Oggi la Consulta si esprimerà su una questione di civiltà: ne parla, con la consueta precisione, Michele Ainis sulla Stampa. Vittorio Angiolini è protagonista di questa sfida. Chissà che non la vinca. E che l’Italia non diventi un Paese un po’ più civile.
La Costituzione italiana la definisce come una «società naturale fondata sul matrimonio». In altre parole, non la definisce. Né dice che il matrimonio sia la somma di un uomo e di una donna. Certo, nel 1947 era a questo che pensavano i nostri padri fondatori. Ma scelsero di qualificarla con l’aggettivo «naturale» proprio allo scopo d’assecondarne gli sviluppi, senza frenare il motore della storia. Sicché in ultimo, la domanda posta alla Consulta è tutta in questi termini, a che punto è la nostra storia. Avrebbe dovuto offrire il suo responso la politica, ma nell’ottobre scorso un documento ufficiale della Camera ha equiparato i gay a chi compie atti di sadismo, d’incesto, di pedofilia. Che poi la nostra società viaggi su umori ben diversi, è un altro segno del muro che divide partiti e cittadini. L’ultimo Rapporto Eurispes dichiara che soltanto un italiano su 10 considera l’omosessualità immorale; e il 61% è favorevole ai matrimoni gay o alle unioni civili. Può darsi che tutto ciò non basti, che la Consulta rifiuti di colmare la lacuna in omaggio alla discrezionalità legislativa. Sul piano del diritto avrebbe le sue buone ragioni; resta da chiedersi se la politica meriti ancora questo omaggio.

  •  
  •  
  •  
  •  

Commenti

commenti