Una riforma pessima che porta con sé un danno culturale ancora più grave

Rocco Olita ha scritto un pezzo notevole su quanto abbiamo visto, da parte di De Luca e non solo, in questa campagna referendaria (che è stata, per molti, esclusivamente elettorale quando non proprio plebiscitaria):

In definitiva, ci si deve muovere perché si è avuto e farlo perché si può avere. Non so se sia clientelismo, non mi riguarda; è però la fine della politica vissuta come ideale. Perché questo ha detto De Luca: ci si impegna solo se si ha interesse a farlo. Ed è un danno ancor peggiore, non solo alle regioni del “sì”.

Il governatore campano, infatti, è il peggior testimonial che i favorevoli alla riforma potevano trovare, ma è lì e se lo tengono senza cercare di arginarlo; contenti loro. Ma il quadro che con le sue parole e con il nulla di fatto da quella gravità discende spiega a tutti quelli che le ascoltano che l’unico motore in politica è il tornaconto immediato, materiale, monetizzabile. Che sia individuale o di gruppo, di corrente o di territorio, poco cambia: ci si scalda e si agisce se, e solo se, ne vale la pena in termini effettivi, fattuali, tangibili. Sarà per questo che nell’epoca attuale ci si spertica tanto con l’elogio della “concretezza”.

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