Questione di punti di vista: se il Post la presenta in negativo, il vostro affezionatissimo, oggi, sull'Unità, cerca di vedere i lati positivi dell'attuale situazione politica.
La crisi strutturale della destra italiana, le contraddizioni della Lega, i distinguo che non tengono più, la doppietta Scajola-Brancher, i “grandi eventi “che hanno riguardato la figura di Bertolaso (pupillo del premier e suo erede mancato), la Finanziaria che fa male, non piace a nessuno e crea problemi anche ai suoi estensori, le incertezze del federalismo di cui si sa ancora pochissimo (se non che sarà difficilissimo anche solo da immaginare), il dissidio ormai plateale con Fini e con larghi settori della maggioranza: tutto questo fa pensare che siamo entrati in una nuova fase politica.
Il buon senso e anche la scaramanzia ci portano a diffidare delle soluzioni troppo facili e degli scenari fantascientifici di cui abbiamo letto in queste ore. Berlusconi resisterà, come ha sempre fatto, e proverà a rilanciare, magari appellandosi direttamente al popolo sovrano (in questo caso, il sovrano sarebbe lui stesso, come sempre). È un momento grave, insomma, e molto delicato, ma è anche un passaggio di straordinaria importanza per il centrosinistra: una grande opportunità per chi pensa all’Italia in modo diverso, per il Pd e per le forze democratiche che finalmente possono ripartire, insieme. Ora devono prendere parola, farsi sentire, avvicinarsi agli elettori sconcertati da questo spettacolo, offrendo di sé e del Paese un’immagine che non sia nemmeno lontana parente di quella che abbiamo visto negli ultimi mesi.
È ora di abbandonare le timidezze e di lanciare una sfida senza quartiere (e in ogni quartiere) a questa destra impresentabile, che ha fallito proprio sul suo presunto terreno, quello «del fare», della concretezza e dei risultati che non arrivano.
I simboli del berlusconismo si sono sgretolati, in Abruzzo come a Napoli, nella sicurezza negata dalle intercettazioni, nella mancata difesa del territorio, abbandonato senza risorse e senza progetti.
È un momento decisivo, anche e soprattutto per il Pd. Perché ora il Pd può dimostrare agli italiani, ai suoi elettori e militanti quanto vale, quanta passione può mettere per tirare fuori l’Italia dai guai, per cambiare la politica, per ridare dignità al nostro Paese. Può finalmente aprire un dialogo con chi è rimasto tagliato fuori dalla crisi – a cominciare dai giovani italiani, per un terzo senza lavoro e per il resto coperti solo parzialmente da garanzie e diritti. Può parlare di economia guardando oltre, cercando di delineare percorsi di qualità che facciano crescere il nostro sistema produttivo.
Un Paese da unire, come vuole il 150°, con la politica, però, perché la famosa «identità» si costruisce così. Un Paese che faccia vivere il richiamo costituzionale, come ha fatto quel ragazzo dall’altra parte dell’oceano, proprio perché vuole essere all’altezza di una missione che ha largamente perso di vista (e la Costituzione, si sa, vive nel futuro, non nel passato a cui qualcuno vorrebbe confinarla). Un Paese che investe, che scommette sul domani, che non si spaventa delle proprie miserie, perché finalmente intende affrontarle, da Nord a Sud, all’insegna della lealtà e della responsabilità. Due parole che si sono eclissate in questi anni di predominio della destra. Due parole dalle quali ripartire, e che insieme ne fanno una terza: rispetto. Il rispetto per noi stessi e per le persone che ci candidiamo a rappresentare. Di nuovo. In una sfida moderna, dal sapore antico.

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