Archivio mensile Archivio: marzo 2010

Cota di paglia

Iniziamo bene. Gay e RU-486. E Stefano mi segnala altri spunti niente male. Complimenti.

Ricambio, non epurazione

A volte Minzolini si permette anche di fare lo spiritoso.

Rinviata la legge, non rinviamo (un’altra volta) l’opposizione

Napolitano rinvia alle Camere l’arbitrato e le norme anti-articolo 18. Una seconda possibilità, per il Pd, di fare opposizione come si deve a una norma pericolosa per i lavoratori (e pasticciata, ma questo lo sapevamo già).

 

Si riparteD

omani sera, a Carpi, biblioteca multimediale Arturo Loria, via Rodolfo Pio, 1, con Ilda Curti e altri a parlare di immigrazione. E di politica, inevitabilmente.

I gazebo li facciamo anche noi

E non è vero che la Lega sia più radicata sul territorio. Piantiamola con questo tormentone, vi prego. Il problema, direi, è l’approccio, percepito come più immediato, popolare, vicino. Il problema sono i messaggi, che si sono ‘radicati’ nella testa delle persone. Il problema è che si capisce che cos’è, la Lega, in tempi di cattiva politica, di scarsa rappresentanza, di reductio del dibattito politico ad unum o, comunque, a pochissimi temi: ad esempio, la famosa sicurezza. Non c’è più un discorso politico, in Italia. Non c’è un’idea comprensibile per i giovani precari, non c’è una linea chiara sulle questioni fiscali, non c’è (più) un’idea di società (soprattutto). A destra e, purtroppo, anche a sinistra. E, badate, questo tiene insieme il fattore Lega e il fattore Grillo. Inutile prendersela con altri, in queste ore. Inutile demonizzare il non voto, che andrebbe piuttosto capito (prima di rivolgerci all’Udc e al suo 5%, perché non ci rivolgiamo al 40% di chi non si è recato alle urne?). L’anti-politica l’hanno inventata e prodotta i politici: non sono tutti radicali, quelli che votano Grillo (e la Lega). Non è il 95° minuto della partita, come dice Bersani. Questa partita dura da vent’anni ed è la cifra della cosidetta Seconda (non) Repubblica. E su questo non abbiamo preso un palo, non abbiamo mai visto la porta. Non averlo capito, è un problema, esattamente come lo è la scarsa comprensione del berlusconismo: il "popolo profondo" del post qui sotto, la provincia di cui parla oggi Michele Serra e di cui parlavo ieri. Un popolo e una provincia dove il Pd è minoranza di una minoranza, perché si rivolge a una porzione microscopica di società, intorno al 10% del totale, come notava chi ha fatto le proporzioni con i dati di chi non è andato a votare. Non è colpa (solo) di Bersani, non è colpa (solo) della tv: è la politica che deve funzionare meglio. E la politica, con un presidente del Consiglio così, che si fa gli affari suoi, è affare del centrosinistra. Questo, mi pare, sia il punto. Tutto il resto è un rumore lontano, una stella cometa che esplode nel cielo. Anzi, è esplosa già.

Gabriella Carlucci e il popolo profondo

L’espressione è di D’Alema, ripresa da Luciano Canfora. Ecco come vota.

Festa del ringraziamento

Ho ricevuto centinaia di messaggi e di chiamate. Molti non mi hanno votato, né fatto votare, ma una volta eletti è decisamente più facile ricevere gli endorsement. Sulla rete serpeggiano candidature, nell’ordine, a: sindaco di Milano, segretario regionale, candidato premier. Forse è il caso di darsi una regolata. Ascoltate Trevor. Prima ci vuole la relazione, poi ci vuole il movimento, infine si trova il leader che la interpreti.

Mentre gli strateghi dicono di volersi già occupare di Milano (anche no, grazie) e Bersani parla di pali presi al 95°, noi, nel nostro piccolo, festeggeremo la nostra bella e limpida vittoria collettiva domani sera, alle ore 21, presso la coop Canonica di Triuggio (via Taverna). Siete tutti, ma proprio tutti tutti, invitati, invitatissimi. Sarà il vostro affezionatissimo a scrivere la vostra ‘preferenza’ e metterà un grazie vicino al simbolo del Pd.

