
La prima pagina della Padania, 1 febbraio 2012. Oltre al gelo, ci sono anche i cippi (!) di confine, per i cultori della materia.
Ulteriori informazioni qui.
Il sito di Palazzo Chigi si è ‘montato’ la testa:
«…Lisa, una bambina di due anni e mezzo, alla domanda “che cosa hai visto in TV?”, risponde “Ho visto il nonno Mario, quello che dice le cose giuste per il futuro…”».
(Grazie a Valentino per la segnalazione)
Luigi Lusi, che avrebbe distratto 13 milioni di euro dai conti della Margherita, si dice pronto a restituirli e a patteggiare la pena. Bersani, che attende chiarimenti, dice che se tutto fosse confermato (e pare lo sia già) il Pd sospenderebbe Lusi. A mio modesto avviso, dovrebbe anche invitarlo caldamente a dimettersi da parlamentare (il senatore, per tanti anni braccio destro di Rutelli, infatti, è rimasto nel gruppo del Pd). Fatto conseguente, in ogni caso, all’ammissione di colpevolezza da parte di Lusi.
Il punto, però, come sempre, è politico: e forse è il caso di discutere, a partire da questa brutta vicenda, del regime dei rimborsi elettorali. Quelli di cui stiamo parlando, infatti, risalgono alla legislatura precedente (iniziata nel 2006) e, in base a una legge discutibile (a dir poco), sono stati percepiti da forze politiche (alcune già ‘estinte’) per cinque anni, nonostante la legislatura si fosse interrotta nel 2008.
Come chiedono Elio Veltri e Francesco Paola ne I soldi dei partiti. Tutta la verità sul finanziamento alla politica in Italia (Marsilio, 2012), è venuto il momento di introdurre un organismo di controllo sui rimborsi elettorali che sia effettivamente al di sopra di ogni sospetto (la Corte dei Conti andrebbe benissimo) e che verifichi che le somme servano, appunto, per rimborsare i partiti e non per essere utilizzate per investimenti più o meno legittimi. E siano commisurate alle spese elettorali realmente sostenute e ad esse vincolate.
Se la politica vuole ritrovare la credibilità perduta, forse è il caso che si muova, che ne dite?
Lo strano caso del pakistano che in Brianza vende rose con fattura.
Un fiorista ambulante che dal 2002 si trova in Italia con un permesso di soggiorno sempre regolarmente rinnovato e che a casa, dall’altra parte del mondo, ha moglie e figli da mantenere.
Ha scelto il comune di Lissone (Monza-Brianza) Abbas, per la sua attività, ma ha deciso di farlo rispettando tutte le regole. Sa di essere un’eccezione e sorride di questo. La sua storia sarebbe rimasta tuttavia sconosciuta se un cronista del Giornale di Monza non se lo fosse trovato davanti con il libretto delle ricevute e non avesse raccontato la sua storia sul settimanale locale. A fine del mese Abbas chiude, se va bene, con un guadagno di 500 euro, e ne invia cento alla sua famiglia. “Troppi soldi, troppe tasse e adesso è arrivato pure Monti”, commenta, raccontando che i colleghi gli danno dello stupido perché paga le tasse. “La crisi si sente anche nel mio campo, il 2009 è stato l’ultimo anno buono”.
Eppure non si arrende, non evade, tiene nel cassetto tutti i moduli del fisco con riportati i versamenti. E davanti ai “furbetti”, più che nervoso, sfodera stupore. “Non capisco perché ci sono persone che fanno tutto in nero. Mi rubano il lavoro. E i controlli dove sono?”, ha chiesto con gli occhi che sembrano due immensi punti di domanda. Un’unica agevolazione però va a beneficio di Quamar Abbas rispetto agli altri venditori di rose porta a porta. Alcuni ristoranti, in tempi in cui la richiesta dello scontrino per gli italiani è diventata un’ossessione, hanno deciso di premiare la sua onestà, aprendo le loro porte solo a lui.
Oggi chiude Splinder. Ecco i dati del mio blog, dal 2004 a oggi:
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Tetto agli stipendi nella Pubblica Amministrazione. Ma era davvero così difficile? Risponditore automatico: no, però…
Il Dpcm in 6 articoli – che Il Sole 24 Ore è in grado di anticipare – attua la stretta sulle retribuzioni dei grand commis statali contenuta nell’articolo 23-ter della manovra di Natale. Sancendo «il livello remunerativo massimo omnicomprensivo annuo degli emolumenti spettanti a ciascuna fascia o categoria di personale che riceva a carico delle finanze pubbliche emolumenti o retribuzioni nell’ambito di rapporti di lavoro dipendente o autonomo» con Pa allo stesso livello dello stipendio del primo presidente della Cassazione. Che lo stesso provvedimento fissa in 304.951,95 euro nel 2011. Qualsiasi corrispettivo – spiega l’articolo 3 – «se superiore si riduce al predetto limite».
Filippo Gallo per Prossima Italia.