L’uovo di Tito

La discussione su contratto unico e articolo 18 prosegue su Prossima Italia.

C’è una versione del contratto unico meno divisiva di quella di Ichino, che il ministro Fornero sembra voler fare propria. Una versione, analoga per la prima parte, per quanto riguarda l’ingresso nel mercato del lavoro, che non tocca però la questione spinosa dell’articolo 18. Che introduce elementi di modernità, senza ‘strappare’. Che pretende un’assunzione di responsabilità da parte di tutti gli attori, conservando la flessibilità in ingresso, ma assicurando tutele progressive e un percorso chiaro verso la stabilizzazione del lavoratore. Tre anni di valutazione e poi la definizione contrattuale stabile, a cui i giovani (soprattutto) legittimamente anelano. Una trasformazione significativa, che può essere spiegata e accettata dalle parti sociali.

È la proposta del contratto unico di Tito Boeri e Pietro Garibaldi. Se ne parla poco, forse perché è la soluzione? Oppure veramente crediamo che tutta la questione si riduca all’articolo 18? E che si debba iniziare da lì?

Giuseppe Civati e Filippo Taddei

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Commenti

  • michele  Il 22 dicembre 2011 alle 11:51

    Obgni volta faccio il non indifferente sforzo di prender seriamente Ichino (nonostante i precedenti sfavoevoli) e mi leggo i suoi articoli, come quello di oggi – giovedì – sul Corriere della sera. Vi invito a farlo anche voi: noterete come tutto quello che riguarda gli interventi riduttivi di garanzie esistenti è certo, mentre tutto quello che riguarda l’estensione, introduzione, gestione e reperimento di risorse è aleatorio. “addavenì”. come Baffone. Del tipo: certo che il sistema di outplacement e sostegno alla rioccupazione diei lavoratori licenziati o in mobilità  (cioè gran parte di ciò che andrebbe sotto il nome di lfexsecurity) sarebbe nelle mani o dei privati o di Regioni, province e Comuni, con la loro tante iniziative fnora inadeguate, che configurano sprechi totali di risorse: ma ci ipotizza che tale inefficenza cambierà (DI PER SE? SI SPERA????).

    Un pò come per i finanziamenti ultramiliardari dalle BCE alle banche: di fronte a chi, con qualche ragione, diceva che sull’uso che le banche faranno di quei soldi non c’è certezza (anzi: visti iprecedenti ci son molte preoccupazioni) c’è che dichiara sussieguoso, da vero tecnico esperto: cominciamo a darglieli, che poi i problemi di governance si risolvono.

    semplicemte idioti. o collusi.

  • Ganon  Il 22 dicembre 2011 alle 10:35

    La WATERLOO della fornero e di ichino.

    La prima fa retromarcia sull’articolo 18 e parla di “trappola giornalistica” in cui sarebbe caduta (!?). Il secondo partecipa a Otto e Mezzo mostrando un palese nervosismo per l’affondamento della sua proposta e per la bocciatura di bersani. Ovviamente gli ultimi giapponesi del Corriere gli danno l’ennesimo articolo il prima pagina.
    Reazioni isteriche anche sui “quotidiani” della sinistra liBBeral, quelli che vendono a malapena 2000 copie al giorno.

    In definitiva, meno male che la Camusso c’è, è lei la vera leader del centro-sinistra. Ha fatto più opposizione lei con un’intervista che veltroni e bersani dal 2008 ad oggi.

  • Marco 67  Il 22 dicembre 2011 alle 09:20

    Scusatemi ma l’opzione rispondi ultimamente non me la prende…

     

  • Marco 67  Il 22 dicembre 2011 alle 09:12

    Inutile dire che soldi per sussidi di disoccupazione, sostegni al reddito, riqualificazione ecc. non ce ne sono, quindi il licenziamento e’ un dramma economico ancor prima che psicologico.

