Me l’aspettavo (la mia biblioteca, un ducato grande abbastanza)

Un tale, in Brianza, ha mandato in giro una lettera via email dal significativo titolo: «Troppi Civati». Come già l’anno scorso, si sostiene, nemmeno troppo velatemente, che la colpa della sconfitta sia da ascrivere a me. Troppo veltroniano nei modi e nelle convinzioni: fino a tre giorni fa, lo erano diventati tutti, veltroniani, anche quelli che hanno sempre sostenuto che Walter fosse un «coglione» (testuale: se si insiste con questo andazzo, mi metto a fare anche i nomi). Sta a vedere che, siccome mi piace Obama, se perde in Pennsylvania qualcuno viene a dire che ho delle responsabilità. Curioso che quando le elezioni si vincono, come è successo in tre occasioni nelle quali ero candidato (e anche qualcosa in più), 2002, 2004 e 2005, la principale preoccupazione di tutti fosse quella di ridimensionare l’esito elettorale, di spiegare che si era vinto, però, c’erano tanti motivi… Soprattutto le quasi ventimila preferenze delle Regionali sono diventate immediatamente un problema, sui volti dei colleghi e dei compagni (tra virgolette). Mi hanno ‘zincato’ in ufficio tre anni, per evitare che potessi nuocere (non so bene a chi). «Troppi Civati» anche allora. Quest’anno, non mi volevano candidare, poi hanno ritenuto di doverlo fare, in extremis, il lunedì in cui si sono chiuse le liste, un po’ per quello che potrei chiamare «diffuso sentimento popolare», un po’ perché non erano riusciti nella non impossibile operazione di collocare il candidato ufficiale della Brianza in una posizione in cui fosse eleggibile. Punti di vista diversi e legittimi: da Roma, Enrico Letta, per fare un solo esempio, si era stupito che io non ci fossi, tra i nomi che giravano. In Brianza e a Milano, invece, il fatto che io non ci fossi era un auspicio, di più, un obiettivo. Ora, però, se non abbiamo sfondato (perché tenuto, dalle mie parti, si è tenuto, molto più che in altri Comuni dove risiedono candidate e candidati), è perché il misero numero diciassette non va bene. Tutto giusto e corretto. Un po’ meschino, forse, ma molto significativo. Tutti sanno che mi ritengo prestato alla politica: se qualcuno pensa che il contratto sia scaduto, lo dica a chiare lettere, magari rivolgendosi direttamente a me. C’è un passo a cui sono molto affezionato: «Quant’a me, meschino, la mia biblioteca era un ducato grande abbastanza. Ed egli pensò ch’io fossi incapace del reggimento temporale». E’ Prospero che parla, ne La tempesta di Shakespeare. Non credo di dover aggiungere altro e che questa sia la mia risposta tombale alle malelingue, alle invidie e ai giudizi avventati dei burocrati di ogni generazione. Rinvio al testo scespiriano per le conseguenze del caso.

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