Nessuna novità sul presidente e il Consiglio regionale viene rinviato al 6 luglio. Un rinvio che fa comodo a Monza, sotto scacco a causa della legge regionale urbanistica, e che invece dimostra come siano divise le componenti della maggioranza che sostiene Formigoni. Si è parlato a lungo di Zanello come nuovo presidente al posto di Fontana, ma pare che non sarà l’attuale capogruppo della Lega, ma Ettore Adalberto Albertoni a presiedere i lavori del Consiglio. Albertoni, se così fosse, lascerebbe i dialetti e le sagre che ha brillantemente governato dal suo assessorato in questi anni, per assumere la seconda carica della nostra istituzione. Ma i dubbi non riguardano soltanto la presidenza dell’aula: lo stesso vale per il monumentale rimpasto della Giunta regionale. Ancora non si sa né chi né quando né a fare che cosa. Ormai è un mese che se ne parla, ma tutto è ancora avvolto nell’oscurità più impenetrabile. Oltretutto, tra qualche giorno, nella più classica delle migrazioni, arriveranno peppole e prispoloni, gli uccellini sterminati in barba alle direttive europee, che interessano i lavori del Consiglio ogni estate, bloccando qualsiasi altro provvedimento. Chissà se entro quella data la maggioranza avrà avuto modo di sistemare poltroni e capanni. E se, dopo aver impallinato numerosi dei propri esponenti, avrà ancora cartucce… Un luglio caldo è quello che si attende in Regione Lombardia.
Grande iniziativa del Governo, per la liberalizzazione delle professioni, a partire da taxi e notai. Wow! Da tempo parlavo di questi argomenti e attendevo un segnale così, che ci parla di un riformismo che muove le cose e le cambia. Trovate le informazioni sulla pagina di Repubblica. Parte una nuova Italia.
Così si intitola uno dei libri monumentali di Günter Grass (Ein weites Feld, in tedesco, e Feld vuol dire campo, un po’ come alla Cascinazza…). Giuseppe Pizzi mi ricorda una serie di episodi storici che rappresentano perfettamente la pretesa di autonomia – spesso frustrata – di Monza da Milano e dalle istituzioni ‘superiori’. Riporto il suo bel commento, da avvicinare alle vicende regionali delle ultime settimane:
La nostra città è, in proposito, un caso di scuola. La sua riluttanza a riconoscere ed accettare la supremazia di Milano è un fenomeno sociale diffuso che trova frequenti riscontri negli atti delle amministrazioni cittadine. Monza si sottrae ad ogni forma di subalternità verso Milano, secondo una tradizione che risale a quindici secoli fa, quando Agilulfo e Teodolinda consideravano sedi del regno sia Milano che Monza, e Teodolinda in uno storico incontro con il papa San Gregorio Magno sanciva la devozione del regno all’ortodossia di Roma, e decideva di erigere la basilica di San Giovanni, rivaleggiante per autorità e splendore con quella di Sant’Ambrogio. Milano e i milanesi ricambiano dedicando a Monza il minimo di attenzione possibile. Anche a livello politico-amministrativo, si ha l’impressione che i rapporti fra le due città siano puramente formali, del tipo “ci salutiamo ma non ci parliamo”. Del resto, l’arciduca Ferdinando aveva scelto Monza come sede della Villa anche per dimostrare che la maestà del potere imperiale in Italia non si fondava unicamente sulla grandezza di Milano. E dopo l’unità d’Italia, la Villa di Monza sarebbe diventata l’alternativa estiva del Quirinale, consegnando ai monzesi ulteriori stimoli per identificarsi con un potere più grande di quello di Milano. Insomma, Roma o Vienna come antidoto a Milano.
