La sorpresa con cui i giornali italiani stanno raccontando la sfida di Tsipras (e quella, parallela, dei podemici spagnoli) la dice lunga sulla piattezza del dibattito pubblico nel nostro Paese. Il Corriere, oggi, li presenta come riformisti radicali: cose dell’altro mondo. Come scrive Krugman, sembra che tutti si siano accorti che la campana greca potrebbe suonare a favore dell’Europa e non contro:

So don’t think of Europe as having a tough but workable economic strategy, endangered by Greek voters and such. Europe is at a dead end; if anything, Greece is doing the rest of Europe a favor by sounding a wake-up call.

Ora, la sfida non è quella di fare i copioni, come a scuola, dando spazio al solito provincialismo (ricordate i nostri modelli precedenti? Prima Blair – per qualcuno, per la verità, ancora; poi Zapatero; poi, brevemente, Hollande). Il problema è quello di comprendere come solo con una prospettiva di cambiamento radicale (e, quindi, profondo) si possa trasformare il (nostro) mondo (come vuole il Marx citato inopinatamente dal premier qualche tempo fa). In un contesto comune come quello europeo, ciò significa lavorare sulle battaglie comuni (a tutti, non solo ai paesi mediterranei). Nel nostro Paese, significa cambiare (la) politica, perché così, nonostante il tono da proclama incessante, non andiamo molto lontano.

Ne ho parlato più volte, qui. Ora si tratta di mettere a disposizione del Parlamento e del Paese un progetto politico di governo. Perché la parola chiave non è identità, ma proprio governo. Un progetto di governo diverso, come quello che stanno proponendo in Grecia e che proporranno in Spagna. Che dovrebbe riguardare anche i socialisti e i verdi, in Europa, e che dovrebbe motivare verso una nuova concezione della democrazia anche coloro che si sentono esclusi (e perciò si autoescludono) dai processi decisionali e, appunto, democratici.

Questa è la sfida.

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