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Acqua lombarda: si ricomincia

Ecco cosa scrive oggi Roberto Fumagalli dei Comitati Acqua della Lombardia:

«Nonostante le oltre 7 mila e-mail inviate ieri agli Assessori regionali, oggi pomeriggio la Giunta della Regione Lombardia ha approvato il Progetto di Legge sulla gestione dell’acqua, che di fatto consegnerà ai privati la gestione dell’acqua di tutta la Lombardia!
La Giunta Formigoni con la solita mistificazione respinge le accuse di privatizzazione, intitolando il proprio comunicato stampa (che potete leggere qui sotto): “Riforma del servizio idrico: l’acqua rimane un bene pubblico”.
La verità è invece che l’affidamento della gestione dei servizi idrici (che nel comunicato appare solo alla fine con 2 righe) avverrà secondo i dettami del Decreto Ronchi, cioè tramite gara europea o tramite società miste pubblico-private, quindi di fatto sarà una vera e propria svendita degli acquedotti ai privati e alle multinazionali!
Inoltre le competenze in materia di servizio idrico vengono consegnate alle Province (ma resta l’ATO della città di Milano, ) e pertanto sottratte ai Comuni, i quali si dovranno accontentare di esprimere un parere alla loro Provincia.
Il progetto di legge passa ora al vaglio del Consiglio Regionale, che dovrà votarlo il prossimo 23 novembre.
L’invito è quindi quello di partecipare numerosi sabato 13 novembre (dalle ore 10) alla manifestazione a Milano in piazza Duca D’Aosta (Pirellone), organizzata dal Coordinamento Regionale dei Comitati Acqua, col sostegno della Cgil Lombardia».

10 milioni in un sorso

Nella noia totale del dibattito sul Piano Regionale di Sviluppo della IX legislatura, che stiamo ancora discutendo, il consigliere Prina (collega del Pd) ha presentato un ordine del giorno di sicuro interesse, che la maggioranza ha ovviamente bocciato.

Si tratta della richiesta di rivedere i canoni regionali di concessione per le acque minerali per un importo non inferiore ai 3 euro per metro cubo di acqua minerale imbottigliata. I 3 euro sono la media delle regioni virtuose. In Lombardia, invece, il canone è di 0,516 euro per metro cubo. Quasi un sesto.

Attualmente i proventi derivanti dai canoni di concessione delle acque minerali vanno alle Province lombarde per il risanamento idrogeologico e ambientale dei loro territori.

La cifra che si potrebbe ricavare dall’adeguamento del canone, infine, calcolata sui dati parziali forniti in relazione all’anno 2009, sarebbe pari a 10 milioni di euro.

A me pare una di quelle cose che sarebbe giusto promuovere anche fuori da quest’aula, un po’ sorda e un po’ grigia, come sempre.

Ovviamente, si tratta di una questione che riguarda la Lombardia ma anche tutte le altre regioni italiane, a parte il Veneto e il Lazio (che sarebbero le regioni virtuose a cui faceva riferimento il collega consigliere).

Fontana pubblica, acqua privata

Formigoni promette (e già uno non si fida) che l’acqua rimarrà pubblica. Certo. Solo che rimarranno pubbliche le reti, perché il resto andrà a finire come il decreto Ronchi ha stabilito. Giocare con le parole è molto pericoloso: Formigoni ricorderà che la sua maggioranza votò, all’inizio del 2009, una legge molto diversa, frutto della mediazione con le comunità locali. Quelle stesse comunità che ora protestano. Insieme al mitico Fontana (si chiama così), il sindaco di Varese, il leghista che si scaglia quotidianamente contro il governo come se quel governo non fosse il suo. In questi giorni è sulle barricate contro Formigoni e contro Ronchi. E fa bene. Non si capisce però perché non abbia fatto presente ai parlamentari del suo partito – che il Ronchi l’hanno votato senza fare una piega – che era così disastroso.

Il famoso modello lombardo e l’acqua da privatizzare

Formigoni si beve tutto il decreto Ronchi e scopre l’acqua fresca, da privatizzare. La Lega tace, anche perché le sue scelte – a cominciare dall’abolizione degli Ato, in nome della mitica semplificazione – sono totalmente in linea con le indicazioni di Ronchi e di Formigoni. Non ci sono più le ampolle di una volta, insomma.
Per anni hanno sostenuto che era la Lombardia a fare da modello e a spiegare quello che si doveva fare nel resto del Paese. E dopo il grande dibattito della passata legislatura – in cui cercammo e trovammo una mediazione tra la legge regionale e le proteste referendarie dei sindaci – ci siamo accodati allo schema nazionale. Senza battere ciglio.
I Comuni protestano e hanno ragione. Perché così rimarrà tutto in capo alle Province (quelle da abolire, sì, ciao) e si perderà il necessario riferimento territoriale e la rappresentanza delle comunità locali nella gestione di un servizio così importante e delicato.
L’ingresso forzato di capitale privato, l’obbligo delle gare a prescindere dalle condizioni di partenza e dalla qualità del servizio (in Lombardia molto elevata), è un fatto grave dal punto di vista politico e molto poco federalista dal punto di vista amministrativo.
In Lombardia hanno firmato in tantissimi i tre referendum, ma a Formigoni e Podestà (il nome fa pensare a una spiccata vocazione da federale) questo non interessa. Ronchi dei Legionari, insomma, che obbediscono a Roma. Anche in Lombardia.

