Lo scrive Massimo Marnetto e ha ragione. Accade da tempo. Se vogliamo salvarci, se vogliamo letteralmente metterci in salvo, dobbiamo intervenire ora. E non sarà un Mose con o senza accento a farlo, se non saremo noi.

Il governo sul clima ha dato segnali troppo piccoli e controversi per essere efficaci: si è perso in un bicchiere d’acqua. Di plastica. La stessa battaglia campale sui meccanismi anti-evasione e l’allucinante dibattito sui pagamenti con la carta di credito dimostrano che l’irresponsabilità regna sovrana. All’insegna del continuiamo così, come se niente fosse. Solo che l’unica evasione possibile tra poco – per molti lo è già – è verso un altro paese. O, meglio, verso un altro pianeta.

Soltanto se vi sarà un’assunzione di responsabilità condivisa e collettiva, potremo cambiare. Salvarci e competere, perché l’unica politica industriale credibile, per il futuro, è quella che saprà investire in ricerca, in innovazione, riducendo le inefficienze, gli sprechi e le emissioni. Climatiche e legislative, di norme cioè che non servono a niente o quasi.

Jonathan Saprhan Foer nel suo ultimo libro muove da ciò che accadde durante la guerra, rispetto allo sforzo unanime che si dovette affrontare. Lo immagina applicato a un periodo di pace, per evitarne di future, di guerre. Mentre noi balliamo sul Titanic, che fa acqua da tutte le parti, fa riflettere. Parecchio.

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