    Appunto. Bisogna lavorare per fare in modo che il licenziamento non diventi un dramma. In Francia ad esempio gli assegni di disoccupazione ti permettono di vivere dignitosamente (oltre gli 800/1000 euro) tanto è vero che paradossalmente alcuni disoccupati piuttosto che fare lavori pesanti e mal-pagati , sfruttano il più possibile l’assistenza.

    Mi pare ovvio che la flessibilità non possa prescindere da adeguati ammortizzatori sociali, incentivi al reinserimento, disincentivi alla precarizzazione, ecc.

     

    • Kurtz  Il 22 dicembre 2011 alle 09:46

      D’accordo con te per l’estensione a tutti di adeguati ammortizzatori sociali, e ci mancherebbe.

      Ma i soldi non ci sono. Si fa fatica a pagare la cassa integrazione e i disoccupati ufficiali sono quasi tre volte di piu’ dei cassintegrati (8,6% contro 3%) e a questi si dovrebbe aggiungere un altro 3% di inattivi che il lavoro neanche lo cercano piu’ e dunque non rientrano nelle statistiche ufficiali di disoccupazione.

      Se non si trovano i soldi, qualsiasi ulteriore liberalizzazione del mercato del lavoro portera’ solo a maggiore emarginazione e a salari piu’ bassi, senza incidere positivamente sul numero di occupati.

      E’ quel che e’ avvenuto negli ultimi vent’anni, del resto, e non abbiamo bisogno di ulteriori sperimentazioni.

      A mio avviso, bisognerebbe anzi cominciare a fare qualche passo indietro, tipo abolire subito almeno le forme contrattuali piu’ scandalose previste dalla legge 30, quali il facile ricorso a stage non retribuiti, per fare un esempio.

      • Ganon  Il 22 dicembre 2011 alle 10:46

        I soldi ci sono eccome, sono i risparmi derivanti dalla riforma delle pensioni. Ciò però non significa che “in cambio” si debbano semplificare i licenziamenti.

        L’articolo 18 deve rimanere tale e quale, e ai precari devono andare gli ammortizzatori, che già andavano creati quando vennero istituiti i contratti precari.

    • Ganon  Il 22 dicembre 2011 alle 10:38

      In Francia è MOLTO più difficile licenziare che in Italia, esistono limiti anche per i licenziamenti collettivi (che in italia sono liberissimi), un giudice di recente ne ha sancito l’illegittimità qualora siano causati da delocalizzazioni (roba che nemmeno bertinotti chiede):

      http://www.repubblica.it/economia/2011/11/22/news/francia_vietato_licenziare_e_delocalizzare-25401204/

      In definitiva, il modello danese esiste solo in danimarca.

      E l’opzione “rispondi” funziona benissimo.

  • Marco 67  Il 22 dicembre 2011 alle 06:35

    Il punto su cui non transigere e più delicato è il licenziamento per motivi discriminatori .

    I motivi economici, se certificati, sono un valido motivo per ridurre il personale.

    Per questo bisogna ragionare soprattutto sugli ammortizzatori tipo salario minimo garantito.

    • Kurtz  Il 22 dicembre 2011 alle 08:25

      Nessun datore di lavoro dichiara mai che licenzia per motivi discriminatori. Non lo fa neanche Marchionne non riassumendo a Pomigliano gli iscritti alla FIOM.

      Se fosse possibile il licenziamento individuale per motivi economici,  cosa vieterebbe a un imprenditore di liberarsi di dipendenti anziani, malati o sindacalizzati per sostituirli con giovani, sani e precari, dunque ricattabili?

      Oggi un cinquantenne rischia di dover lavorare ancora quasi due decenni e se viene licenziato, le sue possibilita’ di reinserimento sono ridotte al lumicino.

      Inutile dire che soldi per sussidi di disoccupazione, sostegni al reddito, riqualificazione ecc. non ce ne sono, quindi il licenziamento e’ un dramma economico ancor prima che psicologico.

