Uscire dall’equivoco (e non solo): una risposta a Bersani e D’Alema (e non solo)

Mentre scorrono gli ultimi giorni della legislatura della marmotta, ci si appresta a discutere la seconda legge elettorale in una sola legislatura (record mondiale), si rivedono (ma solo poco, altrimenti qualcuno si offende) le mitiche 'riforme' che si sono dimostrate inutili o peggio fallimentari, si discute di fake mentre intorno a noi è tutto un fake, è ripartito il dibattito sulla sinistra che manca. Mancava, il dibattito.

Qualche giorno fa Massimo D'Alema ha scritto cose come quelle che seguono:

La sinistra potrà fare argine al populismo soltanto se sarà in grado di tornare a svolgere il suo ruolo fondamentale: essere, cioè, la forza capace di ridurre le diseguaglianze, combattere la povertà, restituire dignità al lavoro. Altrimenti, paradossalmente, queste bandiere passeranno nelle mani delle destre e della demagogia populista, mentre noi appariremo sempre di più come i rappresentanti di un establishment lontano dai bisogni e dai sentimenti popolari.

Occorrono una svolta politica e il coraggio di rompere con il conformismo e l’eccesso di prudenza e gradualità che hanno finora caratterizzato l’azione del socialismo europeo, pena il rischio di una deriva irrimediabile, soprattutto se investirà paesi chiave come l’Italia e la Francia. Ciò che occorre è mettere in campo un programma effettivamente radicale di cambiamento delle politiche europee e, in prospettiva, degli stessi assetti istituzionali. Una visione europea che sia anche la guida per concrete politiche nazionali. Una spinta, in questo senso, viene ormai da tanta parte del pensiero economico […] ma ancora non si traduce in un coerente e coraggioso programma politico.

La rendita finanziaria ma anche i profitti delle grandi società multinazionali sono toccati solo marginalmente dalla fiscalità. Pagano esclusivamente il lavoro e le pmi.

C’è poi bisogno di un grande progetto europeo per la formazione, la ricerca e l’innovazione. E, ancora, è necessario un patto sociale, nuovo, basato anche su un rapporto diverso tra Stato, società civile, privato sociale, imprese, per rinnovare il welfare mantenendo, però, la capacità di questo sistema di proteggere effettivamente le persone dalla povertà, dall’esclusione, dalle malattie, evitando il rischio di una americanizzazione selvaggia delle società europee. Occorre, infine, tornare a discutere delle possibili soluzioni per una forma di mutualizzazione del debito che, senza ovviamente scaricare di responsabilità i debitori, consenta di bloccare la speculazione e di avviare una politica di riduzione del servizio del debito.

Una sinistra europea che avesse il coraggio di mettere sul tavolo con chiarezza un programma così netto e coraggioso avrebbe almeno la possibilità – ne sono convinto – di tornare a parlare alle nuove generazioni e al mondo del lavoro.

Il partito di cui fa parte Massimo D’Alema non solo è molto lontano da quanto qui sopra riportato. Si è mosso in direzione ostinata e contraria. E continua a farlo, se è vero che per affrontare la povertà – ultimo lancio giornalistico del governo – ha raccolto risorse per consentire l’accesso a strumenti più simili alla social card di Tremonti (pre-crisi) che a una vera strategia complessiva per i milioni di persone travolte dalla crisi e dalla pessima gestione politica della stessa. Peraltro, il governo ha appena derubricato la questione delle tasse ai gruppi multinazionali (pur avendola promessa l’anno prima: poi gli anni passano e non se ne fa nulla). Del resto, ha fin qui negato il problema della redistribuzione, al di sotto di una certa soglia soprattutto, abbandonando una quota consistente di italiani a se stessi. Ha preso provvedimenti che prescindevano completamente dalle condizioni economiche dei destinatari, dall'abolizione della tassa sulla prima casa anche a chi se la poteva largamente permettere ai vari bonus ‘sganciati’ dalle condizioni economiche di chi li riceveva. Ha aumentato la precarietà con strumenti prossimi allo sfruttamento del lavoro, senza curarsi della fragilità di chi, pur lavorando, non riesce a superare la soglia di povertà. Ha dato segnali contrastanti (eufemismo) sull'evasione fiscale, alzato la soglia dell'uso del contante, premiato le imprese senza selezionare gli interventi e accorgendosene solo al terzo anno.

Se poi ci si vuole distinguere dai poteri con i quali altrimenti si rischia di essere confusi, bisogna dire qualche verità su quanto è accaduto con le banche, e non da oggi. Quella famosa commissione d'inchiesta promessa nel dicembre 2015 dov'è finita? E i nomi dei responsabili, nel senso bancario e in quello politico del termine? E i nomi di chi ha prodotto crediti inesigibili, almeno quelli, sono esigibili?

