Wittenberg 2.0: andare fino in fondo

Per la quarta tesi wittenberghiana ci si affida all’imperdibile metafora calcistica. Abbiamo spesso richiamato in questa sede la rincorsa delpieriana, ma questa volta si parla della necessità di andare fino in fondo. Proprio come capita sulle fasce, che se si decide di crossare dalla tre quarti, la difesa si schiera, e il pallone viene ribattuto nove volte su dieci. Invece se si va fino alla linea di fondo, e si alza la testa, preoccupandosi del marcatore ma soprattutto della direzione da far prendere al tiro, allora le cose cambiano parecchio. A Wittenberg lo sanno tutti, ma sembra che alla politica democratica questo aspetto sfugga sempre più spesso. Eppure esso è collegato al tema dell’ostinazione e della coerenza del proprio mandato, ma anche alla necessità di indagare più a fondo, appunto, le questioni. Non fermarsi alla superficie, non concedere troppo spazio al qualunquismo o al famigerato “buon senso”. Sulla superficie, spesso, la destra è avvantaggiata, per motivi che attengono alla propria ‘costituzione’. Il berlusconismo sguazza in un’acqua bassa, bassissima, e non c’è nulla di ironico in tutto questo. Vale la pena di spingersi un po’ più in là, di guardare le loro cose attraverso le cause da cui si sviluppano. E non fermarsi a tre quarti, perché poi è meglio lasciarsi andare, abbandonandosi al buon senso. Ci tocca fare qualche passo più in là, rischiando anche di finire lunghi, o di farci mancare il fiato. Ci vuole un po’ di coraggio. Un bel po’. Ma è necessario.

Wittenberg o dell’ostinazione

Rubo il titolo a Hans Magnus Enzensberger, per la seconda tesi di Wittenberg 2.0.

Conviene che il Partito democratico si ponga il problema di una sua riconoscibilità, di una chiara affermazione delle sue principali linee d’azione e di un forte ancoraggio ad un sistema culturale di riferimento. Il nostro profilo è "molto mosso", per non dire ‘sfuocato’ (come Robin Williams in quel famoso film di Woody Allen), rispetto a molte questioni di ordine politico e la nostra credibilità ne risente molto più di quanto pensiamo. Spesso si dà la colpa alla nostra famosa incapacità di comunicare – che pure è un dato allarmante – ma non si riflette a sufficienza sulla timidezza della proposta e sulla debolezza dell’impostazione che è spesso sottesa alle nostre iniziative (potrei citare la triplice risposta alla provocazione nucleare del governo, per capirci: dal no ragionato, al può essere, al sì entusiastico). E la sindrome weimariana – mirabilmente tratteggiata da Enzensberger nella sua ultima prodigosa fatica – è tipica in questo senso: all’indecisione, al dubbio, all’involontaria ambiguità, all’incapacità di concludere che in molti abbiamo riscontrato nel centrosinistra degli anni passati, da destra rispondono tuonando, proponendo banalità e semplificazioni che hanno però straordinaria presa e fanno dire, a molti, «almeno loro fanno», anche se si tratta, platealmente, di cose sbagliate. In tutto questo, gioca un ruolo fondamentale la coerenza o, se si preferisce, l’ostinazione. L’ostinazione di perseguire una linea politica al di là degli immediati riscontri elettorali, preferendo il concetto di evoluzione – delle proposte, delle idee, delle soluzioni – a quella, più volgare, di sparigliamento. Perché ne abbiamo abbastanza.

Wittenberg 2.0

Vi prego di leggere con calma e di riflettere insieme a me. Ci sto pensando da un po’, ma è solo grazie alla lettura del libro di Susan George, L’America in pugno, un testo che dovete leggere, che ho deciso di far partire il progetto Wittenberg 2.0. Si tratta di una raccolta di tesi – quando arrivo a 95, come vuole il precedente, mi interrompo – sulle questioni politiche di fondo, che mi piacerebbe condividere con voi. La forma è il post, di un blog, che assomiglia molto al concetto stesso di tesi affissa su un portone. Il precedente, è il caso di precisarlo, è richiamato in modo del tutto ironico e provocatorio. Chi volesse scorgervi messaggi particolari, può pensare ad una "lettera ai romani", e con ciò penso, chiaramente, alla politica nazionale. Il primo post-tesi è introduttivo e metodologico. Perdonerete il tono, ma la questione è seria, per non dire drammatica.

Non possiamo tollerare che il pensiero della destra, per quanto riguarda il linguaggio, il quadro culturale e l’immaginario si affermi senza che nessuno abbia nulla da ridire. E’ nei termini di una egemonia culturale – intesa in senso limpidamente gramsciano – che è il caso di costruire il nuovo partito. E, per farlo, bisogna intendersi sul tema della rincorsa: non verso i temi della destra, che ‘rincorriamo’, appunto, senza alcun discernimento; ma una rincorsa da prendere con noi stessi, per spiccare un salto più lungo. L’adesione acritica ad un modello politico e sociale, che soltanto con buona approssimazione può essere definito neoliberista (condito com’è da populismo mediatico e da una mitopoiesi del tutto demagogica), ci conduce inevitabilmente alla sconfitta. Finché la giustizia sociale sarà ritenuta una provocazione verso l’affermazione dei pochi ‘capaci’, l’ascensore sociale bloccato, la democrazia rappresentata come una macchina burocratica e inefficiente, finché lo straniero sarà tout court ritenuto criminale e pericoloso, l’ambiente una battaglia secondaria, finché i diritti civili saranno un tema d’élite, non avremo se non poche possibilità di incidere non soltanto sul consenso elettorale, ma sulle credenze e sui sistemi di riferimento che stanno alla base delle scelte politiche delle persone. E’ in un quadro di nuova cittadinanza, di ripensamento della nostra adesione al consesso civile, che un partito può costruire se stesso e lanciare una sfida vera e profonda ad un modello non solo sbagliato, ma molto pericoloso per una civile, e giusta, e serena convivenza delle persone.