      O si trovano i soldi, magari facendo pagare le tasse a tutti o quasi, o qualsiasi ulteriore flessibilizzazione si tradurra’ in ulteriore esclusione sociale.

      Mi sembra che ce ne sia gia’ abbastanza.

       

       

  • Marco 67  Il 21 dicembre 2011 alle 19:23

    Caro Ganon a volte mi chiedo che film hai visto.
    Qualcuno nel PD ha detto di voler abolire l’art. 18?
    Hai la stessa predisposizione al dialogo e al rispetto delle idee altrui (soprattutto di quelle di “famiglia”) del compagno Stalin.
    Ma rilassati un attimo!
    Senza offesa, of course. ;-)

    • Ganon  Il 21 dicembre 2011 alle 20:20

      Qualcuno nel PD ha detto di voler abolire l’art. 18?

      Certo, parecchi nella minoranza interna. O meglio, propongono di renderlo sostanzialmente inutile, rendendo “giusta causa” per il licenziamento anche i motivi economici od organizzativi.

      In che pianeta vivi?

  • Ganon  Il 21 dicembre 2011 alle 14:35

    Intanto grazie all’intervista della Camusso anche a bersani è passata la voglia di fare lo spiritoso:

    “Il problema del mercato del lavoro non è di come buttar fuori la gente”, “Il PD sull’articolo 18 ha la posizione espressa dalle recenti assemblee” (quindi non quella di ichino, letta, o simili…)

    http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/edizioni/ContentSet-9b6e0cba-4bef-4aef-8cf0-9f7f665b7dfb-tg1.html

    In sintesi, col cavolo che si mette contro la CGIL.
    Tutti pian piano tornano in riga, come si conviene, altro che “se ne parla dopo natale” o stupidaggini simili.

    Ganon

    • Ganon  Il 21 dicembre 2011 alle 14:45

      Mentre scrivevo il post, è uscita una dichiarazione durissima, sempre di Bersani:

      Articolo 18, Bersani avverte il governo
      “Sarebbe roba da matti toccarlo ora”

      http://www.repubblica.it/politica/2011/12/21/news/bersani_difende_articolo_18-26990839/?ref=HREA-1

      Bene. Ha capito da che parte deve stare. La CGIL esiste da 70 anni ed esisterà anche nei prossimi 70, il PD invece durerà un po’ meno.

      E ora i liBBeral sono all’angolino, se non gli sta bene la posizione del partito che se ne vadano. :D

      • Lorenzo M.  Il 21 dicembre 2011 alle 15:56

        Perche’ dovrebbero andarsene?

        Il comportamento del segretario e’ la dimostrazione che, a forza di strillare, i risultati si ottengono. Se avessero strillato subito e di piu’, probabilmente la posizione assunta da Banderuola Bersani sarebbe stata diversa.

        Se la posizione del partito fosse stata definita DA SUBITO in modo netto, chiaro e inequivocabile tutto questo polverone non sarebbe mai stato sollevato.

  • FaustoB  Il 21 dicembre 2011 alle 13:35

    Dunque, sto seguendo non solo su questo blog, la discussione sull’art.18.

    Mi sembra di avere capito che, stando alle dichiarazioni ufficiali, nessuno vuole mettere in discussione le norme relative ai licenziamenti cosiddetti discriminatori per i quali rimerrebbero vigenti le attuali previsioni dell’art. 18. Ipotizziamo che questo sia vero e andiamo avanti.

    Quindi ciò di cui si sta parlando sono gli eventuali licenziamenti per ragioni economiche o di riorganizzazione aziendale resi necessari da possibili .. come dire … difficoltà economiche delle aziende conclamate o previste. Se non che mi è anche sembrato di capire cha tali tipologie sono già oggi possibili, basta guardarsi attorno.

