Ovvero il titolo dell’articolo di domani, a cura del vostro Ippolito, e il pezzo di oggi, sul sito de l’Unità e qui di seguito:
Quando cambia il tempo
Ci siamo. Come il titolo della prima Unità. Per unire la storia. Già. Perché anche la storia, oltre alla geografia, bisogna unirla. E il Pd era nato per unire, mica soltanto i Ds e la Margherita. Che andavano (così così, come stiamo andando ancora) anche da soli. Il Pd era nato per unire il Paese, per superare le divisioni, per costruire una storia diversa. Per cambiare la politica, e prima di tutto noi stessi.
Una Repubblica una e purtroppo divisibile. Anzi, già divisa. E non solo per la secessione, quella geografica, che per altro c’è stata già e nemmeno ce ne siamo accorti. No. C’è il problema delle generazioni, della convivenza tra italiani e stranieri, del pubblico e del privato. I famosi dualismi del politichese. Certo. Come quello tra ricchi e poveri. Categorie che sembrano desuete e invece sono sempre più valide, come scrive Franzini nel suo bel libro, ricordandoci che forse dovremmo occuparci di Gini e del coefficiente che studia le disugualianze più che di Fini e del suo ravvedimento del terzo tipo (Mussolini, Berlusconi e ora, più o meno, se stesso). Una consonante che fa la differenza. E mentre nella destra decidono che cosa fare, non perdiamo tempo. Prepariamo la valigia. Nello zaino, la Costituzione, qualche libro: il nécessaire, insomma. Un po’ di ricambi e di ricambio, se si può. E quell’emozione di quando si inizia, perché la politica italiana è un po’ come l’estate: sta sempre finendo. E non se ne può più.
Le larghe intese, in questo difficile agosto di crisi, facciamole con la società, perché nel nostro sofisticatissimo dibattito – a colpi (colpe?) di interviste e di comunicati – stiamo lasciando campo aperto a chi, nel bene e nel male, si rivolge direttamente agli elettori. Populismo? Di più. Ma anche rapporto con la pancia e con la vita dei cittadini che si vogliono rappresentare.
Da Torino a Marsala: sarà anche un Paese troppo lungo, come ci ricorda Ruffolo (uno da leggere, sottolineando, come quando si studiava). Ma noi lo abbiamo allungato, questo Paese, negli ultimi anni, sempre di più. E parliamo lingue diverse. E tutto è una caricatura, un voluto non capirsi.
E la Costituzione non è datata, come vuole il Berlusconi più volgare. È lontana nel tempo. Diritti e doveri, diceva Mazzini: quelli francesi, della Rivoluzione, e questi per costruire l’Italia. Che viene in mente quella battuta: «In Italia i diritti sono diritti, e i doveri sono una domanda: dov’eri?». E qualcuno ce lo chiederà. Dov’eri quando tutto questo è accaduto?
Unire i puntini, come si fa sotto l’ombrellone. Sottraendoci al dibattito del gossip, evitando di sprecare parole: poche emissioni, quelle esclusivamente necessarie a fare un po’ di strada. Viaggiando leggeri, e lenti, perché s’inquina di meno e si capisce di più.
Il senso della proposta è qualcosa di più complicato delle cose da fare, degli elenchi. È la scelta degli argomenti, è trovare il tempo. E proporre in relazione con i cittadini. Anzi, trovare il modo perché siano loro a dirti che cosa è meglio fare. E deciderlo insieme.
Ecco cos’è un viaggio e quello (che poi è la stessa cosa del viaggio): il racconto. Che coinvolge. E che dà senso, perché mette in fila le cose, le collega tra loro, le offre agli altri. E riunisce le persone, intorno a un fuoco acceso.
Con me c’è Ippolito Nievo e ci sono le Confessioni di un italiano. E c’è la voglia di capire come si fa a coinvolgere le masse popolari e forse televisive (nel Risorgimento erano quelle contadine) in un discorso nuovo e diverso. E Ippolito era cool, perché si imbarcò, aveva una tipa che non l’amava (Bice, si chiamava), e gli raccontava delle imprese sue e di Garibaldi e del grigiore da burocrate del Nord a Palermo. E poi naufragò che se no chissà, magari faceva il premier.
Erano giovani. E si moriva giovani. Ed è una questione politica, ma anche demografica. E di errori se ne facevano parecchi, di continuo e ci misero un sacco di tempo a unire l’Italia e non avevano mica tutte chiare le cose. Prendete Pisacane e prima Murat. O i Bandiera, con quel nome che fa pensare alle imprese temerarie e a potenti manifestazioni. E che sbarcavano tutti in Calabria o poco più a Nord, e andava sempre male. Puntualmente. E c’era Garibaldi, che chiamava i figli con i nomi degli eroi. Mancati. Soprattutto.
Se vi dico Silvio, non vi viene certo in mente Pellico (e neppure la prigione, e non voglio fare il malizioso). Un’Italia che non c’è più e, invece, c’è ancora. Da Alessandria allo Stretto, da Gaeta a Novellara, passando per Fondi, per Talamone, per Crotone.
Usciamo dal Palazzo. Incontriamo le persone. Ci piace la politica «alla pari», che guida perché ha una buona mappa, perché viaggia su un’utilitaria, perché ha voglia di capire. E che s’interroga, sulle piccole e grandi cose, perché anche quelle vanno tenute insieme. Riunite. E non c’è concretezza (la parola più in voga, a queste latitudini) se non c’è il disegno, e non c’è utile se non per tanti. Tutti, se si può.

E quando sbaglia strada, quella politica del viaggio e del racconto, scende a chiedere indicazioni. Non si offende, non se la prende, non dà la colpa al segretario. Come quei giocatori che se la prendono con il pallone… Una politica che ha soprattutto a cuore l’immaginario. Quello che vede e, ancor di più, quello che sente.
Se Grillo ne ha cinque, di stelle, a noi, per pernottare, ne basteranno tre, perché non è il caso di esagerare. In seconda classe, perché cerchiamo i ceti medi. E sono le persone per bene, che vivono del loro lavoro, a interessarci.
Avvicinare le distanze. Ascoltare. Discutere. Attraverso la provincia, perché non è che si può andare bene, elettoralmente, solo nelle grandi città, e quando la strada sale e i centri si fanno più piccoli, si diventa marginali, residuali, impotenti.
E il territorio. Non sono i gazebo, a fare la differenza. È il messaggio, è la condivisione con le persone che lavorano, da sorprendere nel corso della loro giornata e non ai convegni. E viene in mente Obama, quando ricordava che tutto per lui era nato non a Washington, ma nei cortili di Des Moines, nei tinelli di Concord, sotto i portici di Charleston. Sostituite quelle località con Pontida e Teano, Quattro Castella e Gravina, per dire, e avrete la soluzione. Viene in mente quella canzone, in cui De Gregori invita a «aprire la finestra» e a guardar fuori, e a vedere le persone che «non contano, e invece contano» e, soprattutto, «si stanno contando già». E aspettano un segno, un vecchio segno: «quando cambia il tempo» e «quando s’alza il vento», questo segno «arriverà».
Lo diceva qualcuno: il futuro bisogna ricordarselo. E bisogna fare uno sforzo. Anzi, no. A volte è sufficiente appassionarsi all’idea. Un bel modo per incominciare.

  •  
  •  
  •  
  •  

Commenti

commenti