Per una volta non sto parlando di lui. Un signore mi ferma, dietro alla statua di Marx ed Engels, e mi chiede: «Lei è berlinese?». Non lo sa che, pensando a Kennedy, mi sta facendo quasi una dichiarazione. Un complimento. Vuole sapere dov’è la Pariser Platz, che poi sarebbe un luogo quasi metafisico tra la fine di Unter den Linden e la Porta di Brandeburgo. La domanda non era poi così difficile e il vostro affezionatissimo, erede di Funes el memorioso e della sua memoria patologica, si ricorda e spiega che deve andare a sinistra, guardando Marx ed Engels (per dire), esprimendosi in quella strana lingua che ormai parla da settimane, incrocio di tutte le altre, alla quale da qualche ora si è aggiunto uno stentatissimo tedesco. Mi chiede di una piazza, e non sa, il tedesco-che-non-è-di-Berlino, che proprio alla ricerca di piazze mi ero mosso, uscendo dalla casa di Francesca, con il cielo grigio sopra di me, e Jemaa el-Fna ancora dentro di me. Alex è, ovviamente, Alexander Platz, la più classica delle non-piazze, che racchiude dentro di sé segreti talmente sconvolgenti, dal punto di vista storico, che uno si sente come calamitato (per quanto riguarda il meteo, oggi non c’era la neve, come vuole la canzone, ma una pioggerellina particolarmente fastidiosa). E poi c’è Bebelplatz, la piazza davanti all’università, con il celeberrimo monumento dedicato al rogo dei libri, a cui sono molto affezionato. E poi, finalmente, in tutta la sua magnificenza (di cui per altro salvo solo il grattacielo di questo signore), la Postdamer, che non è più una piazza, ma quell’incrocio di percorsi (meglio, di traffici) che era sempre stata, prima di diventare davvero una ‘piazza’, ma a causa dei bombardamenti, prima, e, poi, del Muro. Il segreto di Alex, quindi, è la memoria. Il vuoto e il pieno. Qui, a Berlino, per oggi, può bastare.

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