Con Alberto Biraghi, qualche anno fa, inventammo la categoria dei luogocomunismi, quelle frasi fatte che disfano la politica italiana da secoli. La peggiore, per noi, era: "non accettiamo lezioni da nessuno". La frase più antipolitica (e insensata) che ci sia, per la politica e per i politici, soprattutto.

Ora è tale la crisi economica, sociale e politica del Paese, che noi dovremmo essere spugne, non pietre del quaternario. Dovremmo avere l'orgoglio dell'umiltà, per ritrovare quella fiducia che è andata perduta.

Da qualche giorno, ad esempio, è partita la mobilitazione degli indignados italiani, in previsione del 15 ottobre, giornata internazionale del "dissenso informato", potremmo chiamarlo.

Il mio modestissimo consiglio è uno solo: prendere sul serio, partendo proprio dalle manifestazioni del dissenso, la trama del consenso che è mutata, in questi anni. Cogliere l'occasione per estrarre dalla tasca un taccuino e una penna, non per redigere l'ennesimo comunicato stampa, ma per cercare di registrare ciò che si muove e cosa cambia.

Cercare di capire quello che succede là fuori è l'unica vera priorità. E cercare di organizzare, da parte nostra, un lavoro coerente e un progetto politico che sappia offrire rappresentanza ai nostri concittadini, proprio perché si prende cura della sostanza delle cose.

Le cose cambiano, in profondità. Il precario assume il rischio che un lavoratore dipendente non ha mai conosciuto, assomigliando a un piccolo (microscopico!) imprenditore, anche solo di se stesso. D'altra parte, un imprenditore dipende molto più di prima dalle trasformazioni in atto, e magari dallo spread e anche dalle condizioni generali del contesto economico e dalla salute dei conti pubblici, intrecciati più di prima con l'andamento mercati finanziari ed esposti alle loro oscillazioni.

E il precario imprenditore e l'imprenditore dipendente stanno pensando che sono un po' indignati, entrambi, soprattutto perché non capiscono. E certo non hanno bisogno di una classe politica che continui a ripetere, a se stessa e a tutti quelli che le si avvicinano: abbiamo capito noi, tranquilli. Hanno bisogno, i cittadini italiani, di un gruppo dirigente di cui si sentono parte, che sa spiegare le cose e il senso delle scelte, le ragioni profonde che le determinano, e un percorso di comprensione e di trasformazione della realtà.

Quella frase celebre di Marx, allora, ha bisogno di una premessa: perché non è questione soltanto di interpretare il mondo e di trasformarlo, è questione di capirlo, prima. Facendoselo spiegare, dagli altri, e facendolo capire, agli altri. Quelli che si indignano in pubblico e quelli che si indignano nel loro ufficio, nella loro auto, nella loro casa. E che insieme, solo se troveranno un accordo e un progetto, potranno cambiare quel mondo che non piace più a nessuno. E trovare qualcuno che rappresenti i sensi di questa trasformazione e che la sappia interpretare. Appunto.

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