    Mi sembra rimanga in piedi una terza eventuale tipologia: una azienda nascondendosi dietro presunte necessità economiche cerca di fare passare licenziamenti che in realtà sono al fondo individuali e discriminatori. Penso converremo tutti che ciò non sarebbe accettabile. Quindi, onde evitare questa fattispecie, bisognerà che ci sia o un accordo sindacale aziendale o un “giudice terzo” che riconosce e certifica le dichiarate esigenze economiche o organizzative. Cioè, più o meno, lasciare le cose come stanno oggi.

    “A questo punto è meglio concordare di lasciare l’articolo 18 fuori dal tavolo e discutere degli altri provvedimenti su crescita e lavoro. Alla fine ci si renderà conto che l’articolo 18 è meno rilevante di quel che appare.” Sergio Chiamparino (Il Riformista, oggi). Sarà che ha ragione Chiamparino?

     

  • Marco 67  Il 21 dicembre 2011 alle 12:58

    stamane a omnibus ho seguito una discussione in merito:

    1 ospite: bisogna intervenire su un mercato del lavoro che penalizza i giovani perché non è flessibile.

    2 ospite: sì ma prima bisogna intervenire sul welfare

    3 ospite: sì ma prima bisogna creare il lavoro liberando chi vuole fare impresa dai lacci che lo scoraggiano. se non c’è lavoro la discussione è inutile.

    4 ospite. sì ma prima bisogna intervenire sulla corruzione e sull’evasione che rubano risorse per qualsiasi intervento.

    ecc. ecc.

    Ognuno di loro diceva cose condivisibili ma alla fine sembrava il cane che si morde la coda.

    Il fatto è che le cose da sistemare sono così tante ( 10 anni di sostanziale immobilismo presentano il conto e sappiamo chi ringraziare) e così “pesanti” che sembra di trovarsi di fronte alle fatiche di sisifo.

    Il “benaltrismo” è sempre stata la scusa per non affrontarle.

    Non credo affatto che l’articolo 18 sia la questione da cui partire (e a mio avviso non lo pensa nemmeno il governo), ma resta il fatto che da qualche parte bisogna partire, possibilmente con una visione e una strategia di insieme.

  • Matteo '70  Il 21 dicembre 2011 alle 11:27

    @ Ganon.

    Se mi trovi dove ho scritto che è l’articolo 18 a favorire la precarietà mi fai un favore. Se non lo trovi però cancelli quanto hai scritto. Grazie

    Per il resto il discorso è semplice. L’articolo 18 è un totem che non spaventa nessuno, visto che per aggirarlo basta fare contratti a tempo, come infatti avviene adesso. In Toscana – la rossa toscana – tali contratti riguardano oltre il 90% dei neoassunti. Che facciamo: la guerra di trincea in difesa del 50% (forse) che gode dell’articolo 18 e mandiamo tutti gli altri al macello oppure cerchiamo di estendere il perimetro dei diritti assicurando qualcosa anche a chi non ha nemmeno la cassaintegrazione e viene licenziato a voce?

    Per ora i sindacati si sono dimostrati abilissimi nel perseguire la prima via, via dalla quale i lavoratori non garantiti hanno ottenuto niente.

    • Ganon  Il 21 dicembre 2011 alle 11:34

      Se mi trovi dove ho scritto che è l’articolo 18 a favorire la precarietà mi fai un favore.

      Nel tuo post delle 7:56, dalla seconda alla quarta riga:

      Nei 10 anni trascorsi dalla difesa del amuletico articolo 18, salari, diritti e prospettive occupazionali dei lavoratori sono in caduta libera: sarà mica che serve a poco più che nulla?

      Qualunque persona legge questa frase e ovviamente ne dedurrebbe che secondo te cancellando l’art.18 non cambierebbe nulla.

      Infine, non capisco perchè non rispondi nello stesso thread e ne apri sempre uno nuovo. Basta cliccare su “rispondi”…

      • Matteo '70  Il 21 dicembre 2011 alle 11:49

        Perchè mi è più complesso come procedura :-)

        Ad ogni modo la frase da te citata dice solo che l’articolo 18 nelle condizioni attuali serve a poco o a nulla, non che crea la precarietà.

