Il Foglio titola a proposito dell’«indossatore Civati».

Ora, la storia nasce così, e va raccontata solo per capire come funziona il giornalismo (?) in Italia.

Un giorno in collegamento dalla Camera ho partecipato a una trasmissione televisiva a cui partecipava, da altro studio, Giuliano Ferrara.

Quando sono andato via, con la solita correttezza, l’esimio ha iniziato a parlare di come ero vestito bene, che il mio abito era di alta sartoria, prendendomi in giro non rispetto a ciò che dicevo ma a come ero abbigliato, come sempre.

Un abito grigio, normalissimo, bello ed economico, che avevo acquistato in un piccolo negozio, non certo da un sarto famoso.

Dopo qualche giorno Claudio Cerasa, un giovane giornalista di molte ambizioni, neodirettore del giornale di Ferrara, riprende la definizione, iscrivendomi alla corrente dell’«alta sartoria».

Aldo Grasso, che punta sempre alla sostanza, si precipita a metterlo in prima pagina sul Corriere e poi su Oggi qualche giorno fa, contrapponendo il mio abbigliamento alle felpe di Landini.

Ci sono molti precedenti che potrei citare: le cravatte di Lucio Magri su cui ironizzava Michele Serra (che peraltro ironizzò anche sulla mia cravatta in occasione del dibattito su Sky, deve essere colpito dalle cravatte in generale), una battuta su Pietro Folena del sempre simpatico Cossiga, oppure ricordare la questione socratica del Sileno, oppure ancora tornare sul luogo comune della sinistra che si deve vestire male contro la destra elegantissima, ma preferisco la sfida vera: proverò a mettere una felpa sotto la giacca. Così lanciamo la nuova linea di abbigliamento Landini-Civati, per finanziare il reddito minimo per cui il governo non ha le risorse (perché le spende in altro modo e male).

(Vi rendete conto?)

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