Pare sia molto di moda dire quello che si farà nei primi cento giorni. Perché dà l’idea dell’efficienza, delle risposte da dare subito, delle cose che non si possono più rinviare.

Ed è giusto richiamare l’attenzione sulle prime cose da fare per dare una scossa ad un Paese immobile, di più, immobilizzato.

Credo però che ci voglia del tempo, come scrivevo qualche giorno fa. Perché solo una legislatura che cambi le cose in profondità, che dia segnali positivi nel rapporto tra elettori ed eletti (dopo il ventennio-di-chi-sappiamo-noi e la parentesi tecnica), che restituisca credibilità alle istituzioni, che offra soluzioni ai problemi del Paese, solo una legislatura così potrà superare la frammentazione e la disaffezione che oggi viviamo tutti e che in molti casi è legittima.

Come dicevo a Formigoni, in aula, quando si discusse delle sue dimissioni e la Lega gli rinnovò la fiducia fino al 2015 (era il mese di giugno dello scorso anno), la politica può travolgere se stessa e le istituzioni che interpreta. Come scrivevo ai nostri dirigenti da quasi una legislatura intera (appunto), l’indignazione avrebbe colpito anche chi si trovava all’opposizione, senza fare troppi distinguo, anzi negandoli all’insegna del motto più popolare degli ultimi anni: «sono tutti uguali».

Ecco, perché siano tutti uguali (i cittadini) e perché si possa scegliere tra politici diversi (e uguali solo perché tutti di valore, a destra e a sinistra), bisogna avere un po’ di respiro. E restituirlo ai cittadini, che sentono da troppo tempo un’aria pesante, sul nostro Paese e sulla sua politica.

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