Archivio mensile Archivio: luglio 2011

I seguaci camuni del culto di Orion

Michele Serra, oggi (il resto della storia lo trovate quiqui).

Leggo avidamente le cronache del “Trota-gate”, vicenda minore ma gustosissima del sottobosco lumbard. Pare pensata da Piero Chiara e scritta, però, da un suo emulo non di vaglia, di quelli che mandano tutto in vacca fin dalle prime righe. A cominciare dal nome di battaglia della protagonista, “Monica della Valcamonica”, assessore regionale lombardo. Per proseguire con la sensitiva-veggente da lei fatta assumere al Pirellone, seguace del culto di Orion (la Giunta Formigoni, si sa, è molto attenta alla religione). E poi gli immancabili dossier (chi non ne ha un paio nel cassetto?) che riguarderebbero quelle che i giornali chiamano “storie di corna”, per fare fuori i rivali interni del Trota, affidato dal papà a Monica della Valcamonica e a uno staff, come dire, piuttosto composito, anzi talmente composito che ne faceva parte anche l’indimenticabile Valerio Merola detto Merolone. E finte lauree in psicologia, e un mondo di paesi, di compaesani e di millanterie paesane, di aspirazioni nate al bar e trascinate con febbrile fatica fino a Milano, la grande città che non vota Lega ma alla quale i leghisti arrivano come Renzo Tramaglino, tramortiti dallo stupore. Detestiamo i dossier: puzzano. Ma una sbirciata a un dossier a caso di quelli compilati dalla maga del Pirellone e da Monica della Valcamonica dev’essere un divertimento irresistibile.

«Il nostro partito è veramente un partito democratico»

Ernesto ha scritto una cosa sui partiti che vi prego di leggere, a cominciare dalla citazione di Calamandrei che dà il titolo anche a questo post. Una chiave di lettura fondamentale per capire i rapporti (e le relazioni) all'interno dei partiti. E sulla soglia (da tenere aperta) verso la società.

CivaCalendar: il Manifesto in Puglia

Domani sera, alle ore 21, a San Vito dei Normanni (Br), presso il chiostro dei Domenicani, in via Mazzini. Lunedì a Monopoli (Ba), alle ore 19, in piazza Garibaldi. Martedì a Locorotondo (Ba), presso i giardini della Villa Comunale, in corso XX Settembre.

La questione politica del Pd

Il vostro affezionatissimo in una breve intervista all'Espresso.

Così e ora

Sono in treno, verso Pisa, per l'ultima festa democratica di questo mese di luglio (la 'Z' di Zambra, frazione di Cascina).

Fuori dal finestrino, un mare bello, «'na tavoletta», dice la signora napoletana seduta qui davanti, in una giornata che lo è anche di più.

Niente FrecciaStronzi, questa volta: è un Intercity, il treno, va più piano, si ferma spesso. Che a me piacciono molto le stazioni intermedie. E poi siamo passati da «G. Quarto». Sapete com'è.

C'è lo scompartimento a sei, quello di una volta. E anche il viaggio è quello di sempre, dalla città al mare. Una tratta familiare per ogni milanese, per ciascun lombardo, che ha un ricordo a ogni fermata. Siamo levantini anche noi, del resto.

Un incontro, un saluto, un gruppo di amici, un momento che non dimenticherà, in quei posti davanti al mare, con le spalle coperte dagli ulivi. E dalla macchia. Che è una bella parola, macchia.

C'è una strana nostalgia, anche un po' impaziente, forse perché sto per fermarmi e sto per compiere gli anni, e mi sembrano così tanti, e che gli anni li compie anche Zapatero, lo stesso giorno, che ha detto che poi smette. E ne compie cinquantuno. Che di solito in Italia uno a cinquantuno inizia. E l'aveva spiegata così, questa cosa che smette: «C'è chi crede si possa essere il miglior centravanti per sempre. Io no». 

Ho appena finito di leggere Storia della mia gente di Edoardo Nesi, che avevo acquistato, anche per portargli fortuna, il giorno in cui hanno assegnato lo Strega. La sera. A Nesi.

Se non lo avete ancora letto, fatelo. Parla di noi. Parla della generazione di cui facciamo parte. E della sostanza delle cose. Proprio.

Nel frattempo, mentre scorre il mare e frusciano i tessuti del Nesi, le persone vanno in vacanza. Non so, sarà retorica, ma mi sembrano weekend da bagaglio leggero, perché la crisi colpisce, non ce n'è.

Una coppia di americani chiede informazioni e gli risponde un signore, che va a Chiavari, e parla un inglese un po' problematico. Però ha voglia di fare relazione: e attacca un button spropositato alla giovane coppia.