Ai tempi della controriforma, quando i contrasti, di qualunque natura fossero, si manifestavano sotto forma di controversia religiosa (però la recente guerra in Iraq, per molti aspetti, sembra ripetere lo schema), Monza proteggeva la sua identità storica costringendo l’arcivescovo Carlo Borromeo a rinunciare al suo proposito di imporre il rito ambrosiano in tutta la diocesi. Mentre Monza difendeva le tradizioni di rito romano per non cedere politicamente a Milano, a sua volta San Carlo Borromeo mirava in realtà ad affermare l’autonomia ambrosiana dalla volontà egemone di Roma. Allora il popolo di Monza reagì con forza. San Giovanni non volle cedere a Sant’Ambrogio. Si tramanda che gli emissari del Borromeo, arrivati nel Duomo monzese per notificare i provvedimenti dell’arcivescovo, vennero accolti prima con l’ostentazione degli antichi libri che documentavano l’autenticità storica e l’ortodossia canonica del loro rito e subito dopo con una vigorosa bastonatura che li convinse sul merito e li allontanò precipitosamente dal tempio.
Il senso è chiaro: "abbiamo libri più antichi", una nostra dignità e una nostra storia. Formigoni e i presunti federalisti pretendono di imporci una verità che non fa altro che del male alla città. La terza della Lombardia. Che vuole rimanere bella e poter decidere da sé. Almeno quello che le compete.
Roberto Formigoni ha dichiarato di aver scelto la Lombardia, di rinunciare al Senato, di averlo fatto per senso di responsabilità, dopo aver sentito il parere degli elettori con il proprio referendum egoriferito. Abbiamo a lungo ironizzato su questa vicenda scandalosa, che da cinque mesi occupa le pagine dei giornali e tiene ferma la politica regionale, in attesa di rimpasti e di riequilibri all’interno della maggioranza. Ormai siamo pronti a tutto ma certo non ci saremmo mai aspettati che Formigoni, anche dopo le dichiarazioni stentoree di qualche giorno fa, in Senato ci andasse ancora. Ieri l’amletico Roberto era in aula, nel corso dell’occupazione di Palazzo Madama da parte della Cdl a causa dell’espulsione di Malan. Proprio così: Formigoni continua a essere senatore, smentendo tutte le dichiarazioni e tutte le decisioni che dice di aver già assunto da tempo. Ogni commento è superfluo.
Massimo Zanello è il candidato della Lega alla presidenza del Consiglio regionale della Lombardia. Attualmente capogruppo dei padanians, Zanello ha trovato e trova ancora l’opposizione dei suoi colleghi di maggioranza. Chissà se entro martedì riusciranno a mettersi d’accordo. Nel frattempo, a noi piace ricordare Zanello con le sue parole di disprezzo per la città di Monza, nella quale è stato eletto l’aprile dello scorso anno, pronunciate in aula in occasione del Consiglio del 13 giugno: "Ma chi se ne frega, questo è il vero problema. Noi dovremmo fare una norma in questo modo, è un punto di vista sbagliato. Rifacciamo norme, facciamo norme, che partono dal punto di vista dell’interesse generale e non guardando soltanto dall’interesse di un privato, come state facendo voi, perché voi guardate le conseguenze sul Comune di Monza. A me del Comune di Monza non me frega nulla, in termini di conseguenze urbanistiche."
…ma la Regione ci vede benissimo. Ed è riuscita a presentare – attraverso l’ottimo assessore Boni – un progetto di Legge che riguarda – in un articolo – soltanto Monza, con una precisione incredibile, da cecchini. E se il postino suona sempre due volte, la Regione Lombardia, è proprio il caso di dirlo, si è letteralmente attaccata al campanello: è la quarta legge consecutiva (se si contano anche i sottotetti) che riguarda la nostra città. E, dopo i numerosi squilli, al campanello ha risposto la città di Monza. Stasera, una sala Maddalena gremita nonostante un caldo tropicale ha accolto l’assessore Viganò e i professori Beltrame e Erba che hanno illustrato l’importanza strategica della Cascinazza dal punto di vista ambientale e urbanistico. Nel pomeriggio, Arengario.net ha pubblicato l’appello in difesa della Cascinazza sottoscritto da autorevoli firme del mondo dell’architettura e dell’urbanistica: per sottoscriverlo cliccate qui. Lunedì tutta la città sarà in piazza per la grande manifestazione della notte bianca della democrazia e dell’ambiente, promossa dall’Unione, a cui hanno già aderito le associazioni ambientaliste, amministratori e esponenti politici di mezza Lombardia (scaricate il volantino). Perché Monza, suo malgrado, è diventata un simbolo per tutta la Lombardia.