Non ricordo poi particolari segnali rispetto al piano Juncker, sbandierato dalle «camicie bianche» in una memorabile festa dell’Unità e presto caduto nel dimenticatoio (un luogo parecchio frequentato dalla politica italiana), anche perché il governo era alle prese con una polemica-fiction con l’Europa che non ha dato alcun risultato. Non ricordo nemmeno quella svolta ‘verde' (il Green Act è stato lanciato all’inizio di gennaio del 2015: nessuno lo ha visto e, dopo qualche mese, non se ne è parlato più, concentrandosi sulle politiche tutt'altro che ambientaliste dello Sblocca Italia). Né quell'innovazione culturale e scientifica che in  tanti si aspettano, anche perché pare l'unica soluzione di lungo periodo ai guai che conosciamo.

Il ruolo della cosiddetta sinistra europea è stato ancillare, se è vero che a presiedere la Commissione c’è un politico che più di altri – non lo dicono solo i leaks – si è opposto a quella svolta fiscale per cui non devono esistere paradisi fiscali in Europa e strumenti e luoghi in cui le multinazionali elusive possano trovare rifugio per trasformare i soldi che dovrebbero andare al welfare e allo sviluppo e invece rimangono nelle tasche dei grandi attori transnazionali. Non ricordo una richiesta di dimissioni, né una campagna politica per ribaltare lo stato di cose, di cui Juncker è arconte eponimo. Il predecessore, del resto, è passato direttamente alle banche. Politici barrosi, cittadini furiosi. Eppure gli italiani guidano il gruppo socialista, no? E con quale peso, accidenti.

Nonostante le risorse e la grande rappresentanza a livello europeo non risulta che i principali leader socialisti abbiano avviato una iniziativa politica di questo tipo, né sostenuto una campagna, necessaria, per cambiare l'Europa prima che l'Europa scompaia da sola.

Se posso, avanzo alcune proposte minime.

Primo, considerare l’ipotesi che in un mondo come quello descritto da D’Alema non si può tenere insieme tutto e il suo contrario e bisogna decidersi.

Secondo, in relazione alle responsabilità maturate nel corso degli anni, è il caso di sostenere progetti che non siano già compromessi, come è accaduto non solo da parte degli ultimi governi.

Terzo, riconoscere che ci sono soggetti – in campo sociale, prima di tutto – che questioni del genere le stanno ponendo.

Quarto, non perdere altro tempo: se ci vuole la svolta, ci vuole una rottura, non l’ennesimo tentativo di aprire una dialettica – puntualmente negata – in un partito che fa il contrario di ciò che D’Alema propone. E che non dà segni di voler cambiare impostazione.

Lo stesso vale per Bersani, che gli fa eco da un altro giornale della minoranza Pd. Che sembra parlare di un altro soggetto politico, non certo quello che ha votato in questi anni i provvedimenti ormai celebri, presentati con toni monumentali. Come si possa stare dentro uno schema, sostenendolo, e al contempo predisporre un altro schema, risulta difficile capirlo. E, soprattutto, risulta molto poco credibile. Nella migliore delle ipotesi si dovrebbero allontanare tutti i protagonisti dell’attuale fase politica, ministri, sottosegretari, parlamentari che hanno sostenuto il contrario di ciò che Bersani descrive. Nella peggiore, toccherebbe votare come candidato premier il premier appena uscito da Palazzo Chigi. Ma sono dettagli.

Ciò che sto descrivendo configura un’idea di sinistra che cambia registro radicalmente rispetto a una linea, per alcuni aspetti anche vincente nei Paesi dell’Occidente industrializzato, ma nata in altre fasi, quando le parole d’ordine erano flessibilità, opportunità, eccellenza, merito. Oggi, di fronte agli effetti dei cambiamenti intervenuti e delle scorie che dobbiamo gestire e smaltire, bisogna dire basta. Con i nostri valori, con i valori di sinistra, bisogna proporre protezione: quando dico investimenti per dare lavoro, quando dico welfare sui punti essenziali, quando dico dignità sul lavoro parlo di protezione con i miei valori, che non sono quelli di scaricare sugli altri i miei problemi provocati dalla globalizzazione che ripiega.

Bersani poi si affida alle sue tipiche espressioni, con diminutivi e vezzeggiativi di ogni sorta: un’«aggiustatina» alla Scuola. Un articolo «17 e mezzo». Nella speranza che Gentiloni possa agire con una qualche indipendenza dal governo precedente, presiedendone uno uguale identico. E non è una metafora. Sulla Sanità (duce Lorenzin) invece ha idee più ambiziose: per il futuro, sembra di capire.