        No ncambierebbe nulla per chi non ce l’ha, ossia la metà dei lavoratori, quota in costante aumento visto che i neoassunti son tutti a tempo.

        Se l’articolo 18 è questo vallo di civiltà contro il discrimine chi è fuori e non ne gode cos’è, un subumano che oltre all’articolo 18 può fare a meno di ferie, TFR, cassaintegrazione, malattia ecc ecc?

        Se l’articolo 18 avesse capacità taumaturgiche, visto che è vigente, avrebbe evitato simili sconquassi. Dato che tali proprietà non le ha sarebbe bene ridisegnare il tutto in modo da coprire il più possibile la totalità dei lavoratori,

        Spero d’esser stato chiaro

        • Ganon  Il 21 dicembre 2011 alle 12:07

          Se l’articolo 18 avesse capacità taumaturgiche, visto che è vigente, avrebbe evitato simili sconquassi.

          E’ proprio qui che Aristotele rabbrividirebbe.

          Dunque, l’art. 18 dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori – legge ordinaria e come tale sorpassabile da successive leggi ordinarie – secondo te avrebbe dovuto evitare che 2 leggi scritte 40 anni dopo (la biagi e la treu) permettessero de facto di non applicarlo. Quindi i sindacati sbagliano a difendere l’articolo 18. Siccome ci sono 4 milioni di lavoratori precari, allora è meglio che diventino 20.

          Chi vuole difendere i precari, molto semplicemente, dovrebbe chiedere l’abolizione delle leggi treu e biagi, che hanno creato il precariato stesso. Si tratta di logica aristotelica cristallina. Ma siccome sarebbe una cosa troppo di sinistra – e chi attacca l’articolo 18 in realtà è di destra – allora si propone di sfasciare quel poco che rimane dei diritti dei lavoratori.

          Mal comune, mezzo gaudio. Ma anche no.

          • savepan  Il 21 dicembre 2011 alle 17:18

            Gentile Ganon, oggi su “Repubblica” c’è un sondaggio di Unioncamere-Excelsior in cui gli imprenditori intervistati sulle assunzioni hanno risposto che l’Art.18 non è stato il motivo per cui non le hanno fatte.

            In più, sempre nel 2011 le aziende che hanno assunto di più sono quelle oltre i 50 dipendenti.

            Quello che emerge (ma non solo da questo sondaggio) è che, normalmente, non è l’art.18 che frena l’occupazione, ma le condizioni generali del’economia.

            Ma è solo un sondaggio

    • FaustoB  Il 21 dicembre 2011 alle 13:11

      “L’articolo 18 è un totem che non spaventa nessuno, visto che per aggirarlo basta fare contratti a tempo, come infatti avviene adesso. In Toscana – la rossa toscana – tali contratti riguardano oltre il 90% dei neoassunti. Che facciamo: la guerra di trincea in difesa del 50% (forse) che gode dell’articolo 18 e mandiamo tutti gli altri al macello…”

      @MATTEO: presumo tu vivi in Toscana, anch’io.

      Saprai anche tu che il tessuto produttivo privato di questa regione è caratterizzato quasi totalmente da aziende piccole, piccolissime, al di sotto dei 15 dipendenti che non sono coperte dall’art. 18. La diffusione dei contratti atipici in Toscana c’entra con l’art. 18 come i cavoli a merenda, non è escluso che a qualcuno piacciano ma sono davvero pochini.

