Gli intellettuali fascisti del '25, dice Scilipoti. Sono loro che la pensavano come la pensa lui oggi. Lui, al massimo, ne è onorato.

«Non capisco dove sia tutto questo scandalo. Mi accusano di plagio, ma stiamo scherzando? Cosa c’è di male se alcune mie riflessioni e frasi si trovano nel Manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile?». Domenico Scilipoti respinge al mittente le accuse di aver copiato interi brani del Manifesto redatto nel 1925 dagli intellettuali fascisti per la redazione del programma del suo Movimento di responsabilità nazionale. «Innanzitutto – dice Scilipoti all’AdnKronos – l’Espresso ha messo a confronto i testi solo su due punti, mentre il programma del Movimento di responsabilità nazionale è fatto da ben 16 punti. Non si parla solo di patria e politica, ma anche di madre natura, ecologia, criticità bancarie e tutto quello che riguarda il rispetto della vita e la libertà di cura.

Resta da capire, insomma, da chi ha copiato gli altri 14.

«Se poi – ribadisce – qualche frase o riflessione sia sata utilizzata dagli intellettuali di Gentile, questo non può che farmi piacere. Ma questo non significa che abbia copiato. Ognuno di noi, ha una sua formazione culturale, quando ho scritto il programma con i miei collaboratori, può darsi che alcune letture sono tornate in mente, ma non c’è stato nessun plagio».

Nessun problema, insomma, anche perché «tutto ritorna».

«Del resto – sottolinea l’ex dipietrista – tutto si ripete. Nel senso che molti concetti di ieri, valgono oggi. Anzi, ripeto, mi sento onorato del fatto che intellettuali del ‘25 abbiano fatto riflessioni che io ho fatto».

Con Scilipoti, arconte eponimo dell'attuale stagione politica, si compie, sotto forma di caricatura, la fase politica che ci ha accompagnato in questi ultimi anni.

L'uomo non ha pudore, né senso del ridicolo. Non potrebbe averli, rovinerebbero il personaggio. Lo depotenzierebbero. Perché Scilipoti non è come tutti gli altri: è molto peggio.

Il suo insegnamento – rovesciato – vale anni interi di intemerate ispirate al moralismo e alla buona politica.

La sua, non quella di Grillo, è antipolitica, perché è una parodia incessante di tutto quello che la politica dovrebbe essere. Il suo disegno è scientifico. La sua vocazione al martirio mediatico è limpida. E anche la simpatia che l'accompagna, l'alzata di spalle con cui ogni sua trovata viene commentata, dimostra che il sistema è irriformabile.

La sua è la corrente del pessimismo (nel senso di pessimo), della cialtroneria manifesta, della conclamata inadeguatezza. Gentile era scilipotiano. Croce, invece, era un irresponsabile. Da Di Pietro a Berlusconi, con un simbolo che ritrae lo yin e lo yang, passando per l'agopuntura e la responsabilità, per trovare finalmente se stesso.

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