L'«irritazione» con cui Bersani ha salutato lo sciopero della Cgil rinverdisce il noto dibattito all'interno del Pd, per la serie: mi si nota di più se vengo e sto in disparte o se non vengo proprio?

Il punto politico, però, questa volta, mi sembra più rilevante: perché il richiamo alla coesione che Bersani fa proprio e rilancia, rimproverando alla Cgil lo sciopero di settembre, confligge (appunto) con l'idea che in questo Paese vada alimentato un conflitto molto serrato sul nostro destino e sulle misure da prendere.

Che si accusi la Cgil di scioperare da sola, fa quasi sorridere: e con chi dovrebbe scioperare, con la Cisl e la Uil e magari anche Sacconi?

E poi, chi dovrebbe scioperare, se non il più grande sindacato italiano (con tutti i suoi limiti e i suoi ritardi), di fronte a una manovra scandalosa (come l'ha definita anche il gruppo dirigente del Pd)? Davvero pensiamo che documenti dall'afflato unitario possano portarci fuori dalle secche in cui siamo finiti (e tra un po', se andiamo avanti così, le arrediamo, le secche, perché ormai sono il nostro habitat naturale)? Davvero crediamo che i terzismi (che Bersani sostiene di rifiutare, a proposito di Montezemolo, ma non di Casini, per altro) possano essere la soluzione ai nostri problemi?

Per costruire un'unità del Paese, ci vuole dibattito, confronto e pluralismo. E anche conflitto, sì, anche se la parola sembra politicamente scorretta. Perché questo è il Paese in cui il conflitto d'interessi è negato, sia a titolo personale, che sotto il profilo collettivo.

Nell'Italia in cui Alfano si può presentare come il segretario rinnovato di un partito che guarda al futuro (dopo aver devastato passato e presente), nell'Italia in cui imprenditori in palese conflitto d'interessi (appunto) continuano a presentarsi come politici del futuro, nell'Italia in cui i leader dell'opposizione chiedono un governo di transizione dopo uno scempio ventennale, nell'Italia in cui a detta di tutti andare a votare sarebbe una follia (tanto da pensare che la legislatura proseguirà anche dopo il 2013), nell'Italia in cui ora tutti ricorrono a terminologie rifiutate per anni (a cominciare dalla patrimoniale, che ora sostengono tutti o quasi), non si può protestare?

Ringraziamo chi lo fa, chiedendo di associare a questa protesta una proposta e un'idea di Paese, come scrivevo ieri. E di mettersi in discussione, a propria volta, perché è il momento di farlo.

Questa è la democrazia. Che non c'è. Cerchiamo di non farci sorprendere pure noi, che ci chiamiamo partito democratico.

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