La Lega deve scegliere tra due pratoni, quello di Pontida e quello della Cascinazza. Al primo ha rinunciato, tatticamente, per evitare di trovarsi sotto il sole bergamasco nei giorni del dopo-devolution. Al secondo forse è il caso che rinunci, strategicamente, per evitare di farsi carico dei problemi (i maligni potrebbero parlare di interessi) di altri, rinnegando il proprio impegno monzese di difesa del territorio. La scelta tra i due pratoni diventa allora essenziale per comprendere sia come andrà a finire a Monza, sia come proseguirà la legislatura in Regione. E, tra Pontida e la Cascinazza, si capirà anche cosa farà la Lega. Di se stessa e del suo destino.
Sconvolge la notizia del tentato suicidio di Gianluca Pessotto. Un simbolo della Juventus perbene che in queste settimane sta cercando di rimettersi a posto con le regole, con la vergogna delle telefonate, con la vicenda più triste della sua storia. Sconvolge perché Gianluca Pessotto è un ottimo giocatore, di una correttezza inusuale e di una sensibilità particolare. Ricorda Maurizio Crosetti l’episodio più significativo: "La cosa più bella accadde a Perugia, sei anni fa. La Juve sta perdendo lo scudetto, ultimi minuti, l’arbitro dà una rimessa a Pessotto ma lui dice che è un errore, e restituisce la palla all’avversario". Sconvolge perché interrompe come un taglio netto le sottili gherminelle dei cinquanta milioni di ct sulla formazione della Nazionale, le discussioni su questa o quella telefonata, le polemiche sul calcio e sull’indecenza di un sistema malato. E sconvolge, semplicemente, perché ci ricorda che tra una partita e l’altra questi ragazzi sono solo ragazzi. Che possono diventare fragili quando smettono di giocare, quando sono sottoposti a momenti difficili, a polemiche più grandi di loro, a incertezze quotidiane. Come tutti gli altri. Negli scorsi giorni Del Piero ha parlato di sé come di un Achille in panchina. Anche il suo amico Patroclo, terzino e a volte mediano dalle mille doti, è un eroe fragile e delicato, a cui è necessario stare vicino.
Stasera iniziativa di Legambiente e CCR in Sala Maddalena (Monza), alle ore 21. Si parlerà di Cascinazza, di Piano di governo del territorio e della legge regionale che renderà Monza più brutta. Non mancate!
Se Il Giornale di Paolo Berlusconi parla della Cascinazza di Paolo Berlusconi
Il Giornale – di proprietà di Paolo Berlusconi – parla spesso dell’affaire Cascinazza – di proprietà di Paolo Berlusconi. Lo fa per attaccare la Giunta Faglia e per rappresentare le ragioni del centrodestra all’opposizione in città. Scrive Giorgio Majoli di Legambiente un commento che condivido pienamente e che riporto così com’è:
Su Il Giornale di ieri è comparso un articolo di Marco Pirola sulla vicenda dei Piani regolatori di Monza, promossi o adottati da tutte le Giunte, di ogni colore politico, da 20 anni a questa parte. Dopo una breve descrizione in tale senso ed alcune considerazioni sul previsto ostruzionismo che l’opposizione si prepara a fare in Consiglio comunale al nuovo PGT, si termina il testo con affermazioni a mio avviso assai discutibili. Si afferma ad esempio che la giunta Faglia non avrebbe mai pubblicato il Piano del 2002, nonostante le 600 osservazioni presentate dai monzesi; che pur tacciando quel documento di ogni nefandezza, la giunta attuale se ne sarebbe servita contro i ricorsi; che nel frattempo sarebbero stati costruiti oltre 500.000 metri cubi.
