Ieri il fronte del sì guidato dal premier-nonmidimettopiù esaltava la riforma: «meno poteri alle Regioni!».

Resta da capire che cosa c'entri uno slogan del genere con la riforma che l'Ulivo (citata a sproposito dai promotori della riforma boschiva) propose nel 1996 che iniziava così: «La realizzazione di un sistema di ispirazione federale richiede un cambiamento della struttura del Parlamento». Altro che ispirazione federale, quindi.

Le contraddizioni però non finiscono qui: perché «il meno poteri alle Regioni» porta con sé che il Senato sarà quasi interamente composto (salvo i senatori "a vita" che diventano "a termine") da senatori eletti dai Consigli regionali.

Nel libro La Costituzione spezzata di Andrea Pertici (Lindau, 2016) appena uscito in libreria trovate (alle pagine 80 e 81) una tabella preziosa per comprendere la composizione di questo Senato.

Ci sarà un sindaco scelto da ciascun Consiglio regionale (che poi uno si chiede perché debba essere il Consiglio regionale a scegliere il sindaco, ma come capite di queste stranezze la riforma è piena). Al sindaco si aggiunge un certo numero di consiglieri che vanno da 1 (in 10 Regioni comprese le due Province Autonome) fino ai 13 della Lombardia.

Ogni volta che si vota in ognuna di queste Regioni, si cambia una porzione di Senato.

Nel 2017 votano Sicilia (7 senatori).

Nel 2018 votano Lombardia (14 senatori), Lazio (8 senatori), Friuli-Venezia Giulia (2 senatori), Valle d'Aosta (2 senatori), Molise (2 senatori), Basilicata (2 senatori), la Provincia Autonoma di Trento (2 senatori), la Provincia Autonoma di Bolzano (2 senatori).

Nel 2019 Piemonte (7 senatori), Emilia-Romagna (6 senatori), Calabria (3 senatori), Sardegna (3 senatori), Abruzzo (2 senatori).

Nel 2020 Campania (9 senatori), Veneto (7 senatori), Puglia (6 senatori), Toscana (5 senatori), Marche (2 senatori), Liguria (2 senatori), Umbria (2 senatori).

Quindi, se il Senato fosse già quello attuale (e per capirci sarà così davvero tra cinque anni), nel 2017 cambierebbero 7 senatori, nel 2018 34, nel 2019 21, nel 2020 33. Ciò significa che – a parte quello che potremmo chiamare «l'anno della Sicilia» – cambierebbe tra un quarto e un terzo della composizione del Senato (e conseguentemente degli equilibri dello stesso) ogni anno.

Senza contare poi che ogni anno ci sarebbero tra un quarto e un terzo di senatori uscenti, giustamente preoccupati delle proprie elezioni regionali.

Per aggiungere un altro elemento di volatilità (la votabilità è bassa, come sapete) c'è anche la questione dei sindaci, anche loro inevitabilmente sottoposti a turn over. I sindaci-senatori cambiano in due casi: cambiano ogni volta che si rinnova il Consiglio regionale che li ha indicati e decadono quando cessano il loro mandato da sindaci, che comporta l'automatica cessazione del loro mandato da senatori. Quindi, ogni Consiglio regionale deve tornare a indicare un altro sindaco, ogni volta che il sindaco che viene indicato – magari già a metà del suo mandato, nulla lo vieta – conclude il proprio incarico.

Sperando che non si tratti del caso limite del sindaco di Viareggio, che cambia ogni anno, ciò significa che sarà introdotto dalla riforma un altro elemento di 'precarietà', potremmo dire.

Più o meno fissi rimarranno solo i senatori a vita che però diventeranno 'temporanei': il loro mandato da senatori durerà sette anni.

Per usare un'immagine cara a molte mamme italiane, che ci hanno ripetuto spesso che «questa casa non è un albergo», questo Senato gli assomiglia parecchio, a un albergo.

Poi l'albergo, peraltro, uscendo di metafora, qualcuno glielo dovrà pagare a questi senatori a zero euro (!). Per la precisione: viaggio, alloggio, vitto e trasferta. Diciamo una diaria.

Proprio un capolavoro.

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