Ieri aveva detto che non avrebbe risposto alla lettera di Carla Vites, moglie di Antonio Simone.

E, infatti, oggi, ha risposto.

Rivolgendosi, con una lettera molto dura (eppure si trattava di una «signora» a cui non era gentile rispondere, no?), in particolare al popolo ciellino che da un bel po’ inizia a dubitare del personaggio.

Nella lettera, a parte l’evidente stato confusionale sulla questione vacanze (dopo i rimborsi elettorali ci toccherebbe affrontare la questione dei rimborsi di Formigoni e per ora ci esimiamo), Formigoni ammette un’amicizia molto stretta con Daccò (anche se si limitava a questioni personali, fa capire, e non a questioni amministrative) e concede per la prima volta di avere un gruppo cospicuo di suoi assessori che sono indagati (dal caso personale siamo passati al caso collettivo: è un passo avanti) e che la sua Regione però è la migliore d’Italia.

Non nota, Formigoni, la contraddizione palese tra le due ultime affermazioni, ma è la sua concezione della politica e la sua gestione del potere a impedirglielo.

La cosa che colpisce di più, però, è il post scriptum:

Inutile dire che non mi dimetterò: sarebbe da irresponsabili piegarsi al ricatto dei calunniatori e dare soddisfazione a lobby a cui sembra non importare niente del dramma della crisi che sta devastando l’Italia e a cui interessa soltanto la mia poltrona per i loro affari di potere.

Lasciamo da parte il veleno dell’ultima riga, a cui siamo abituati da tempo, perché Formigoni si esprime sempre così, e chissà se anche questo modo di esprimersi non faccia parte del suo (auto)ritratto devotissimo con cui ancora vuole presentarsi a lettori ed elettori.

Ma è sorprendente che un presidente che finora aveva minimizzato i casi giudiziari come accidentali, episodi di poca cosa, oggi si esprima così.

In poche righe, ecco il teorema: calunnia + ricatto + lobby nemiche = complotto.

Il complotto denunciato da Formigoni, che esiste solo nella sua mente, è davvero ben congegnato: è partito con le bonifiche del ciellino Giuseppe Grossi (pace all’anima sua) e della moglie del suo secondo di un tempo, Gian Carlo Abelli (Rosanna Gariboldi, che ha patteggiato, riconoscendo la propria colpevolezza); poi ha preso di mira l’assessore Piergianni Prosperini, che ha ammesso di avere compiuto il reato che gli era stato contestato; poi è passato dalle parti di Nicoli Cristiani (che non era nemmeno della sua componente, così dichiarò Formigoni) per vicende legate all’ambiente e a controlli mancati dell’Arpa; il complotto ha poi raggiunto il fedelissimo Ponzoni (che Formigoni conosceva benissimo e che aveva sempre difeso) con un’ordinanza piena di complotti di ogni genere; poi ha costretto alle dimissioni Boni della Lega, vittima di un complotto sull’Adda, e poi, per altri motivi, di Renzo Bossi – Trota sacrificale, vittima di un complotto che arriva addirittura dalla Tanzania – e dell’assessore Monica Rizzi, che come Nicole Minetti faceva parte del ‘mitico’ listino (quello delle firme improbabili); e nel frattempo il complotto aveva coinvolto, attraverso l’agente Ruby, «la nipote di Mubarak» (e qui il complotto diventa internazionale) proprio Minetti, nello spiacevole caso di via Olgettina (a due passi dal San Raffaele, questi complottisti non hanno fantasia) e della villa di Arcore (e così il complotto contro Formigoni entra a far parte del complotto più grande, quello nei confronti di Berlusconi, suo capo di partito per vent’anni).

I complottisti delle lobby e i calunniatori di ogni genere (e giornale) – che saranno puntualmente querelati, minaccia Formigoni – hanno poi fatto credere che, al di là delle ricevute perse per strada o forse cadute dallo yacht, l’amicizia con Daccò – di ambito ciellino, ma Comunione e Liberazione, sia chiaro, è l’unica non-lobby di questa storia, al massimo un «gruppo» – fosse un’amicizia un po’ particolare, essendo Daccò emerso come faccendiere particolarmente disinvolto (per non incorrere in querele, eh) nei rapporti tra la Regione e la struttura sanitaria gestita in modo eccellente da don Verzé. Ma ai complottisti non bastava e hanno voluto coinvolgere altri ciellini. E altri casi lombardi. Solo per criminalizzare Formigoni.

In effetti, è vero e non freudiano, no: agli altri la «sua» poltrona interessa solo «per i loro affari di potere». A tutti gli altri, perché a quelli intorno a lui, invece, quel ‘dettaglio’ della poltrona e del potere non interessava: erano solo molto generosi. E vacanzieri. Di gruppo, per di più. E non c’era nessuna lobby, perché solo un complotto fantasioso può indurci a credere che esistano queste trame così intricate tra persone che erano solo amiche, accidenti. E che male c’è, ad essere amici?

P.S.: comunque non si dimette, sarebbe da irresponsabili. C’è la crisi. E ci sono le persone giuste per affrontarla. Avanti così.

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