Le cose non stanno proprio così. La giunta Colombo (Forza Italia) ereditò dalla quella leghista di Mariani il cosiddetto Piano Benevolo, adottato nel Marzo del 1997 e regolarmente pubblicato alla fine dello stesso anno per oltre 60 giorni. Erano allora pervenute 360 osservazioni (non 600), alle quali la successiva amministrazione non ritenne di dover dar corso, ma cominciò subito a rifare il Piano con ben 4 varianti, di cui, la più rilevante fu quella che introduceva nel Parco di Cintura di Benevolo più di 1 milione di metri cubi, cambiandolo quindi sostanzialmente. È bene considerare che una giunta cerca di rispettare e di far rispettare le regole in essere (nel caso dei PRG: vigenti o in salvaguardia) e non può fare diversamente, anche se spesso gli accade di dover difendere quello che non condivide o che considera imperfetto, pur mettendo poi in atto le necessarie modifiche parziali o generali. Così è accaduto per la giunta Faglia che si è trovata a dover gestire un Piano regolatore imperfetto, ritenuto tale per ben tre volte anche dal TAR, e che notoriamente non condivideva. La Legge Regionale 12 del marzo 2005 ha poi modificato sostanzialmente la materia urbanistica, sia nelle procedure che nel merito dei piani generali (da PRG a PGT). Il Comune, a quel punto, ha dovuto (per obbligo di legge) ricominciare un’altra volta tutto da capo, pur dopo aver licenziato il suo nuovo Piano regolatore nel dicembre del 2004. Le considerazioni di cui sopra consentono di fare una valutazione anche diversa delle volumetrie citate nell’articolo. Non entro nel merito delle quantità effettivamente costruite, anche se mi risulta che i metri cubi residenziali di nuova edificazione siano stati 300mila in 4 anni (e non 500mila) e praticamente tutti su aree già edificate e quindi già compromesse. Il restante mi risulta sia relativo a costruzioni destinate al settore produttivo terziario (uffici) e secondario (industria e artigianato), edificazione che considero, per certi aspetti e nelle dovute proporzioni, da auspicare e promuovere, viste le attuali vicende dell’economia ed i cambi epocali a cui stiamo assistendo. Senza poi contare che mescolare volumetrie residenziali con quelle produttive è del tutto sbagliato (i capannoni sono alti 8 metri).
Abbiamo visto che il Piano regolatore del 2002 è stato sospeso per ben tre volte dal TAR lasciando così scoperta Monza delle necessarie salvaguardie per mesi e facendola tornare al PRG Piccinato del ‘71. Si è prodotto così, in questi periodi, un “effetto valanga” per quanto riguarda la presentazione di piani di costruzione, lo stesso che si teme ora con il Progetto di legge 145 regionale. Senza contare che quando si fa un nuovo PRG, da sempre, tutti cercano di edificare il più possibile sulla base del vecchio Piano. Basterebbe considerare le volumetrie (ben superiori) rilasciate poco prima dell’adozione del Piano Benevolo o dello stesso Piano Piccinato del ‘71.
Difendere l’ambiente vuol dire difendere l’interesse generale e oggi l’interesse pubblico di Monza è quello di dotare al più presto la città di un nuovo strumento urbanistico e di nuove regole che la facciano uscire definitivamente dalla secche di situazioni difficilissime da gestire e da controllare, anche per via delle grandi quantità di cemento e dei relativi rilevanti interessi economici in gioco, che bloccano da tempo le libere scelte del governo cittadino.