L'inglese è così così, l'aria condizionata è così così, i ferrovieri trattano le persone così così. Perché è sempre colpa di qualcosa d'altro (nel caso di specie, dell'incendio a Roma Tiburtina).

L'Italia è così così. E forse, però, ora se ne rende conto. E forse capisce che è venuto il momento di fare qualcosa, non solo di lamentarsene da mattina a sera. Forse ora sappiamo che non si può più andare avanti così. E che non è un modo di dire. E che il tempo stringe.

Perché non è colpa dell'incendio di Roma se non sappiamo l'inglese. Per dire. E perché stiamo peggio di qualche tempo fa, in cui sembrava che tutto sommato le cose poi si sarebbero sistemate. E invece.

In ogni caso, da qualche giorno, per colpa di un sms nella bottiglia che mi è arrivato mentre eravamo ad Albinea, mi chiedo se non sia colma la misura. E insomma se non sia venuto il momento di agire, che detto mentre tutti vanno in vacanza, fa un po' sorridere. Ma è così.

La domanda è semplice e la formulo prima di tutto a me stesso, che qualche piccola responsabilità ce l'ho anch'io, anche se sembra perfettamente incredibile anche a me.

E la domanda è: lo liberiamo questo Paese? Dico anche da noi stessi, quando non ci piacciamo? E quando non convinciamo nemmeno noi stessi, appunto, che sembra paradossale poi cercare di convincere gli altri? Ci mettiamo un po' di impegno, di rigore, di entusiasmo? Lo facciamo noi, però, questa volta?

Pensateci, vi concedo giusto due settimane. Poi si parte. Chi ci sta, ci sta. Chi non ci sta, poi, però, non si lamenti. Si tenga quello che c'è. Il debito pubblico, la retorica del declino, una politica che fa specie (in ogni senso). E quella cosa che noi italiani, si sa, non ce la si fa.

Giuseppe, dalla Puglia, mi ha mandato una cosa di Lorenzo che introduce Ora. Che è semplice. Non banale. Semplice.

Ecco. Proprio così. E ora.

(se ci siete anche voi, ve lo dico subito, è meglio)

Un'azione collettiva per cambiare la politica italiana

Me ne frego?

Raffaele mi segnala questa perla del capogruppo del Pd alla Camera: chi se ne frega se Fini è diverso.

A me frega. E a voi?

Ascoltare los Indignados

Nella Regione del Trota

Che vota la caccia (in deroga), come se fosse la cosa più importante, ci si occupa di siluri e di pirati del Po. Che sono una cosa seria, invece. Come lo è quel fiume, fin troppo bistrattato in questi anni.

Un richiamo vivo alla Regione

Siamo in aula, ancora, a discutere di richiami vivi e di caccia in deroga. La madre di tutte le battaglie, per alcuni, Lega in testa.

Ogni anno, la stessa storia: si vota una legge palesemente illegittima, che contrasta dichiaratamente con le direttive europee. Approvata la legge, i cacciatori cacciano, gli ambientalisti ricorrono, il Tar dà ragione, l'Europa multa.

Gli uccellini finiscono sparati, gli italiani (non solo i lombardi) multati.

Qui il comunicato stampa del vostro affezionatissimo:

«La Lombardia e Formigoni avevano detto stop. Perché continuiamo a sfidare l’Europa?». «Dando l’ok alla caccia in deroga la Lombardia si espone ancora al rischio multe della Ue e ai possibili rilievi della Corte costituzionale. Pur essendo più prudente, la norma approvata contraddice lo stop alle deroghe votato dall’aula del Pirellone nella precedente legislatura e anche al richiamo del presidente Formigoni, che appunto chiedeva espressamente di porre fine a norme che consentissero di poter sparare a specie di uccelli protette dalle direttive europee. E questo, a maggior ragione, in assenza di un adeguamento normativo nazionale, che appunto ancora non c’è stato».

Lo dichiara il consigliere regionale lombardo del Pd Giuseppe Civati, commentando l’approvazione, avvenuta ieri sera nell'aula del Pirellone, della caccia in deroga, che consente di abbattere durante la prossima stagione venatoria fino a poco meno di 600 mila esemplari di specie di volatili protette dalla Ue, come storni, fringuelli, peppole. La legge sui richiami vivi, altrettanto controversa, è in discussione questa mattina.

«Continuare a sfidare l’Europa e la Corte costituzionale – continua Civati – per assicurarsi il consenso di un numero assolutamente minoritario di cacciatori di alcune zone specifiche della Lombardia, ci sembra incomprensibile e anche un po’ assurdo. Ci chiediamo come mai Formigoni quest’anno non si sia fatto sentire».