Archivio mensile Archivio: maggio 2010

Cose che andiamo ripetendo da mesi

Sono ”i giovani le principali vittime della crisi”. Lo ha affermato il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, facendo un inciso alle sue considerazioni finali. Ribadendo la responsabilità degli evasori fiscali il governatore ha aggiunto che ”se tutti avessero pagato l’iva il nostro rapporto debito-pil sarebbe tra i più bassi d’Europa”.

Il partito miglioreP

ensando alle italiche fortune, questa storia islandese fa riflettere.

Sempre più bellaL

a rivista che Vorrei. Forse è venuto il momento di passare all'indicativo presente.

Non si fa piùI

l tunnel sotto Milano. Meno male.

Il potere, a pensarci

Il potere, a pensarci, dovrebbe essere quello che uno è capace di fare.

Paolo Nori, I malcontenti, Einaudi (gli altri ‘strilli‘ qui).

Dio è morto, Marx è morto e anche il federalismo non si sente tanto bene

Ormai lo dicono tutti, Formigoni compreso. Forse leggono il blog… in ogni caso, strepitosa la risposta della Lega: «garantisce B». Sì, ciao.

Frecciapenisola

Adesso ho capito: tre treni diversi in tre diverse aree del Paese. Frecciaqui e Freccialì, ovviamente, e sempre mezz’ora di ritardo. Che poi i ritardi non si sommano, no, si moltiplicano, e uno sta in treno tutto il giorno: ora verso Napoli, quasi un’ora. Però succedeva anche a Milano. E anche a Firenze. Su altri frecciatreni. Trenitalia vi dà il benvenuto nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

P.S.: un signore sussurra all’amica: «secondo me Della Valle con i suoi treni sarà più veloce». Ha ragione chi dice che la gente non è sensibile al messaggio culturale.
P.S./2: in controtendenza un espresso nella notte ha raggiunto lo stretto di Messina in orario. Pare sia un evento sconvolgente, di cui si discute nelle stazioni e sui convogli di tutto il Paese.

La fotocopiatrice

Bel dibattito con Daniela Lastri e Simone Siliani e molti altri, oggi, a Terra futura, Firenze (Ignazio Marino era bloccato in Senato, Matteo Renzi impegnato da sindaco). Si discuteva di immigrazione, ma si è finiti presto a parlare di politica più in generale. Tutti, a proposito di alcune invenzioni geniali come le «ronde» e le «ordinanze» democratiche o altre posizioni politiche destrorse (che infatti offrono il destro alla destra, hanno ricordato che poi, oltre a commentarsi da sole, la gente le commenta così: «hai visto che anche il Pd dà ragione alla destra?». Cose che conosciamo molto bene, anche in Lombardia. Simone ha ricordato l’uso copioso di distinguo, di ma anche, di tautologie (prendersela con i cattivi, rispettare i buoni, ad esempio) e di banalità assortite che quasi sempre ci allontanano dalla comprensione della realtà. La frase che è venuta in mente a tutti, anche perché Fini (già noto come Gianfranco-Bossi-Fini) l’ha recentemente ripresa, è la seguente: «gli originali sono meglio delle fotocopie» e, quindi, «meglio evitare di copiare dagli altri, che non serve a nulla e si regalano anche voti». Giustissimo.

A me vien da dire, però, che il problema non è che distribuiamo fotocopie, ma che siamo proprio finiti dentro alla fotocopiatrice, in un sistema politico che è culturalmente impostato in modo molto orientato dal punto di vista ideologico. Si parte dagli episodi (leggete Antonio Pascale, Questo è il paese che non amo, Minimum Fax) prescindendo dalle più generali valutazioni di contesto. Si prescinde sempre dai dati, si semplifica il contenuto, mentre sarebbe ovviamente sufficiente (e necessario, nel caso del Pd) semplificare il messaggio, senza stravolgere la realtà delle cose. Mai un risultato, mai una verifica, mai un controllo. In questo quadro, qualcuno ha pensato che fosse più facile lasciarsi fotocopiare, diciamo così, senza opporre resistenza. Che qualcuno la spenga, almeno ogni tanto, questa macchina infernale. Che consuma un sacco di inchiostro e di energia, senza produrre alcun risultato, se non quello di ingolfare il Paese e il dibattito politico che dovrebbe rappresentarne la parte migliore. Tutto questo fa riferimento a un’arte antica, cara a Vico: la topica (che detto in Toscana potrebbe far pensare ad altro), la scelta, cioè, degli argomenti. Perché se si parte dal caso, costruito ad arte, dall’emotività e dalla risposta immediata (d’emergenza!) come unica soluzione, la destra (e questa destra in particolare) avrà già vinto. E se ci si limita a due o tre argomenti, presentati tra l’altro in un certo modo (pensate a tutto quello che ruota intorno alla paura), non avremo alcuna possibilità di rifarci avanti.

