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Comunque vada

Il fico di Ulisse (di cui si è parlato diffusamente in questa sede, con una pubblicazione, diciamo così, di riepilogo) sarà al centro delle analisi elettorali.

Sorprende la modalità con cui il tema della disaffezione si sia imposto, quasi fosse una moda, solo nelle ultime ore: come se in questo Paese non ci fosse un problema di rappresentanza, come se non conoscessimo da tempo le spinte anti-sistema, come se fosse davvero impossibile prevedere che il crollo verticale di uno dei due schieramenti (che, comunque vada, ha perso la metà dei suoi voti) avrebbe portato molti voti da un’altra parte. Che non era l’altra parte, appunto, ma qualcosa che prima non c’era.

L’esigenza di cambiamento spesso si traduce, in questo Paese, nella richiesta di premere il pulsante reset, magari da parte degli stessi elettori che hanno sostenuto – oltre misura, almeno dal punto di vista temporale – uno stato di cose, confermandolo con il loro voto, in questo caso, per vent’anni.

Dalla rottamazione siamo passati alla liquidazione: tema non nuovo, che soprattutto al Nord conosciamo molto bene, perché nel breve volgere di due anni, dal 1992 al 1994, si impose con percentuali che superarono in alcuni casi addirittura il 50%. Poi è giusto notare che anche allora c’erano altri argomenti, che si aggiungevano al tema di fondo dell’azzeramento dei partiti tradizionali e del sistema politico nazionale.

La rivendicazione (elettorale) della politica

Leggete Andrea, che scrive cose interessanti sull’argomento, di cui nei prossimi giorni e nei prossimi mesi si parlerà parecchio.

Se la recensione è migliore del libro

Stefano Aurighi analizza in profondità La rivendicazione della politica.

La prima cosa da fare è cercare di capire

Lo scrive Concita De Gregorio. Da tempo lo sostengo in questa sede (tag: il fico di Ulisse), e da qualche giorno anche attraverso una piccola pubblicazione. E mi sorprende ancora che siano così pochi a farlo, tra i politici di professione, soprattutto oggi, soprattutto in Italia.

Ogni volta che accostiamo Grillo a Berlusconi, anche con ottimi e fondatissimi argomenti, ricordiamoci di voltare loro le spalle e guardare chi hanno di fronte. Tra la deputata Elvira Savino detta la Topolona selezionata alla Camera in virtù della sua abilità nel reclutamento delle ospiti delle ‘cene eleganti’ a casa Berlusconi e la ragazza di Mondovì che si batte contro la tratta delle schiave c’è differenza. E se la risposta è che la Topolona è più furba perché così va il mondo allora è meglio pensare che il mondo invece può cambiare. Pazienza se vi sembra naif. C’è un’Italia pronta a ripartire, vince chi la ascolta.

Ci sarebbe parecchio da dire

Sulle primarie online del M5S. Prima di potersi fare un’idea complessiva dell’evento, una cosa interessante la dice Marina Terragni.

Quella sfida da raccogliere

Alessandro Lanni e la sua generosa recensione de La rivendicazione della politica.

La cosa più intelligente

Che un politico italiano abbia detto sul M5S:

Beppe Grillo ha nel suo vocabolario parole chiare che parlano della crisi nel mondo, al netto di elementi di populismo e qualunquismo. Bisogna sfidarlo sul terreno di quelle parole, perché demonizzarlo significa consegnarlo al mito. Dobbiamo stanarlo, provare a parlarci, discutere con la sua gente.

L’ha detta e scritta Nichi Vendola, oggi.

Per il resto, se posso, consiglio di dare un’occhiata qui.

Capire prima di parlare

Stefano dice che bisogna cambiare strategia con gli elettori del M5S. E non ha torto, anzi.

La sfida del 2013

Leggete in particolare la quarta colonna del pezzo del Corriere di oggi. L’argomento, come sapete, mi sta a cuore e ne scrivevo anche ieri.

Forse è già troppo tardi, ma provarci è l’unica cosa da fare.

Se arriva l’uragano

Mattia Feltri adotta toni drammatici, tipo Sandy:

Preparate i sacchi di sabbia: il diluvio è appena cominciato. Il sindaco a Parma, il quindici per cento e primo partito di Sicilia sono stati niente perché è nei prossimi mesi che il Movimento 5 Stelle promette di far ballare tutti. Si rinnovano i consigli regionali del Molise ma soprattutto del Lazio e della Lombardia (forse il 27 gennaio), da dove il centrodestra esce dal governo dopo un finale imbarazzante, fra ostriche trangugiate, vacanze caraibiche, soprattutto fra predazioni furibonde e apparentamenti con la ’ndrangheta.

Subito dopo bisognerà eleggere il sindaco di Roma, nello stesso giorno in cui si voterà per le Politiche. Non c’è istituto demoscopico, come molti sanno, che a livello nazionale quoti sotto il venti per cento i grillini (siccome non amano essere chiamati così, propongono il terribile acronimo Am5s, attivisti eccetera, oppure “cittadini”). Sono percentuali su cui si trasecola e su cui si imbastiscono teorie sociologiche. Ma fin qui si è un po’ trascurato quello che rischia di succedere localmente.

Nella pagina accanto, sull’edizione di oggi della Stampa, cerco di spiegare che cosa si può fare, come già nel testo che ormai conoscete.

Perché sono fondamentali due cose, soprattutto: la scelta degli argomenti, da una parte, e dall’altra l’atteggiamento e l’approccio alla questione che ci è stata posta con forza, e non da ora, dagli elettori di tutte le estrazioni e di tutte le provenienze, politiche e geografiche.

Gli argomenti li conosciamo: riguardano la legalità, la trasparenza, l’ambiente, l’innovazione, il controllo da parte dei cittadini delle decisioni che i politici assumono, la finanza e la crisi economica. Temi che riguardano il M5S, ma anche l’astensionismo e l’indignazione, che sono categorie che non si risolvono semplicemente nel «fenomeno Grillo».

Come sempre, al centro ci sono fiducia e rappresentanza, che devono riguardare anche l’approccio da assumere nelle prossime settimane: è ora di piantarla con lo snobismo e con il fastidio da lesa maestà tipico di una certa politica, e rendersi disponibili a un confronto politico a tutto campo.

Perché oltre a cercare un candidato moderato, come molti sostengono anche per la Lombardia (un refrain antico, che di solito porta sfighissima), c’è da affrontare, ohibò, il tema del radicalismo. Che riguarda molti, quasi tutti.

Dialogo e confronto: a me è capitato, a Bergamo, quest’estate in un dibattito con gli esponenti del M5S, in occasione di una presentazione delle 10 cose. Mi rimproveravano l’assenza degli inceneritori, per loro decisiva e grave, ma alla fine sostenevano di essere d’accordo sul 95% delle questioni che sollevavo. E si dicevano fiduciosi di un cambiamento del Pd, a cui guardano – nonostante tutto – con attenzione, pensando al prossimo governo.

Non perdiamo questa occasione. Potrebbe essere l’ultima.