Si può far vedere qualcosa subito? Lasciamo stare quando dura il governo Gentiloni. Il governo deve governare e si possono fare cose su quei tre punti: intervenire subito sui voucher; una ragionevole tutela nei confronti dei licenziamenti: se non vogliamo fare l’articolo 18, facciamo il 17 e mezzo. Dare un’aggiustata alla questione della scuola: è lavoro; e metterci all’opera per accorciare la forbice sociale. Senza dimenticare la Sanità. Mi domando: ma noi quando faremo una riflessione strategica sulla Sanità? Dobbiamo trovare una chiave per evitare una privatizzazione galoppante della spesa sanitaria. E in questo contesto dobbiamo tenere sott’occhio anche il welfare aziendale, perché rischiano di ritrovarci tra un po’ con le mutue di categoria e non più con un servizio sanitario nazionale, come prima della riforma. E Basta bonus: quelle risorse mettiamole su questi capitoli. Gli investimenti? Di due tipi: innovazione del sistema industriale sì, ma in modo rigorosamente selettivo. Perché in Italia funziona così: prima c’è una nobile affermazione contro il dirigismo, in primis dagli industriali, e subito dopo si lavora alacremente perché valga il sistema del todos caballeros. No, bisogna scegliere che cosa si fa in termini di innovazione. Il secondo tipo di investimenti riguarda una iniziativa di manutenzione del Paese, sulla base una griglia nazionale di indirizzo, ma con la realizzazione affidata alle amministrazioni locali: assetto idrogeologico; frane; messa in sicurezza e adeguamento ambientale ed energetico degli edifici pubblici, in primo luogo delle scuole; bonifiche, strade, ferrovie, l’appennino, le aree interne.

Per fare tutte queste cose, condivisibili, e per costruire un progetto di Paese con affermazioni ben più radicali e di ‘svolta’, ci si deve organizzare. Predisporre una lista di persone che intorno al quel programma dedichino i prossimi mesi. Che lo facciano disinteressatamente, senza guardare alla «compatibilità» e quindi alla «compromissione». Senza una rottura (anche epistemologica, si direbbe) non si va da nessuna parte. Non si convince nessuno. Non si è competitivi con chi propone di ribaltare il sistema. Non si è nemmeno in grado di spostare gli equilibri del «partito del governo».

Aver fatto e sostenuto politiche di destra, farà vincere la destra. Avere sostenuto un governo che vivesse nell'ambiguità un'intera legislatura (e i governi sono diventati tre, più quello da cui si era appena usciti), ha creato le migliori condizioni che ciò avvenga. Et pour cause.

Personalmente lo penso da anni, e l’ho detto. E l’ho anche fatto. Tutto non si tiene. E non si può teorizzare un partito che faccia cose diversissime militando in un partito che a tutto ciò si oppone. E vi si oppone nel modo più netto, perché tiene vivo l’equivoco, di essere astrattamente di sinistra e di fare cose diverse, di destra. E non è tempo di ambidestri e di equivoci, ci vuole nitidezza, assunzione di responsabilità, precisione.

Del resto, come ha notato Massimo Mucchetti rispondendo a Michele Salvati, i nodi sono venuti tutti al pettine (e non solo nel senso della metafora bersaniana del pettinare le bambole, perché qui è tutto arruffato e confuso).

Dagli editoriali, infine, devono conseguire scelte e azione politica. Non solo affermazioni teoriche. Tenere insieme Sanders con Poletti fa solo perdere tempo a tutti coloro che vorrebbero vedere Sanders. E invece si ritrovano Poletti.

Capisco che non si voglia abbandonare una nave che governa tutto e dappertutto. La nave però ha fatto acqua. E rischia di trovare altri iceberg sul proprio percorso, anche perché quel percorso non è stato mai chiarito dai vari governi: mai un programma dettagliato, mai una mappa precisa, nemmeno un impegno da rispettare (e rispettato).

E a chi vi dice che ci sono le mitiche «praterie» a sinistra, ha ragione: a patto di uscire dalle interviste e dalle sale convegni, considerare che bisogna iniziare a bonificare il campo, a uscire dallo stato brado delle affermazioni semplicistiche e delle panacee di tutti i mali, a piantare alberi d’alto fusto, a scrivere qualcosa che magari non si realizzerà subito ma avrà una sua utilità per gli anni a venire. Tipo il Central Park, proprio, ideato da persone che lo hanno immaginato per chi veniva dopo di loro. Rischiando tutto quanto, tanto arrivati a questo punto non si ha nulla da perdere, dopo aver perso. Elezioni, referendum e tanto, troppo tempo.

Continuare così significa solo farsi del male, come diceva quel noto adagio.

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