Il fantasma della casa e gli eufemismi di governo

La questione della casa è sempre di più la metafora dell’Italia di oggi e per sineddoche descrive perfettamente la qualità della proposta politica del governo nel suo complesso. Dopo il fallimento totale del piano casa, che doveva essere una misura rivoluzionaria in un anno in cui non c’era la crisi (il 2009) per rilanciare l’economia nell’anno in cui doveva esserci la ripresa, e invece c’è la crisi (il 2010), ecco che il governo si inventa l’«emersione delle case fantasma». Il genere letterario è noto: parole dolci per dire cose brutte, dallo «scudo fiscale» al «processo breve»: eufemismi di governo.
Scrive Roberto Della Seta:

È la specialità del berlusconismo: mascherare le peggiori schifezze sotto nomi edulcorati. L’hanno fatto infinite volte, l’ultima chiamando legittimo impedimento l’impunità per i potenti. Lo fanno di nuovo con questa manovra finanziaria, dove il terzo condono edilizio dell’era Berlusconi è ribattezzato come “emersione delle case fantasma”. Ma la sostanza non cambia: con il pretesto di regolarizzare qualche migliaio di vecchi casolari sconosciuti al catasto, si prevede la sanatoria sia fiscale che urbanistica di centinaia di migliaia di abusi edilizi.
La prima a festeggiare per questa scelta è l’ecomafia, vero dominus del cemento illegale: basti dire che due terzi dei comuni campani sciolti dal 1991 a oggi per infiltrazioni criminali, sono stati azzerati per vicende di abusivismo edilizio. [...] Negli ultimi tre decenni, almeno un quinto di tutte le nuove costruzioni è
nato illegale, e la percentuale è almeno doppia nelle regioni meridionali. Tre condoni generalizzati (1985 Craxi, 1994 e 2003 Berlusconi) hanno sanato buona parte di questa immensa megalopoli abusiva, il quarto completerà
l’opera legalizzando anche gli abusi degli ultimi sette anni. Qualche miliardo di euro l’incasso per il fisco, incomparabilmente maggiori le perdite, anche le perdite economiche. È come se le classi dirigenti, in
particolare la destra per la quale condonare – condonare tutto: abusi edilizi, evasione fiscale, esportazioni di capitali – è un irresistibile riflesso pavloviano, s’impegnassero da una quarto di secolo per favorire la devastazione dell’ambiente, del paesaggio, e così facendo minassero uno dei principali punti forza – punto di forza anche economico, competitivo – dell’identità italiana. Questa cecità è uno dei grandi mali italiani, e un
potente alimento per i rischi di declino nazionale: l’etichetta di “bel paese” rappresenta infatti un formidabile marchio di fabbrica per il made in Italy nel mondo, trasformarla in pubblicità ingannevole significa lavorare
contro il bene comune.

Il falsosimile

Ho sentito un’intervista alla radio di B. L’ho ascoltato. C’erano i soliti slogan: le mani nelle tasche, il governo coesissimissimo, la prontezza di riflessi che nemmeno Buffon, l’apprezzamento unanime di tutta la galassia, il plauso degli industriali. E poi le solite argomentazioni falsosimili: la Grecia, non me ne parlare, prima ero ottimista ma questa volta è diverso, abbiamo dovuto salvare l’euro, in poche ore abbiamo fatto una manovra da ventiquattrovirgolanovemiliardi. E allora ho pensato che l’altro giorno, in tv, mi avevano spiegato che invece era già tutto previsto, che B e T, l’alter ego che gli sta facendo le scarpe, erano pronti da mesi con la manovra che hanno confezionato in poche ore. Ce lo spiegava Belpietro, in tv, che se non ho sentito male, era anche l’intervistatore di B stamattina.

La verità è che questa manovra non risolve proprio nulla. Che il balletto sulle province è vergognoso. Che gli interventi sugli statali sono demagogici e in alcuni casi illegittimi, che rinviare il pensionamento di alcuni per alcuni mesi risolve solo alcuni problemi per alcuni mesi, oltre a essere ingiusto. Che per quanto riguarda il pensionamento delle donne che lavorano per lo Stato a sessantacinque anni bisognerebbe discuterne e precisare, perché così è un intervento proprio sbagliato. Che i tagli alla spesa sono a casaccio e infatti si stanno incavolando tutti, Formigoni compreso (per dire). Che non c’è alcuna riforma strutturale, dice Marcegaglia, e ha ragione: infatti nessuno tocca rendite (vere), né il sistema (quello che vede coinvolta proprio la grande impresa) e nessuno pensa minimamente di sostenere i redditi più bassi e la domanda interna e il futuro di chi non ne ha (i giovani possono tranquillamente invecchiare, nessuno si occuperà di loro). Tutte cose che c’erano anche prima della Grecia, ovviamente, e di cui non si dice nulla. Nel frattempo, si fa la voce grossa, ma si aiuta ancora Roma e non si allentano le maglie del patto di stabilità nemmeno per i Comuni virtuosi, nemmeno per gli investimenti, nemmeno per le cose utili.
Dal punto di vista culturale, l’inversione di rotta sull’evasione è il fatto più eclatante: ora pare che il vero problema del Paese sia l’evasione. Che il federalismo in realtà sia solo un capitolo della lotta contro l’evasione, perché si è scoperto che al Sud si evade di più. Che per salvare il Paese bisogna contrastare i furbi. Già.
Il Pd, in tutto questo, deve farsi sentire di più. «Se non cambia, voteremo contro», come leggo oggi su l’Unità, non mi pare un grido di battaglia. E la difesa della Costituzione formale deve diventare occasione di promozione della Costituzione materiale. E di un Paese che raccoglie le sfide vere e programma le sue scelte, cercando un diverso equilibrio, perché a furia di non mettere le mani nelle tasche, a parecchi sono già spariti i pantaloni. Ieri, in un dibattito sulla Costituzione, un’esponente del centrodestra particolarmente incazzosa, ha spiegato che i tempi del sistema politico sono troppo lunghi e che bisogna cambiare la Costituzione prima di tutto per quello. Faccio notare che abbiamo cambiato impostazione di governo in una settimana, presentato una finanziaria alle parti sociali la mattina e l’abbiamo approvata nel pomeriggio. E si andrà avanti a colpi di maggioranza, come sempre. Sulla fiducia, proprio quella che manca ai cittadini.