  • lucasaini  Il 21 dicembre 2011 alle 10:08

    Se io fossi un imprenditore che ragionasse solo per il proprio interesse non accetterei mai e poi mai né la proposta Ichino né quella di Boeri e cercherei di mantenere le status quo che mi permette di assumere in forma legale precari a basso costo del lavoro e scaricare i tutti problemi presenti e futuri sulla stato. Quanto al licenziamento, meglio le condizioni attuali. Esistono infiniti modi per licenziare “spintaneamente” un dipendente. Se ha un contratto a terminre, semplicissimo, non lo rinnovo. Se ha un contratto indeterminato posso sempre negoziare in privato e spostare a mio favore le condizioni di negoziazione. D’altro il ricorso all’articolo 18 copre solo 40/50 casi all’anno in Italia (cosi ho letto). Vuol dire che nella pressoché totalità dei casi, la faccenda si risolve in altro modo. Vero sto articolo 18 mi da un po fastidio. Il licenziando potrebbe comunque ricorrere alla magistratura creandomi casini. Tuttavia questa situazione in parte rimarebbe con le proposte in campo sia perché non si applicherebbe ai dipendenti in essere sia perché la condizione di ingiusta causa rimarebbe. Di contro invece rischierei di trovarmi delle leggi che dovrebbero obbligarmi in caso di licenziamento a sborsare dei soldi in forma quasi automatica, senza poter negoziare in privato. Allora, per mantenere lo status quo, meglio sollevare un bel polverone su questo art 18, e fare in modo che si discuta solo di questo, nella speranza che non venga toccato affatto in cambio di non cambiare null’altro.

    • Kurtz  Il 21 dicembre 2011 alle 10:53

      Conosci imprenditori che non ragionino solo per il proprio interesse? Ed e’ assolutamente legittimo, beninteso, e nell’ordine delle cose. Agli imprenditori italiani si puo’ magari rimproverare che spesso, assai spesso, ragionano per il loro personale interesse, piu’ che per quello della loro azienda, e non sempre i due interessi sono coincidenti.

      Ma allora si cominci di nuovo a considerare i rapporti di lavoro per quel che sono, cioe’ rapporti di forza fondati su interessi diversi fra datore di lavoro e dipendente e si abbandoni il concetto di “bene comune”, versione di sinistra del piu’ prosaico “gli interessi del padrone sono gli stessi miei”, che sono stati tanto in voga negli ultimi decenni, soprattutto se riferiti alla piccola e piccolissima impresa.

      Non si tratta di auspicare un revival della lotta di classe, ma almeno di smetterla di farsi coglionare da gente che si fa i suoi interessi e pretende anche la gratitudine dovuta ai benefattori, da Marchionne in giu’.

       

  • Matteo '70  Il 21 dicembre 2011 alle 07:58

    P.S.
    Tito è sempre un mito

    http://img.timeinc.net/time/magazine/archive/covers/1955/1101550606_400.jpg

  • Matteo '70  Il 21 dicembre 2011 alle 07:56

    Historia magistra vitae.

    Nei 10 anni trascorsi dalla difesa del amuletico articolo 18, salari, diritti e prospettive occupazionali dei lavoratori sono in caduta libera: sarà mica che serve a poco più che nulla?

    Che la Fornero avesse un orizzonte diverso da e più lungimirante non occorreva Einstein per capirlo. Nelf rattempo ringraziamo i sidnacati che si battono contro il discrime e attendiamo in gloria una manifestazione in difesa di chi non ha un tubo e si reca ogni mattina al posto di lavoro.

    Quando questo governo avrà finito il suo compito il paese sarà assai diverso da come lo ricordavamo, e che sia peggiore di come è adesso è impossibile

    • Ganon  Il 21 dicembre 2011 alle 10:34

      Quindi se ci sono lavoratori precari non è colpa della legge biagi e della treu, che hanno istituito il precariato stesso, no. E’ colpa dell’articolo 18, che è l’ultima norma rimasta contro la precarietà. Metaforicamente parlando, se uno ha un dolore ad un piede, la soluzione migliore è amputarlo, così non ha più dolore.

      Ragazzi, che pensiero strutturato, Aristotele rabbrividirebbe.