Per dire

Ma si pensi, in questo, anche alla Lombardia. Dove da vent’anni il centrosinistra non ha il coraggio nemmeno di presentarsi e manda avanti mezze figure come i Masi, i Fumagalli, i Ferrante, per beccarsi regolarmente una scoppola via l’altra. E ultimo il buon Penati, convinto che i voti alla Lega si sottraggano facendo i leghisti morbidi. Mentre se una speranza c’è al Nord è proprio quella di proporre il modello opposto alla chiusura in se stessi, l’obiettivo dell’innovazione, della ricerca, dell’internazionalizzazione, dell’aprire le finestre, delle università d’eccellenza, della meritocrazia come valore, altro che ronde padane.

Alessandro ha ragione. Ci metterei due o tre parole in più: ambiente, uguaglianza, cittadinanza.

Una bella storia

Gianbattista è stato eletto. Mi sono un po’ commosso. Stand by me.

Cose da non fare per non perdere anche Milano

Piccole e modestissime riflessioni sul dibattito che si è già aperto (a proposito, le regionali le abbiamo già archiviate o vogliamo commentare il nostro brutto risultato?).
1. Facciamo le primarie, per tempo, un anno prima, prima dell’estate o a fine settembre (non come quest’anno, che le primarie sono state rinviate, nonostante noi le avessimo chieste (ci dicevano: «è troppo presto»), e poi non si sono fatte perché era «troppo tardi»: fantastico).
2. Non dividiamoci tra «primarie di partito» e «primarie di coalizione»: è un falso problema o, forse, più precisamente, una presa in giro. Si stabilisca un giorno e chi vorrà partecipare, parteciperà.
3. Non limitare le primarie a una questione di nomi e cognomi («mi sono rotto i cognomi» è il mio slogan preferito). Persone e proposte, insieme. Uno o più leader con un progetto politico che li sostenga e un gruppo dirigente da proporre al Pd, alla sinistra ma, soprattutto, alla città.
3. Non parliamo più di Udc per un mese: alle Europee, i Radicali presero, a Milano, più voti dell’Udc, per dirne una. L’alleanza la vediamo alla fine o, quantomeno, a metà strada, alla luce del progetto politico che abbiamo in mente. Non si può fare a freddo, l’alleanza, né parlarne come se fosse il tema esclusivo di cui dobbiamo occuparci.
4. Non diamoci più alibi: vinciamo nelle città e perdiamo in provincia? Milano fa eccezione da vent’anni. Le candidature sono state raramente convincenti e, dopo la sconfitta di Dalla Chiesa, si è pensato che non fosse il caso di fare troppa politica. E, invece, l’approccio politico è fondamentale e Milano è una grande città, che ha forse bisogno di ritrovare se stessa. Partire ‘bassi’ potrebbe essere la nostra (ennesima) rovina. Ci vuole un po’ di orgoglio, accidenti.
5. Sento parlare di una iniziativa «civica»: cerchiamo di evitare lo stucchevole dibattito tra «partito» e «società civile» che esiste solo nella testa dei dirigenti del Pd. Ci vuole un progetto, ci vuole orgoglio, ci vuole una proposta politica degna di questo nome.
6. Apriamo un circolo del Pd in via Padova, subito. Mettiamoci il comitato elettorale. Partiamo dai simboli del malgoverno morattiano: l’ecopass che non serve a niente, l’urbanistica che è un affare (!) per gli immobiliaristi e non una ‘cosa’ da cittadini, la qualità della vita dei cittadini, il flusso enorme di pendolari che ci viene ogni giorno, le scuole e tutto quello che c’è, a Milano, da ripensare, dopo vent’anni di governo ‘decorato’. Togliamoci le mostrine perché, in una città civile, governano i civili, appunto, non i militari (veri o, come nel nostro caso, presunti).
7. Mettiamoci un po’ di uguaglianza, in tutto questo: ri-scopriamo il degrado, chi soffre, chi è in difficoltà. Costruiamo nuove relazioni con i cittadini abbandonati a se stessi. Mettiamo in campo, forse per la prima volta, quel progetto del Pd che abbiano nel cassetto. Proviamoci. Così, anche se perderemo, non avremo perso in partenza, ma alla fine. E, magari, può capitare anche che si vinca.