Repubblica oggi spiega quello che sostengo da tempo. D'Alema e Veltroni sembrano dire le stesse cose: del resto, nessuno dei due potrebbe esistere senza l'altro, come sa chi ha letto la Fenomenologia dello spirito. Non sono convinti di Bersani, che si ritrova sempre più solo e incerto. Già che ci sono vogliono isolare Franceschini, per unire l'utile al dilettevole.

Tutti e due puntano su una nuova alleanza, anche perché Vendola, a sinistra, fa paura, e rovina il gioco del Pd, costringendolo a confrontarsi con gli elettori di sinistra, che osservano sgomenti quello che sta succedendo. Le brutte sorprese sono brutte ma sempre meno sorprendenti: anche a Torino, dove Chiamparino (che nel frattempo ha 'mollato' Profumo) e i due amici-per-la-pelle lanciano Fassino, che farà il sindaco come se fosse un premio "alla carriera".

Il premier indicato da D'Alema ma anche da Veltroni sarà un papa straniero (speriamo non Ratzinger) e, per sostenerlo, i due sono disposti a superare la stagione delle primarie. E a superare, di fatto, anche il Pd, il suo progetto e le ragioni della sua costituzione.

Dopo averci spiegato per anni che c'era l'Ulivo e poi il Pd e la sua maledettissima «vocazione maggioritaria», aver chiesto a tutto il centrosinistra di votare per il Pd nel 2008, avere insistito sulla vicinanza tra gli elettori della coalizione a prescindere dalle etichette di partito, avere promosso campagne politiche contro la frammentazione del sistema politico, i due sembrano voler riavvolgere il nastro e tornare indietro di 15 anni. A quando erano giovani (forse è questo il rinnovamento a cui stanno pensando) e ne azzeccavano più d'una, per la verità. Poi hanno un po' smesso, ma la storia la conoscete.

Si torna indietro, per durare ancora un po', alla guida del centrosinistra. Lo schema è quello di allora: un centrosinistra, questa volta molto più accentrato. Una figura non politica, che superi le incertezze dell'offerta politica e che metta in secondo piano i due candidati alla segreteria dello scorso anno: Bersani (D'Alema) e Franceschini (Veltroni).

Qualcuno si chiede perché non sia Bersani, ora, a prendere l'iniziativa. A candidarsi alla premiership e a dettare parole d'ordine e contorni delle alleanze con cui vincere e governare (più difficile la seconda della prima, com'è noto). Se Bersani non lo farà, è molto probabile che sarà il Pd a essere travolto. A Bologna e Torino e, poi, nel Paese. E l'11 dicembre suonerà sinistramente evocativo.

Repubblica maligna e dice che i 'rottamatori' «stavolta potrebbero riempire uno stadio». Un'osservazione tutt'altro che peregrina. E per ora mi fermo qui, nella speranza che si muova il segretario nazionale. E che il Pd non si accartocci.

P.S.: probabile che mi sbagli, a sentire tutti quelli che mi hanno scritto e telefonato, subito dopo aver letto il post, questa mattina. Le due prospettive sono distanti e, se sembrano convergere – questo il senso delle precisazioni e delle smentite – non sono affatto coordinate. Non c'è un disegno e, per dirne una, c'è un giudizio su Fini molto diverso tra i 'due'. C'è chi dice, addirittura, che sia tutta una montatura. A me resta la sensazione che tutto questo non stia facendo bene al Pd. Sarei, comunque, per una volta, felice di sbagliarmi.

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