  • gigi  Il 21 dicembre 2011 alle 06:53

    Quoto Ganon

    e sono comunque favorevole all’Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.

    Mi chiedo, piuttosto, perché nel 2011 e con questa grave crisi economica da parte di Confindustria non c’è una sola proposta valida per far ripartire l’economia.

    Confindustria non parla di innovazione, non parla di investire nella cultura e nella professionalità dei dipendenti, non sottolinea l’importanza di valide figure che facciano una buona consulenza aziendale. Confindustria non cerca di riqualificare verso l’alto il livello dei manager e dei dirigenti delle aziende italiane, non propone nulla per favorire il passaggio generazionale. Non suggerisce un metodo per cui una fetta della torta enorme che ora si stanno mangiando gli ultra 60enni, soprattutto quelli della classe dirigente economica e politica, possa andare a favore dei più giovani.

    Confindustria non ha un’idea valida di come ridurre la criminalità, l’illegalità e conseguentemente l’evasione fiscale. No.

    L’unica cosa che sa dire è: eliminiamo l’art. 18.

  • Ganon  Il 20 dicembre 2011 alle 22:16

    Nel frattempo il rappresentante del governo a Ballarò parla di concertazione, dice che non si farà nulla senza il consenso di tutti i sindacati (il “tutti” l’ha ripetuto 2 volte).

    Visto? Con le cattive maniere si ottiene tutto.
    Brava Camusso, viva la CGIL (e abbasso il PD, mi spiace dirlo).
    :D

  • Ganon  Il 20 dicembre 2011 alle 21:58

    La proposta di Boeri effettivamente è più potabile di quella di ichino, dico solo che 3 anni però sono un po’ troppi, meglio 2. Per il resto sarebbe davvero ottima, e infatti a confindustria non piace per niente (ed è un buon segno).

    Di fatto si tornerebbe all’epoca ante leggi treu e biagi, allungando semplicemente il periodo di prova.

    E poi volete mettere la soddisfazione di vedere ichino incazzato perchè la sua legge non passa neanche col governo più liberista della storia italiana? :D

    • marini  Il 21 dicembre 2011 alle 08:40

      Concertazione con le cattive? Nel rapporto con la Fornero, la Camusso mi ha profondamente deluso (anche se per certi versi la capisco: avere nel fianco un Cremaschi non deve essere facile, non aiuta – Cremaschi che dice “bisogna fare come in Grecia” dimostra che a volte le parole passano prima del pensiero)

  • stefano  Il 20 dicembre 2011 alle 21:09

    ma sono due discorsi diversi: la flexsecurity proposta da ichino si occupa di ciò che si deve fare in caso di licenziamento, ovvero dare al lavoratore dal 90% (primo anno) al 70% terzo anno) dello stipendio, “riassumerlo” durante questo periodo in un’altra azienda (controllata da imprese e sindacati) che ha come compito quello di rinserire il lavoratore licenziato e fornirgli l’eventuale formazione necessaria per il collocamento. Il tutto finanziato con i soldi attualmente stanziati per la cassa integrazione e con parte del fondo sociale europeo (oltre che con tutti i soldi sparsi qua e là nei bilanci degli enti locali per iniziative simili, aggiungerei io).

    Il contratto unico, con le modalità di inserimento proposte da boeri e garibaldi può convivere con la flexsecurity di ichino, proprio perchè si occupa di qualcos’altro, ovvero fornire un’unica “cornice” contrattuale che permetta ai neo-assunti di arrivare al tempo indeterminato.

    continuare a mescolare le due cose (ben sapendo che di cose diverse si tratta) vuol dire applicare la solita strategia di “parlare d’altro per non parlare del problema”. come sulla tav, pure sul lavoro…

  • Daniele  Il 20 dicembre 2011 alle 19:54

    La  discussione

    http://www.youtube.com/watch?v=_nk5BOinPtE&feature=youtube_gdata_player

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