Quando si scrive un libro, si sa: le parole volano, gli scritti rimangono. E un libro lo si scrive per fare il bilancio di una stagione e per guardare avanti. Un libro è pensato, scritto con cura, letto e riletto. Non è una dichiarazione alla stampa, per sua natura volatile, legata a un momento particolare. Smentibile, come accade spesso in politica.

In un libro pubblicato solo qualche mese fa, a metà 2017, si legge:

«Dopo le elezioni amministrative del giugno 2017 una parte del sistema politico pone con forza la questione delle coalizioni. Se si vuole vincere bisogna fare un’alleanza, dicono i più. Per forza, con una legge elettorale simile a quella dei sindaci non ci sono alternative. Ma non sono le alleanze e le non alleanze a fare la differenza. Alle amministrative del 2017, infatti, sia vincitori che sconfitti hanno costruito coalizioni. Quelli che dicono “ci vuole il centrosinistra largo” – con la stessa logica con cui costruirono l’Unione nel 2006, mettendosi tutti insieme contro Berlusconi e litigando dal giorno dopo -, dimenticano che nelle città in cui è perso, da Genova a Piacenza, il centrosinistra era largo, molto largo».

Affermazioni nette, molto nette. Chiuse, molto chiuse a una coalizione. Sapete a chi appartengono? Vi do una mano, un indizio, un aiuto da casa. È un libro in cui si parla della sinistra in modo molto tranchant.

«Non è l’aumento dei posti di lavoro, ma la diminuzione dei posti in Parlamento a determinare la scissione». Persone che «se ne vanno solo per i posti» (p. 174). Posizioni da «gauche caviar», a cui apparterrebbe anche Pisapia, che vuole rifondare l’Ulivo ma faceva parte di un’altra Rifondazione (p. 177). La «nostalgia» che «cancella il futuro». Tutto Jobs Act, con buona pace di Landini che occupa le tv e non le fabbriche. Test per verificare se Orfini è ancora dalemiano. Cose così. Per pagine e pagine.

Avete capito di chi si tratta? Nel caso, avvisate Piero Fassino.

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