprio il clima, con tutto quello che porta con sé. Si parla molto del debito, in queste ore, ma il credito pubblico che potremmo ottenere con scelte politiche che migliorino la nostra efficienza energetica, i nostri spostamenti (riducendone l’impatto), i nostri consumi (e i loro scarti), non è considerato, né dal dibattito, né dalla proposta.

E c’è da aver paura. Appunto.

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