In attesa di conoscere l'entità delle coperture dei tagli promessi per abbassare le tasse e la quota di debito pubblico che aumenteremo per lo stesso motivo, siamo finalmente nelle condizioni di commentare il testo sul lavoro, che fa segno al mitico Jobs Act (acronimo ripreso in modo un po' impreciso dalle politiche di Obama).

E purtroppo, come già per la riforma elettorale, unico parziale risultato di questa nuova stagione, ci sono molte ragioni per dichiararsi perplessi e per cercare di cambiare profondamente in Parlamento la linea che il governo ha deciso di seguire. 

Lo spiega molto bene Gianni Principe, come già Andrea Ranieri e lo stesso Tito Boeri, considerato (anche da me, per altro) un modello da seguire (fino a qualche settimana fa, perché poi le «tutele crescenti» sono andate a farsi benedire):

La semplificazione che ha preso corpo non riduce il numero dei contratti in essere, non li sfronda per dare nuovamente un ruolo centrale al contratto a tempo indeterminato.

Quello che viene reso più semplice è il modo di eludere il ricorso a quel tipo di contratto, definito “normale” dalle direttive europee (tradotte, quelle sì, in tutte le lingue dell'Unione).

1) Viene reso più semplice il modo di godere di sgravi contributivi sui neo-assunti pagandoli il 35% della paga contrattuale.

Finora tutto ciò era complicato da un'incombenza molto pesante, una regola incomprensibile all'estero: si doveva erogare formazione al giovane neo-assunto, perfino di tipo teorico, perfino fuori del luogo di lavoro, perfino in base a un piano formale, messo per iscritto.

Questo gravame, definito come apprendistato, è stato finalmente abrogato, se non altro per dimostrare alla Germania, dove ancora vige questo sistema come modo generalizzato di ingresso al lavoro, che sappiamo fare riforme molto più moderne di quelle di cui loro sono capaci.

2) Il contratto a termine viene ulteriormente liberalizzato, per tre anni niente causali e proroghe a piacimento.

Su questo, basti dire che l'Italia è già ora il Paese in cui il mercato del lavoro è più mobile e meno regolamentato, come dimostra lo studio comparato illustrato da Michele Raitano.

Gli effetti negativi non sono solo quelli, del tutto evidenti, di ordine sociale, che tutto il Pd, almeno sulla carta, combatte portando avanti la bandiera della lotta alla precarietà.

C'è anche un effetto nefasto sulla competitività delle imprese, tenute sul mercato anche quando non raggiungono i livelli marginali di efficienza, grazie al sotto-salario (e all'illegalità). Consentendo loro di non investire, e di non ammodernare processi e prodotti si perpetua il ritardo di una fetta sempre più ampia del nostro sistema produttivo.

C'era chi aspettava questa riforma da anni. Ci aveva provato una dozzina d'anni fa il duo Maroni-Sacconi ma non avevano convinto i sindacati (e il prof. Marco Biagi non era d'accordo).

Ci ha riprovato Sacconi da Ministro ma non ha fatto in tempo e alla Fornero è sembrata una mossa troppo azzardata.

Era questa la svolta buona che dovevamo aspettarci?

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