«Oh coz nothing is lost, it’s just frozen in frost»

Il verso di Damien Rice con cui si apre il capitolo finale del miglior romanzo italiano del 2008 lo conclude e descrive perfettamente. Sto parlando (ovviamente, perché lo fanno tutti) di Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi, Mondadori. Lui è giovanissimo, ma ha una scrittura matura, definisce con precisione estrema il profilo dei personaggi, costruisce una storia appassionante e verosimile, nonostante la potentissima miscela di traumi e ossessioni da cui è attraversata. Un giorno tutto il dolore che colpisce i protagonisti, Alice e Mattia, sarà loro utile, perché la loro vita si misura costantemente con esso. E il loro rapporto si costruisce e risolve proprio a partire da questo dolore e dalla sua assunzione. C’è qualcosa di grandiosamente hegeliano in tutto questo, nell’immane potenza del negativo, certamente, ma soprattutto nella tensione essenziale che attraversa tutta la storia. E la percorre in lungo e in largo, tanto che è difficile sottrarsi alla lettura, quasi che Giordano, questa tensione, sappia trasferirla anche ai suoi lettori. Non si può farne a meno, fidatevi.

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