Spazio ombelicale. Aut. Min. rich. E’ un periodo che mi piace svegliarmi molto presto la mattina. E’ l’unico momento in cui tutto mi sembra andare bene tra me, le mie parole e la mia anima. Ed è l’unico momento in cui non suona il telefono. Spesso scorre una canzone in sottofondo: ora è Que sera, sera nella versione di Damien Rice (un mio idolo personale) e di David Gray (dal multi-concerto del Live earth, una canzone che se non sbaglio fu scritta per un film di Alfred Hitchcock, L’uomo che sapeva troppo, tanto per dire). «The future’s not ours to see», dice la canzone, e in effetti avrei bisogno di un tetris esistenziale, che rimetta al loro posto i mattoncini, nel giusto ordine e con le corrette modalità di incastro. Senza che me ne debba occupare personalmente e coscientemente. E’ che non mi piacciono più le profezie: le trovo un genere letterario dannatamente prevedibile. Sul serio. Anche perché poi non è mica vero che si autoavverino. Per niente. Per cui, the future’s not ours to see. Buona giornata. Tutto qui.

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