237mila firme e loro privatizzano lo stesso

L’avevo detto che non era l’anno per andare in vacanza. Anzi, fondo ufficialmente il «Partito per le vacanze». Prima missione: fermare quelli che in Lombardia stanno accelerando sul versante della privatizzazione dell’acqua, nonostante il successo del referendum in Regione. La Lega? Non pervenuta, come al solito.

Le larghe intese che non facciamo

Quelle con i cittadini. Titolo della Stampa di oggi, con fotonotizia: «Acqua pubblica, un mare di firme per il referendum». Occhiello: «Quasi un milione e mezzo, centomila in più per il divorzio, e senza l'aiuto dei partiti». Ecco. Come scrive Marco Simoni in un bellissimo articolo sull'Unità, vanno benissimo le «larghe intese» (si fa per dire), ma poi non lamentiamoci se svanisce il «primato della politica». Il titolo è ingeneroso e non corretto, sia chiaro. Tutti i circoli del Pd in cui sono stato hanno raccolto le firme per i tre referendum ma, grazie alla presa di posizione del Pd nazionale (che in sostanza era: non prendere posizione), questo è il risultato. Provate a googlare: «Bersani referendum sull'acqua». Il primo risultato è questo: c'è un Bersani, ma è Marco, di Attac. Il secondo, invece, è questo. Pd: «No al Referendum sull'acqua». Peccato.

Un milione e quattrocentomila firme

Per l'acqua pubblica. Credo si tratti di un record che fa ben sperare e che ci dice che il nostro Paese non è ancora del tutto perduto.

P.S.: me lo auguravo tre mesi fa e sono felicissimo ora di poter dire che i circoli del Pd, in quasi tutta Italia, hanno partecipato alla raccolta delle firme per i tre referendum. A proposito, qualcuno ha poi ricevuto la proposta di legge di iniziativa popolare che il Pd nazionale stava per presentare qualche settimana fa?

Il quasì

Sono appena arrivato a Roma e ho fatto una “bella scoperta”, anzi due: pare che il Pd abbia cambiato idea sui referendum sull’acqua: dal quasi no, al ni, al quasi sì (il quasì?) e pare anche che sia finalmente pronta la proposta di legge del Pd sull’acqua, che accompagna questa discussione. Wow.

Acqua!

Me lo chiedono in tanti. Che cosa fa il Pd sull’acqua? Il Pd accompagna la raccolta firme dei tre referendum e, al contempo, presenta una propria proposta di legge d’iniziativa popolare. Sarei stato per una soluzione più semplice: che si sostenessero i referendum e si precisasse la propria proposta in un breve documento, senza ‘duplicare’ la raccolta di firme. In ogni caso, la posizione c’è (o quasi). Si è costituita anche una rete di circoli che ‘spingono’ dalla base (la trovate qui) e alcune federazioni, come Monza e Pavia, per citarne solo due “dalle mie parti”, hanno promosso ufficialmente la raccolta di firme per i referendum.
P.S.: so che il referendum è uno strumento ‘pericoloso’, perché si rischia di non raggiungere il quorum. Segnalo però che sull’acqua un referendum ci sta tutto. E ‘serve’ ad alimentare un sentimento molto popolare nell’opinione pubblica e anche a responsabilizzare le forze politiche rappresentate in Parlamento. Lo spiega bene, come sempre, Stefano Rodotà:
Lo straordinario successo della raccolta delle firme per il referendum sull’acqua dovrebbe insegnare molto sul modo in cui si può costruire l’agenda politica. È affidata solo alle prepotenze della maggioranza e alle esitazioni dell’opposizione? Si risolve tutta nello spazio mediatico? O può essere anche il risultato di iniziative dei cittadini? La vicenda referendaria consente di rispondere in modo affermativo a quest´ultima domanda. Fino a ieri dell’acqua si discuteva, se ne occupavano benemeriti parlamentari, ma la politica era sostanzialmente disattenta, ignorava una legge d’iniziativa popolare firmata da quattrocentomila persone e venivano approvate norme senza una vera discussione pubblica. È bastato l’annuncio del referendum perché questo panorama cambiasse, non solo creando una grande mobilitazione, ma anche suscitando discussioni sui rischi del referendum e sulla necessità di seguire piuttosto la via parlamentare. Nell’agenda politica è comparso il tema, ineludibile, dell’acqua. Se senatori e deputati pensano che la via parlamentare sia la migliore, possono percorrerla e hanno tempo fino alla primavera del 2011, epoca in cui si dovrebbe andare a votare sul referendum. Ma sono stati i cittadini a dettare i tempi, e alle loro indicazioni i parlamentari non possono sottrarsi.

L’acqua del sindaco: imbrocchiamola

L’acqua è del sindaco, il consiglio dei consiglieri. Insostenibili.

Semplice, come bere l’acqua.