Torno su Rutelli, per l’ultima volta (anche se temo, mentre scrivo, che non lo sarà). Rutelli va via: una questione che attiene più al Lebensraum che a una precisa opzione politica. Cerca visibilità e cerca spazio. Cavoli suoi, per dirla in politichese. E le ragioni che adduce vanno analizzate, proprio perché, a occhio nudo (e senza condizionamenti), non sono convincenti.
Abbiamo posto tre condizioni, sospendendo l’attività della Margherita: niente approdo nel socialismo europeo; ma siamo finiti lì. Basta collateralismo, basta vecchie cinghie di trasmissione tra politica, corpi sociali, interessi economici; ma le file organizzate di pensionati Cgil, alle primarie, dimostrano che non ne siamo fuori. Pluralismo politico; ma anziché creare un pensiero originale, si oscilla tra babele culturale e voglia di mettere all’angolo chi dissente. La promessa, dunque, non è mantenuta: non c’è un partito nuovo, ma il ceppo del Pds con molti indipendenti di centrosinistra.
Per prima cosa, la soluzione europea, benché tardiva (ci hanno messo tre anni, gli strateghi) è alta. E guarda avanti. Il collateralismo a me convince altrettanto poco, infatti, pretendo che il Pd sia autonomo e libero. I pensionati della Cgil (un po’ di rispetto, per favore) non sono certo un problema. Anzi. Il problema forse è avere qualche giovane in più, tipo. Quanto al pensiero nuovo, rovescio la questione: che cosa ha detto Rutelli, di nuovo, in questi due anni? Ci vuole Pepe Carvalho per scoprirlo, perché io, che pure ho letto il libro del “già Nostro”, e compulso i giornali, fatico molto a capirlo.
La decisione è strumentale, quindi, e lo hanno capito tutti. Anche perché, Rutelli esce dalla porta, ma rischia di rientrare dalla finestra. E voglio vedere le facce di tutti i teorici della famosa politica delle alleanze quando dovranno spiegarci l’opportunità politica di fare un’alleanza del genere. E, soprattutto, vorrò vedere il viso struggente di Rutelli, costretto ad allearsi con quello che lui, gentilmente, chiama Pds.
Detto questo, c’è un problema, segnalato da molti: che il Pd deve essere proprio quella cosa di cui parla, en passant, quasi senza accorgersene, Rutelli. Una forza capace di «creare un pensiero originale». Una propria lettura della società. Capace di rappresentare non solo gli ex (che Rutelli insieme rifiuta e evoca), ma anche quelli che si sono avvicinati negli ultimi tempi, nel nome dell’Ulivo (per capirci) e di quelli che ancora si avvicineranno (nel nome dell’anagrafe, e di una diversa comprensione della storia, per intenderci). I toni militari, che si sentono echeggiare in molte sedi del Pd, e che guardano indietro, a me non piacciono. Non me ne andrò certamente (figuriamoci), ma pretendo da me stesso e da tutti i democratici una cosa molto semplice e molto chiara: non dover dare ragione a Rutelli. Sarebbe molto triste.

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