Spazio ombelicale. Aut. Min. rich. E’ tardi, qui in via Filzi tutto è immobile. Qualche telefono che squilla in lontananza, il tram che sferraglia qualche piano più sotto, le nuvole nere che sembrano essersene andate, ma non si sa mai (piove da mesi), la signora cinese che fa le pulizie che mi fa compagnia. C’è un’aria di stanchezza e di rassegnazione, nel ceto politico italiano. Ci si muove dentro uno schema asfissiante, tra quello che succedeva (e succede ancora) a Roma e i "luoghi camuni" della Regione, dall’accademia delle ronde padane (sic) all’ennesima discussione sui parchi che la Regione dovrebbe difendere "e invece". Sullo sfondo lo stato del Pd e la campagna elettorale prossima ventura. Una cosa che ho trovato qui mi conforta: «Amerigo, lui, aveva imparato che in politica i cambiamenti avvengono per vie lunghe e complicate, e non c’è da aspettarseli da un giorno all’altro, come per un giro di fortuna; anche per lui, come per tanti, farsi un’esperienza aveva voluto dire diventare un poco pessimista. D’altro canto, c’era sempre la morale che bisogna continuare a fare quanto si può, giorno per giorno; nella politica come in tutto il resto della vita, per chi non è un balordo, contano quei due principi lì: non farsi mai troppe illusioni e non smettere di credere che ogni cosa che fai potrà servire». Era Italo Calvino, La giornata di uno scrutatore. Dedicato a chi non è un balordo.

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